Mi consentoLa lectio magistralis del professor Monti ai partiti

La lectio magistralis del professor Monti ai partiti

Talvolta è stato proprio il suo tono cattedratico a infastidire. Quell’altezzosità, quel comportamento da primo della classe che non si attarda in beghe da cortile non sempre hanno giovato alla sua immagine. Almeno nel breve periodo. Anche perché, ricordiamolo, il passaggio dalla vita “europea” alla trincea italiana è stato brusco anche per lui, in pochi giorni catapultato alla guida di un Paese in piena tormenta. Si è reso così necessario un periodo di reciproco e fisiologico studio tra sé e gli italiani. Lentamente, ma progressivamente, il presidente del Consiglio ha cominciato a prendere dimestichezza con il ruolo, provando a sciogliersi, a concedersi qualche battuta ironica e persino tagliente; e gli italiani, in fondo, hanno via via preso confidenza con quell’uomo all’apparenza distante e glaciale ma che talvolta non disdegna un sorriso.

Oggi, dopo quasi un anno di governo, Mario Monti non si sente più un pesce fuor d’acqua. Anche perché è difficile non considerare positiva la sua azione di governo. Se solo pensiamo a dove eravamo lo scorso autunno, un sorriso non può che farsi strada sui volti della maggioranza degli italiani, probabilmente non tutti certo.

Ma torniamo a Monti. E a quello che ieri può essere considerato come il giorno della sua definitiva consacrazione, suggellata da un titolo quanto mai azzeccato del Foglio di oggi, “L’Internazionale montiana”, descritta da Stefano Cingolani. A Villa Madama Monti, davanti agli economisti del World Economic Forum, ha tracciato di fatto un consuntivo della propria attività di governo. Togliendosi qualche sassolino dalle scarpe. «Abbiamo fatto cose molto sgradevoli e spiacevoli, sia per chi le ha subite sia per chi le ha fatte. Eppure, anche se la percezione popolare di questo maledetto (sì, ha detto così, maledetto, ndr) governo non è rosea, il livello di gradimento è molto più elevato di quello dei partiti». E quindi il messaggio chiave: «Non crediate che non potete fare le politiche giuste perché altrimenti perdereste consensi». Poi c’è stata anche una stoccata a Tito Boeri («Non ha capito niente del processo delle riforme in Italia»), ma il punto è quello precedente, il messaggio ai partiti. Verrebbe da dire, ma lo accenniamo soltanto, in stile Steve Jobs. 

Ed è francamente difficile dare torto al presidente del Consiglio. In un anno lui e i suoi ministri hanno dimostrato che anche un diverso modo di porsi della politica è possibile. Lontano dalle baruffe, dalle liti da cortile con le quali ormai conviviamo da anni e che riaffiorano ogni qual volta affrontiamo mari non solcati dalla nave di governo.

Si badi bene, anche su questo giornale non sono mancate critiche all’operato di Monti. Responsabile, a nostro dire, di scelte spesso indirizzate esclusivamente al rigore e quasi mai orientate allo sviluppo. Come ad esempio il caso della rinuncia alla candidatura di Roma alle Olimpiadi (è proprio di questi giorni la notizia di come, invece, in Gran Bretagna i giochi olimpici siano stati di impulso per l’economia).

Il punto politico di ieri, però, è un altro. È la rivincita di Monti sui partiti. È quel passaggio: “Non crediate che le politiche giuste vi facciano perdere consensi”. Insomma, non è affatto detto, anzi è falso, che provvedimenti anche dolorosi non vengano poi compresi dagli italiani. Non andate alla ricerca di facili gradimenti attraverso slogan populistici e provvedimenti che potrebbero riportare il Paese sull’orlo del baratro.

Un discorso politico puro. Come ormai da tempo fa il nostro presidente del Consiglio. Un discorso che ancora una volta acuisce la differenza di toni e di stile tra la sua attività e il resto della politica italiana. Una vera e propria lectio magistralis. Dal proprio punto di vista, è giusto quel che scrive Peppino Caldarola, che serve andare alle elezioni subito, che il tempo del governo tecnico si è esaurito, che bisogna riconsegnare la parola alla politica. Ha le sue ragioni, è innegabile. Però è altrettanto comprensibile che a tante persone i polsi possano tremare al solo pensiero.

Questo cosa vuol dire? Che siamo un Paese immaturo incapace di badare a sé? È certamente presto per giungere a una simile conclusione, ma non si va così lontano dal vero quando si nota che in questi dodici mesi, mentre il Governo ha provato, riuscendoci, a risollevare le sorti dell’Italia, la politica pura ha cambiato troppo poco, per non dire per niente, le sue tristi abitudini.  

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