Gli italiani sono liberali? Siamo fra i paesi che meno censurano Google

Gli italiani sono liberali? Siamo fra i paesi che meno censurano Google

Domanda trabocchetto. Google ha ricevuto oltre 1900 richieste di censura da parte dei governi mondiali nel 2011. Qual è il Paese in testa alla classifica? Il Pakistan? La Russia? La Cina? No: a detenere il record della suscettibilità alle “provocazioni” della rete non è un regime totalitario dell’ex blocco sovietico e nemmeno un paese musulmano dalle tendenze integraliste. Bensì, aprite le orecchie, la seconda democrazia del pianeta per popolazione: il Brasile. Seguita niente meno che dagli Stati Uniti, dove la multinazionale fondata da Larry Page ha sede e radici.

A dirlo, sull’onda delle polemiche sulla libertà di espressione sollevate dal caso del video su Maometto, è la stessa Google, nel suo Transparency Report sul 2011. «I governi ci chiedono di eliminare contenuti per una serie di motivi diversi – spiega la compagnia – Per esempio, alcune richieste sono basate su supposte diffamazioni, altre su presunte violazioni di leggi locali contro la pornografia». Segue un elenco di casi che mette in evidenza alcuni “trend”: «Speriamo che questo strumento sia utile a definire quali debbano essere gli scopi e l’autorevolezza di simili richieste».

In cima all’elenco c’è, appunto, il Brasile. Non è un caso che la settimana scorsa un top manager di Google sia stato arrestato per ordine di un giudice brasiliano, a causa di un video “politicamente scorretto” circolato su YouTube: nel Paese, le richieste di rimozione fatte pervenire da parte del governo all’azienda sono state 194 nell’ultimo semestre del 2011, per un totale di 554 contenuti. Google ha soddisfatto le richieste nel 55% dei casi, richieste che, in gran parte, non riguardavano direttamente il motore di ricerca ma un social network molto diffuso in Brasile, Orkut, di cui Google è proprietaria. Le autorità federali vi hanno richiesto la rimozione, in tutto, di 223 account, la maggior parte per motivi di diffamazione.

Gli Stati Uniti si piazzano secondi nella classifica (con 187 richieste tra giugno e dicembre 2011) e sono il Paese in cui le richieste sono aumentate maggiormente. Ben del 103% rispetto al semestre precedente. Il numero totale dei contenuti in questione è un’enormità: 6.192, dei quali solo il 42% è stato ritenuto “idoneo alla rimozione” da parte dell’azienda. Per la maggior parte si è trattato di annunci del sistema pubblicitario Ad Words (2.173) e di video di YouTube (1759). Un’agenzia federale, addirittura, avrebbe richiesto la cancellazione di 1400 video YouTube in una volta sola, per presunti “contenuti molesti”, ma l’azienda si è rifiutata.

Insomma, senza tirare in ballo i “soliti noti” come Cina, Iran o Birmania (dove, va detto, i governi non si fanno lo scrupolo di chiedere il permesso a Google quando vogliono rimuovere un contenuto), ogni Paese ha i suoi tabù. In Germania – anche lei ben piazzata, con 1722 contenuti “indesiderabili” nel periodo analizzato – sono i siti nostalgici del nazismo. In Turchia, i video ritenuti offensivi del “padre della patria” Mustafà Ataturk. In Tailandia i contenuti irriverenti verso la corona. In India, le richieste riguardano soprattutto questioni religiose (il mese scorso 250 account di Orkut sono stati bloccati per arginare un’ondata di proteste anti-musulmane) mentre in Inghilterra il “tasto dolente” è il terrorismo di matrice islamica (640 video rimossi da YouTube solo negli ultimi 6 mesi). Il Canada, agli ultimi posti della “lista nera”, tra le poche richieste di rimozione (solo 19) ha presentato quella contro un video di YouTube in cui un cittadino canadese orinava sul proprio passaporto, per poi buttarlo in un WC. Richiesta non accolta da Google.

E da noi? Incredibile ma vero, per una volta l’Italia fa bella figura in una classifica. Stando al report di Google, il BelPaese è sempre più liberale almeno per quanto riguarda internet, con 31 richieste di rimozione da gennaio a giugno 2011, ritenute giustificate dall’azienda nell’84% dei casi, in diminuzione rispetto al semestre precedente, quando le richieste erano state 49, accolte al 100%. Tra le poche ad essere rifiutate, una riguardava un video che prendeva in giro i costumi e le “notti brave” dell’allora premier Berlusconi. Nel Paese dove tutto è permesso, se non altro, lo è anche la satira di internet.  

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