Obama risorge e attacca: è una vittoria ma solo a metà

Obama risorge e attacca: è una vittoria ma solo a metà

Obama cerca di spingere Romney sulla destra, di farlo vedere come un estremista ma più difende i suoi quattro anni alla Casa Bianca più l’avversario ha gioco nel dire che i prossimi quattro saranno uguali in termini di bassa crescita e alta disoccupazione. Obama è un altro uomo rispetto al dibattito del 3 ottobre, è più aggressivo, puntuale, non tiene più lo sguardo fisso sul terreno come l’altra volta ma dritto davanti a lui, sembra risorto.  Romney appare meno brillante della volta scorsa, perde l’occasione di vincere il confronto sulla Libia ma tiene bene il punto e si conferma un ottimo avversario nel confronto diretto. Alla fine o ha vinto il presidente o questa volta si può parlare di un pareggio (un sondaggio di Cnn dice che Obama ha vinto col 46% rispetto al 39% di Romney). E fra l’altro, nonostante il maniacale rispetto del format, Obama ha il 10% del tempo in più (44,04 minuti rispetto ai 40,5 minuti del rivale). Se poi al termine si siano stretti la mano, non si è visto.

Ad Hempstead, vicino a New York, i due candidati si sono ritrovati faccia a faccia davanti a un audience composta da un’ottantina di elettori indecisi. Due minuti a risposta, qualche domanda compiacente (come quella di un’elettrice che ha chiesto a Romney «qual è la differenza fra lei e Bush» e lui ha replicato «bella domanda» ma intanto non gli veniva la risposta), cravatta rossa da combattimento per l’inquilino della Casa Bianca e blu presidenziale per il miliardario repubblicano di discendenza messicana, il confronto è stato vivace, un vero match. I due si interrompevano, si davano del bugiardo, si incalzavano, gli ultimi scambi li hanno fatti stando entrambe in piedi. Romney ha cercato di evitare di essere spinto nell’angolo destro dall’arena politica sottolineando di «essere stato un missionario per la mia Chiesa per dieci anni» e che si occuperà «del 100% degli americani» cercando di allontanare quella frase sul 47% del paese che vive da parassita che Obama gli ha prontamente rinfacciato (altra cosa che non aveva fatto l’altra volta). Obama ha avuto qualche buona battuta («Romney dice di avere un piano in 5 punti ma è falso, ne ha uno solo: dare soldi ai ricchi») e cerca di mostrarlo in continuità con le disastrose politiche economiche dell’era Bush ma morire che dica qualcosa di preciso su come pensa di uscire dalla crisi. 

Che questo freddo avvocato di Chicago abbia ritrovato il suo passo rispetto all’uomo d’affari del Massachusets lo si vede da alcuni scivoloni del rivale ma soprattutto nel confronto sulla Libia, uno dei pochi punti di politica estera toccati nel confronto assieme all’attaggiamento da avere sulla Cina (di Israele invece non si è mai parlato). Romney dice che Obama ci ha messo troppo a definire «un attacco terroristico» l’assalto al consolato di Bengasi dove sono morti quattro americani fra cui l’ambasciatore Chris Stevens. Ma non era vero, un veloce controllo della trascrizione del discorso fatto nel giardino delle rose della Casa Bianca il giorno dopo a quei fatti (il 12 settembre) ha permesso di stabilire immediatamente che aveva ragione Obama a rivendicare di averlo fatto subito, a caldo (disse che «no acts of terror will ever shake the resolve of this great nation»). Se Romney avesse ben specificato che è nei giorni successivi all’attacco che quel termine («act of terror») non fu più usato avrebbe avuto ragione, ma ha sbagliato a impostare l’affondo e ha finito con l’alzare una palla al rivale. 

Lo scambio è utile per capire come sia andata questa volta con Romney che perde l’occasione per fare gol su un punto debole come la gestione di quella giornata e Obama che fa il gesto nobile di prendersene la responsabilità nonostante l’avesse già fatto Hillary Clinton. I temi più dibattuti sono stati quelli classici (occupazione, fisco, energia, diritti delle donne, scuola e controllo sulle armi), con entrambe che hanno promesso mari e monti in termini di riduzione del deficit e di creazione di posti di lavoro. Non è chiaro se Obama abbia vinto ai punti come dice il sondaggio di Cnn e come dicono molti su Twitter. Se vincere significa andare bene nel sondaggio al termine del match e non fare lo stoccafisso come l’altra volta, allora sì per stanotte l’impressione è questa. Alla fine mentre Michelle abbracciava calorosamente Obama, Ann è sembrata più fredda col consorte: forse il presidente è riuscito a fermare l’emorragia nei sondaggi.

Nella politica americana si scherza spesso dicendo che i democratici sono soprattutto avvocati e i repubblicani businessmen, cosa che rende le riunioni dei primi molto più lunghe e verbose di quelle dei più rapidi e sbrigativi rivali. E stanotte era Romney che in più occasioni è sembrato un verboso avvocato mentre quello efficace e rapido era Obama. Tuttavia il team di Obama rischia ancora grosso. Andando a vedere il resto del sondaggio di stanotte di Cnn fra chi ha guardato il dibattito è vero che vince Obama ma alla domanda chi governerebbe meglio l’economia il risultato si ribalta con il 58% che risponde Romney. Stessa cosa per il deficit (per il 59% il repubblicano lo gestirebbe meglio). E questo nonostante gli ultimi dati macro non siano stati così male, anzi. Ma la realtà di tutti i giorni resta difficile. Se poi si pensa che già poco dopo la loro nascita gli Usa avevano un numero di brevetti superiore a quello di molti altri paesi si capisce perché sapere innovare, rischiando, da queste parti è a maggior ragione un modo di fornire speranze. Terreno su cui Romney darà ancora filo da torcere.

Twitter: @jacopobarigazzi

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