I grillini possono storpiare i nomi altrui, ma ai giornalisti dettano le parole da usare quando si parla di loro

I grillini possono storpiare i nomi altrui, ma ai giornalisti dettano le parole da usare quando si parla di loro

In principio era lo psiconano. Due offese in un solo soprannome per Silvio Berlusconi, un tempo bersaglio preferito di Beppe Grillo. Poi il blogger genovese ha ampliato il suo vocabolario. Rinominando, passo dopo passo, buona parte dell’establishment politico italiano. Complice la sua relazione privata, il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini è stato ribattezzato Azzurro Caltagirone. Il segretario Pdl Angelino Alfano si è trasformato nel Coniglione mannaro. Il massimo dirigente del Partito democratico Pier Luigi Bersani ha pagato la sua somiglianza con l’antagonista dei Puffi diventando Gargamella. Soprannomi tormentoni, spesso dalla macabra assonanza. È il caso del presidente del Consiglio Rigor Montis, ma anche del “non morto” Bersani (ancora lui). Nel personalissimo dizionario grillino non sono finiti solo leader politici, ma anche partiti. Come il Pdmenoelle. Epiteto riservato agli eredi di Ds e Margherita per sottolinearne la continuità ideologica con il Popolo della libertà.

Ormai non è più una novità: Beppe Grillo storpia i nomi dei suoi avversari politici. Ne ha fatto quasi un marchio di fabbrica dei suoi comunicati. In passato qualcuno si è scandalizzato e ha gridato allo scandalo. Qualcun altro – con uguale avversione – ha ricordato la somiglianza con l’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini. Movimento populista degli anni Quaranta che sul suo settimanale si divertiva a rinominare i leader politici contemporanei. «Calamandrei è chiamato Caccamandrei – ricorda Wikipedia – Salvatorelli diventa Servitorelli, Vinciguerra è Perdiguerra». Per non parlare di Fessuccio Parri e dei Demofradici Cristiani. 

Politicamente scorretti e magari poco originali, in realtà i soprannomi di Grillo rappresentano una forma di satira più che giustificata. E magari, di fronte agli appellativi più riusciti, ci scappa pure una risata. Almeno fino a ieri. Quando la lista civica Cinque Stelle Milano ha inviato a numerose redazioni un glossario cui attingere prima di trattare l’argomento Beppe Grillo. Insomma, una sorta di decalogo per fornire ai giornalisti i termini più corretti, e in alcuni casi «meno offensivi», per rapportarsi al fenomeno politico dell’anno. 

Alla faccia del povero Rigor Montis. Come raccontano diversi giornali oggi, il Movimento di Grillo ha fornito ai redattori il «nuovo glossario» perché «sempre più spesso, da oggi in poi, tratterete argomenti relativi al Movimento Cinque Stelle». Anzitutto l’Abc. Il Movimento non è un partito, i suoi esponenti non sono leader. Meglio «riferirsi al Movimento Cinque Stelle come a una forza politica e agli eletti come portavoce». Altri termini rischiano di essere solo «incompatibili e fuorvianti». Va bene parlare di Bersani come di un “non morto”, ma guai a definirli “grillini”. Parola «scorretta e anche un po’ offensiva, in quanto riduttiva e verticistica. Grillo è il megafono al nostro servizio e non il nostro leader. Noi siamo attivisti, gli attivisti del Movimento Cinque Stelle o, per brevità, Attivisti Cinque Stelle». Chi sa cosa ne pensa il Coniglione mannaro.