“Ho passato 15 anni dicendo ai clienti di non investire in Italia”

“Ho passato 15 anni dicendo ai clienti di non investire in Italia”

«Ho passato gli ultimi 15 anni della mia vita a dire agli investitori in società sull’orlo della bancarotta di stare lontani dall’Italia». Lo afferma senza mezzi termini Luca Ramella, decano della società di consulenza Alix Partners ed ex presidente di Bruno Magli, nel corso di un convegno organizzato a Roma dall’American bankrupcy association. Uno che per mestiere ristruttura aziende, e quindi più le cose vanno male, in teoria, più fa soldi.

Perché le società che investono in imprese in bancarotta dovrebbero stare lontane dall’Italia? Non ci sono possibilità di fare ottimi affari?
Diciamo innanzitutto che ciò valeva sino all’introduzione della recente riforma del diritto fallimentare, il Decreto svilupppo. Ad ogni buon conto, vi erano tre ordini di fattori. Il primo: in Italia l’azionista di riferimento decide le sorti dell’azienda anche quando non ha più l’interesse economico: se un’azienda ha 100 milioni di debiti e il valore dell’impresa è 50, questa vale l’azienda zero. Nel mondo anglosassone, ad esempio con il Chapter 11 (la procedura di bancarotta Usa, ndr) toglie agli azionisti, per passarla ai creditori, la facoltà di decidere. In Italia, al contrario, la legge consente all’azionista di mantenere le chiavi dell’azienda anche se continua a bruciare valore. Il secondo: ogni processo di ristrutturazione parte quando l’azienda è finanziariamente stabilizzata, ma se l’azienda non ha soldi per rimettersi in carreggiata, non riuscirà nemmeno a mettere in piedi nessun processo di ristrutturazione. In Usa, invece, se un’azienda è distressed va in tribunale e chiede, con la cosiddetta “first day motion” (la mozione del primo giorno, ndr), cioè sotto la sorveglianza del tribunale, di ottenere finanziamenti protetti in prededuzione (cioè con la priorità rispetto agli altri crediti, ndr). In Italia, invece, non c’erano sistemi per portare a casa finanziamenti in prededuzione. Il terzo: i tempi per mettere d’accordo le banche sono biblici, perché non sono organizzate in sindacati come all’estero e quindi tutti devono essere d’accordo sul testo del concordato. Chi ci riesce in un anno è considerato un mago.

In questi giorni è tornata sotto i riflettori la Lucchini, dopo l’acquisizione da parte della Severstal.
Lucchini, Ferretti, Seat PG, di casi ce ne sono moltissimi. Pensiamo soltanto a questo: in Italia arriva un investitore estero, alle soglie di una crisi aziendale, e comincia un negoziato di ristrutturazione. Nel frattempo passano mesi, anni. Quando arriva il momento di chiudere il deal l’azienda non sarà più la stessa, e l’investitore si ritroverà tra le mani un oggetto ben diverso rispetto all’inizio. Questo succede perché, per la legge italiana, l’investitore di cui sopra non siede al tavolo durante il negoziato, ma entra soltanto nel momento in cui la procedura di ristrutturazione si conclude. 

Nel Decreto sviluppo la risoluzione delle crisi aziendali dovrebbe essere più facile. Gli “avvoltoi” che investono in società sull’orlo della bancarotta ritorneranno?
C’è un dato interessante: la nuova legge, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 10 agosto, è effettiva dall’11 settembre, il 12 settembre presso il Tribunale di Milano sono state presentate 26 domande di concordato. Ora uno può fare una domanda di concordato preventivo in bianco e da quel momento il tribunale può autorizzare nuova finanza, senza bisogno dell’assenso degli azionisti, che non contano più nulla. Oppure può procedere a un accordo di ristrutturazione ex art. 182 bis. In quest’ultimo caso la domanda può essere presentata senza accordo preliminare con le banche. Le quali devono esprimersi entro 60 giorni, altrimenti la domanda in questione si trasformerà in concordato. Siamo in attesa di capire come i tribunali interpreteranno queste nuove disposizioni.

Rispetto al 2009, data d’inizio convenzionale della crisi europea, c’è stato un cambiamento dei settori in crisi?
In Italia il grosso del debito distressed è nella pancia delle banche, oggi la situazione è peggiorata perché le banche non aprono più i rubinetti, se prima era possibile iniziare un percorso di ristrutturazione ora è tutto inchiodato, e contemporaneamente aumenta il numero di aziende che non ce la fanno. Pensiamo allo shipping, un settore in crisi in tutto il mondo, tanto che lo scorso aprile abbiamo fondato in Usa una divisione ad hoc che si occupa di questo. Un altro problema sono le procedure di amministrazione straordinaria gestite dal ministero dello Sviluppo Economico. A parte Parmalat, che è stata un’operazione fatta in casa, non sono mai riusciti a vendere qualcosa di rilevante. I tempi sono troppo lenti e poi c’è un problema di competenza. Recentemente ho assistito un gruppo inglese che voleva investire in un’azienda in amministrazione straordinaria gestita dal Mise, ma dal ministero non hanno fornito la due diligence e i bilanci in tempo utile, e il gruppo se n’è andato.