E in Cina ora manco la corruzione funziona più

E in Cina ora manco la corruzione funziona più

PECHINO – Perché a meno di due settimane dall’inaugurazione del “grande 18”, il congresso che dovrebbe cambiare il volto del Partito comunista e della Cina intera, esce uno scoop che prende di mira il premier uscente e numero due del politburo Wen Jiabao? Semplice “grande giornalismo d’inchiesta”, si affrettano a puntualizzare dal New York Times, il giornale su cui è stata pubblicata l’inchiesta che rende note le ricchezze dei familiari di Wen.

David Barboza, l’autore, ha poi specificato che in Cina è ormai piuttosto facile procurarsi dati economici, grazie alle leggi dell’economia globalizzata che hanno ormai scavalcato la non trasparenza del sistema politico. La necessità di attirare investitori stranieri ha fatto sì che numerose agenzie e istituzioni mettano a disposizione assetti societari e bilanci delle imprese cinesi. Se si conoscono i nomi dei parenti di un certo politico, è quindi piuttosto facile risalire ai loro patrimoni. E Barboza lo ha fatto. 

Se prendessimo per buone queste spiegazioni, tutto inizierebbe e finirebbe con il New York Times. Ma se ipotizzassimo invece che l’inchiesta sia stata ben indirizzata da leaks filtrati a dovere dallo stesso establishment cinese, cosa dovremmo pensare? A un colpo di coda dei maoisti proprio nello stesso giorno in cui Bo Xilai – l’ex leader di Chongqing caduto in disgrazia – perde il proprio seggio all’assemblea del popolo e quindi l’immunità? O forse dei “principini” (i nuovi leader che godono dei privilegi di essere figli della vecchia guardia) che imputano a Wen i suoi tentativi di fare piazza pulita di tutta la generazione di leader post-Tiananmen per accelerare le riforme? Oppure è il messaggio trasversale di qualcuno colpito nei propri specifici interessi? «Attento Wen, che siamo tutti sulla stessa barca».

Quando oltre trent’anni fa Deng Xiaoping decise che «arricchirsi è glorioso», facendone lo slogan che catapultò i cinesi nel turbocapitalismo, mise in conto che una certa dose di corruzione fosse necessaria per far decollare il Paese. Solo se capiranno che possono mettersi in tasca una discreta fetta della torta, pensava il grande riformatore, i funzionari di ogni livello appoggeranno le riforme.

Trent’anni dopo, il progetto sembra perfettamente riuscito: la Cina è una potenza economica e la corruzione è diffusa. Di fronte al primo storico rallentamento della crescita a doppia cifra, quei cinesi che non sono riusciti ad arricchirsi gloriosamente cominciano però a non poterne più di giovani arroganti (figli di alti papaveri dell’establishment) che si schiantano in Ferrari contro un ponte con donnine a bordo, o di avere i figli avvelenati da cibo andato a male che però ha inspiegabilmente passato i controlli.

Così nella coscienza popolare arricchirsi è oggi un po’ meno glorioso e la corruzione è diventata un vero e proprio genere giornalistico e letterario. Perfino il Partito, avendo sempre più bisogno del consenso per governare la complessità cinese, asseconda alcune inchieste che smascherano il malaffare. Tuttavia, quando le rivelazioni puntano troppo in alto, scatta la censura.

Si spiega così il fatto che oggi il sito del New York Times, dopo quello di Bloomberg, sia bloccato in Cina. Il secondo, a fine giugno, aveva infatti pubblicato un’inchiesta che puntava alle ricchezze della famiglia di Xi Jinping, il futuro leader. Va detto che sia Bloomberg sia New York Times non hanno rivelato né alcun accumulo illegale di ricchezze da parte delle famiglie dei due leader, né un diretto coinvolgimento di questi ultimi negli affari.

«Bella scoperta – è stata la reazione di qualche amico cinese – i parenti dei leader si arricchiscono, ci volevano proprio gli occidentali a dircelo». Trent’anni di «arricchirsi è glorioso», appunto. Del resto, chi arriva dall’Italia può stupirsi del nesso stretto tra politica e denaro e dello sguardo cinico dell’opinione pubblica?

Le rivelazioni sembrano dunque essere frutto di reciproci cannoneggiamenti all’interno dello stesso palazzo (oltre che della rivalità tra due gruppi editoriali occidentali che si prestano bene a fare da cassa di risonanza): una partita a scacchi dove le tradizionali categorie con cui siamo abituati a leggere il potere cinese – destra e sinistra, liberisti e maoisti, principini e funzionari – si complicano e si arricchiscono alla luce della dimensione economica che il Paese ha ormai raggiunto e degli specifici interessi personali e familiari. E negli scacchi cinesi non ci sono solo torri e cavalli, ma anche cannoni.

Il conflitto sommerso potrebbe oggi riguardare la privatizzazione delle grandi imprese di Stato.  Wen Jiabao, si sa, spinge per le riforme di mercato e Xi Jinping, così come Li Keqiang (il probabile “erede” di Wen) sembrano sulla stessa lunghezza d’onda. L’attuale premier è artefice dell’esperimento di Wenzhou «zona finanziaria speciale». Nella città dello Zhejiang sinonimo di piccola imprenditoria privata, il sistema di credito sommerso (leggi «strozzinaggio») è stato parzialmente legalizzato di recente per fare fronte alla richiesta di liquidità degli imprenditori in difficoltà, a cui i prestiti delle banche di Stato erano negati.

L’esperimento non ha per ora funzionato, ma dottrina (neoliberista) vorrebbe che si continuasse con liberalizzazioni e privatizzazioni. Che però vanno a intaccare posizioni di rendita e sacche di potere. Le grandi imprese di Stato – si dice da una parte – sono il ricettacolo della corruzione e del mancato sviluppo. Non è vero – si replica – garantiscono i servizi essenziali e sono i campioni con cui la Cina sbarca negli altri continenti. Ideologia ed economia.

Energia, infrastrutture, trasporti, telecomunicazioni, banche: secondo Reuters, le aziende di Stato e affiliate contano oggi per più della metà della produzione e dell’occupazione nazionali. Delle 70 imprese cinesi che Fortune ha inserito nel suo ultimo “Global 500”, 65 sono di proprietà statale. I giganti petroliferi Sinopec e China National Petroleum sono rispettivamente la quinta e sesta più grande impresa del mondo, State Grid Corporation è settima, oltre a essere la più grande utility dell’energia elettrica a livello planetario.

Alcuni mesi fa Wen aveva esplicitamente dichiarato: «Dobbiamo procedere con la riforma delle industrie ferroviarie, dell’energia e di altri settori, completare e attuare le politiche volte a promuovere l’economia non di Stato, rompere i monopoli e le soglie d’entrata per nuovi soggetti». Ora le rivelazioni sulle ricchezze della sua famiglia. La mossa del cannone.