E grazie a Formigoni, la Lega riesce ad archiviare Belsito

E grazie a Formigoni, la Lega riesce ad archiviare Belsito

Lo scalpo di Formigoni l’aveva inseguito da almeno vent’anni, da quando almeno nel lontano 1995 l’aveva combattuto duramente nelle urne regionali, uscendone sconfitta. Ma per la Lega, costretta ad un’alleanza di ferro lombarda nelle tre tornate successive in nome della salvaguardia dell’accordo con Berlusconi, il lungo regno del Celeste al Pirellone era sempre rimasto il simbolo di un sogno incompiuto. Quello cioè di raggiungere, anche sotto il profilo simbolico, il vertice del potere nella vera capitale amministrativa della Padania. 

Con Formigoni e il suo sistema di rappresentanza e di consenso la sfida per il Carroccio era sempre stata ferocemente “competitiva”: anche sul terreno istituzionale del federalismo, dove proprio il Governatore si era dimostrato il più convinto e spesso il più deciso negli “strappi” con il governo centrale e il Palazzo romano (le polemiche e i conflitti aperti con un Tremonti ministro dell’Economia e miglior alleato di Bossi non si contavano più).

E dunque c’è un “di più” di intima soddisfazione nella “nomenklatura” (ma anche nella base leghista carica di recenti, dolorose frustrazioni) che intravede la possibilità di future affermazioni dopo la “ripulitura” interna che ha portato alla guida pressoché incontrastata di Roberto Maroni. Piuttosto, tutta questa vicenda lombarda ha dimostrato quanto l’abitudine negoziale del segretario sia finita sottomessa alla tumultuosa indignazione del popolo verde padano (o almeno della militanza rimasta dopo gli scandali della gestione familistica del famigerato “cerchio magico”).

È certamente plausibile che l’azione politica della Lega maroniana (all’opposizione del governo Monti, ma con un legame ancora non spezzato con il Pdl, o almeno alcuni suoi spezzoni non soltanto nordisti) puntasse come principale obiettivo alla conquista della Lombardia come prezzo imprescindibile di una possibile e rinnovata coalizione di centro-destra. Ma con tempi più scadenzati da lasciar maturare e con i margini sufficienti per persuadere progressivamente un popolo di elettori in gran parte sfiduciati e disillusi.

L’improvvisa accelerazione della crisi lombarda, con un vertice che ha dato l’impressione di non poter resistere alla spinta di una militanza infuriata e quindi costretto a seguirla anziché guidarla, ha messo in luce il nervo scoperto che ancora fa vibrare l’anima del Carroccio ed è legato ad una parola sola, e cioè la presenza della “’ndrangheta”. L’arresto per voto di scambio dell’assessore regionale alla Casa Zambetti non è stato compensato nell’opinione comune dal buon comportamento del leghista di Rho Tizzoni, che invece quei voti inquinati li aveva rifiutati a costo anche di perdere le elezioni.

Piuttosto, l’accusa di contiguità con la criminalità calabrese e i suoi tentacoli al Nord è tuttora per l’immaginario collettivo leghista una ferita ancora aperta e certamente non cicatrizzata. E non tanto per i sillogismi televisivi dello scrittore Saviano quanto per i traffici opachi e i collegamenti inquietanti non ancora chiariti dell’ineffabile tesoriere del Carroccio, Francesco Belsito, anch’egli di origini calabresi. Certo espulso con disonore dal partito, certo rimosso da tutti gli incarichi, ma ancora sotto le lenti di indagini giudiziarie complesse che sono ben lontane dalla conclusione.

Belsito è tutt’ora in circolazione a piede libero (al punto dall’entrare nella proprietà delle discoteche genovesi dove ballava Ruby Rubacuori) e costituisce l’incognita forse più preoccupante dell’orizzonte dei prossimi mesi. Pur se il continuo rincorrersi di scandali e di ruberie che coinvolgono l’intero panorama delle amministrazioni politiche territoriali fa sbiadire nella memoria collettiva i diamanti africani e le esuberanze del Trota.

Lo sforzo di Maroni e dei suoi è incamminato sulla ricerca di contatti in tutto il Nord con l’arcipelago di una borghesia produttiva che non trova rappresentanza e a cui offrire una piattaforma politica riformatrice e antistatalista. Lo si è visto negli incontri al Lingotto e altre iniziative più in giacca e cravatta che da “descamisados”. Il vecchio “blocco sociale” forza-leghista si è sfarinato nella crisi finanziaria e nella irriformabilità dello Stato e su questo terreno la Lega non ha più il vantaggio antico di poter fare una corsa sostanzialmente solitaria. I concorrenti sono numerosi sia nell’ambito politico che nei movimenti di opinione: e forse la nuova Lega si accontenta dello spazio che riuscirà a ritagliarsi nella disaffezione generalizzata e nei sommovimenti dell’anti-politica. Certo impadronirsi della guida della Regione Lombardia è un buon punto di rinascita… 

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