Nei bar di Harlem: “Non siamo gli scrocconi che dice Romney”

Nei bar di Harlem: “Non siamo gli scrocconi che dice Romney”

NEW YORK – È stato il dibattito che ci si attendeva 13 giorni fa a Denver, quando Obama apparve fiacco e Romney solido. Questa volta alla Hofstra University di Long Island, Obama ha dato battaglia, definendo più volte Romney un “flip-flopper”, un politico che cambia idea a seconda delle convenienze e spesso non dice la verita’.

«Obama gliele ha cantate, specie quando nel finale gli ha detto che il 47% degli americani, a differenza di quanto pensa lui, non è composto da scrocconi,» sbraita il barbiere Bob White mentre esce dal leggendario ristorante Sylvia’s di Harlem. «Si tratta di studenti, veterani, soldati, gente come noi che si fa il mazzo dal mattino alla sera». E anche l’insegnante Xiamara Robinson è entusiasta della prova del presidente: «Che botta gli ha dato a Romney quando gli ha ricordato che il suo piano è uno solo, ovvero tagliare le tasse ai ricchi come lui!». 

Qui ad Harlem il tifo era evidentemente a senso unico, tutto per Obama. Ma anche Romney se l’è cavata bene, a volte ha perfino preso il controllo della conversazione, usando lo stesso stile votato all’offensiva del primo dibattito. Alla fine il confronto è risultato una vittoria ai punti per Obama o un pareggio, ed entrambi hanno raggiunto in qualche misura il loro obiettivo.

Per Romney un buon dibattito significava mantenere il “momentum”, cioè il vento favorevole dopo l’ottima performance nel confronto televisivo precedente, senza incorrere in grosse gaffe o atteggiamenti troppo arroganti che rinforzassero lo stereotipo che gli è stato spesso affibiato dai suoi avversari, quello di milionario senza contatto con la realtà. E l’obiettivo è stato centrato, sia pura a volte si sia mostrato molto teso.

Obama, invece, voleva prendersi una rivincita per galvanizzare la base del partito, le schiere di volontari, motore della sua vittoria nel 2008 e spina dorsale della macchina elettorale obamiana anche in questa tornata. Volontari molto delusi dalla precedente prova incolore a Denver. Ma la sfida per il presidente era apparire più assertivo e pugnace senza risultare troppo aggressivo o irriverente. E Obama è riuscito nell’intento.

«Insomma», borbotta verso la fine del dibattito il programmatore Williams, «Obama ha detto chiaramente che Romney racconta quello che gli conviene, ha cambiato idea su tutto. Voleva chiudere le miniere, ora le vuole aprire. Vuol creare lavori in America ma quando era per l’outsourcing. Voleva limitare il possesso di armi e ora sta con la National Rifle Association [la potentissima lobby dei produttori di armi Ndr]. Era aperto sulla questione dell’aborto, ora è totalmente contro».

Il dibattito, che prendeva le mosse dalle domande non di giornalisti ma di elettori indecisi, si è giocato soprattutto con l’intento da ambo le parti di strizzare l’occhio all’elettorato femminile, il segmento demografico chiave per vincere le elezioni. Per mesi Obama su questo fronte staccava nettamente Romney, ma dopo il dibattito di 13 giorni fa c’è stata una decisa inversione di rotta verso il repubblicano.

Obama ha attaccato Romney sul tema dell’aborto. Gli ha rinfacciato di aver detto che, se eletto, vuole eliminare qualsiasi tipo di finanziamento dello Stato a Planned Parenthood, un’organizzazione senza scopo di lucro che presenta una gamma di servizi medici legati alla maternità tra cui anche l’interruzione di gravidanza.

«Le donne giocano un ruolo cruciale in quest’ultimo scorcio di campagna elettorale» ha commentato a Linkiesta, Melissa Miller, professoressa di Scienze politiche alla Bowling Green State University dell’Ohio. «Intanto le donne sono più degli uomini per il semplice fatto che in media vivono più a lungo. Poi hanno una propensione maggiore a recarsi alle urne. Saranno loro a decidere se il presidente starà al suo posto o se dovrà fare le valigie. Temi come quello dei fondi da erogare o meno a un’associazione come Planned Parenthood potrebbero essere dirimenti e far pendere la bilancia per l’uno o l’altro candidato a seconda che nello Stato i centristi siano più liberal o più conservatori, e le confessioni religiose abbiano più o meno voce in capitolo».

Centrale nella discussione oltre all’economia e alle politiche fiscali è stato anche l’attentato terroristico di Bengasi nel quale l’ambasciatore americano in Libia Chris Stevens ha perso la vita. Romney ha attaccato Obama per non aver detto subito che si trattava di un attacco terroristico, il che per Romney è lo specchio di una politica fallimentare in Medio Oriente. Obama, dal canto suo, ha anche criticato Romeny per aver aggredito il governo Obama sulla vicenda dell’uccisione dell’ambasciatore invece di far fronte comune in un momento difficile.

In generale c’è stata una sostanziale differenza rispetto al primo dibattito. In quella circostanza Obama sembrava abbacchiato, guardava spesso in basso e a tratti dava quasi l’impressione di essere infastidito dal confronto. Questa volta, invece, il presidente ha ritrovato lo smalto: appena riceveva i colpi dell’ex governatore del Massachusetts li restituiva con gli interessi. E il linguaggio non verbale lo ha confermato: occhi sempre rivolti verso Romney o verso chi gli aveva posto la domanda, anche favorito dal format del dibattito che permetteva ai due di moversi avanti e indietro sul palco.

Romney, però, non ha sfigurato. Come a Denver ha mostrato il suo lato moderato, è apparso preparato, insomma un leader credibile, almeno a parole. Le sue risposte più efficaci sono state quelle in cui ha ricordato, tenendosi sulle generali, che Obama ha avuto quattro anni per far ripartire l’economia ma i risultati non sono eccellenti, e se Obama dovesse restare al suo posto, i prossimi quattro potrebbero essere simili.

Vedremo nei prossimi giorni se questa buona prova del presidente gli consentirà di arginare l’inattesa rimonta di Romney partita proprio dal dibattito sottotono a Denver 13 giorni fa, in cui Obama in pratica risuscitò Romney in un frangente in cui i sondaggi lo davano in agonia.

La battaglia si gioca tutta negli Stati contesi, cioè in bilico tra il partito democratico e quello repubblicano, come per esempio la Virginia, la Florida e soprattutto l’Ohio. Nelle fasi finali le elezioni di questo Paese di 310 milioni di abitanti diventano estremamente locali, quasi una roba di quartiere.

«Karl Rove, lo storico stratega elettorale di George W. Bush nel 2004 battè il rivale John Kerry in Ohio convincendo la popolazione suburbana che abita nelle zone limitrofe alla strada I-40 nella zona centrale dello Stato ad andare alle urne» ha recentemente spiegato Evan Thomas, professore a Princeton e co-autore con il reporter politico Mike Allen dell’e-book Inside the Circus sulle recenti primarie repubblicane.

Obama e Romney si confronteranno di nuovo tra una settimana nell’ultimo dibattito presidenziale che si terra’ alla Lynn University a Boca Raton in Florida.