Secessione pugliese, il Salento vuole diventare regione

Secessione pugliese, il Salento vuole diventare regione

All’ombra di un dibattito sull’accorpamento delle province voluto dal governo Monti, c’è anche chi lotta per dare vita a una nuova regione. Potrebbe sembrare una provocazione, visto il marciume che sta emergendo in queste settimane sulla mala-gestione di ingenti risorse da parte di tante istituzioni regionali. Ma, in particolare, alla luce dell’inconcludenza del regionalismo in salsa italiana. Perché la tragedia nazionale è certo rappresentata dal mare di soldi intascati o semplicemente sprecati dai tanti Fiorito che in lungo ed in largo per il paese inquinano le regioni italiane. Lo scandalo vero, però, risiede nel fatto che la presenza delle regioni, calata in una architettura istituzionale molto confusa e dall’alto di una pseudo-riforma «romana» – varata, nel 2001, dalla sola maggioranza di sinistra – , ha portato ben pochi benefici ai territori. Alle cui popolazioni, questo federalismo regionale senza capo né coda, fu venduto come la migliore ricetta per valorizzarne le peculiarità locali e responsabilizzare la classe politica, rendendola potenzialmente più vicina ai bisogni e alle aspirazioni delle comunità periferiche.

È in sostanza dal fallimento del regionalismo inaugurato con la scellerata riforma del 2001, che ha preso le mosse la battaglia, intrapresa due anni fa da Paolo Pagliaro, noto editore di tv e radio locali, e dal Movimento Regione Salento di cui è presidente. Una battaglia per dare vita alla regione Salento, comprensiva dei territori delle province di Lecce, Taranto e Brindisi, già oggetto, nel 2010, di una proposta referendaria, bocciata per rilievi formali dalla Corte di Cassazione. Corte di Cassazione che, con riferimento ad analogo e contestuale referendum per la costituzione del principato di Salerno, ha sollevato una questione di legittimità costituzionale di fronte alla Consulta, chiamata così a chiarire, per la prima volta nella storia repubblicana, come il «terzo delle popolazioni interessate» richiesto quale quorum per un referendum istitutivo di una nuova regione di cui all’articolo 132 della Costituzione, si riferisca alla popolazione complessiva della regione originaria e non solo a quella per la quale si promuove il referendum. Eliminando così ogni dubbio interpretativo, che si era in precedenza frapposto sulla strada di ipotesi referendarie per la creazione di nuove regioni.

L’obiettivo di fondo del Movimento Regione Salento è di sanare una storica ferita, che si consumò il 29 dicembre 1947 dinanzi all’Assemblea Costituente. In quella sede il progetto di creare una regione salentina autonoma sfumò in una bolla di sapone e prevalse un disegno contrario, firmato dal leccese Aldo Moro e sottoscritto da Togliatti, al cui centro vi era uno scambio di favori tra i due, che culminò nella soppressione del progetto istitutivo della regione Salento e di quello per dar vita alla regione Romagna.

«Il Salento – spiega Pagliaro – è un territorio straordinariamente ricco, oltreché omogeneo sotto il profilo storico, culturale, economico e sociale…lo dicevano Don Sturzo, Gaetano Salvemini e tanti altri intellettuali del Novecento che questa è una Regione naturale…ma questo regionalismo, incentrato, nel nostro caso, su un miope Bari-centrismo, ha finito per tarpare le ali alle legittime aspirazioni del popolo salentino di vedere riconosciute e valorizzate le proprie eccellenze storiche, culturali, economiche, paesaggistiche…si consideri che oltre il 60 per cento delle risorse regionali finiscono a Bari; per giunta, con il pastrocchio del Governo Monti relativo, da un lato alla poco coraggiosa «riorganizzazione» delle province in luogo della loro necessaria eliminazione e dall’altro alla creazione delle città metropolitane, la marginalizzazione del Salento rischia di essere ancora più pesante».

Numeri alla mano, il peso economico del Salento è di tutto rispetto. Nel «tacco d’Italia» si realizza il 43,2 per cento della ricchezza prodotta dalla Puglia ed è presente circa il 44 per cento del reddito disponibile. Le province di Lecce, Taranto e Brindisi danno lavoro a poco meno del 44 per cento degli occupati in regione ed ospitano il 41 per cento delle imprese. Senza considerare che il Salento attrae quasi il 50 per cento dei 3,1 milioni di turisti che villeggiano in Puglia.

«A supporto dello sviluppo delle potenzialità salentine – si infervora Pagliaro – le politiche regionali sono da sempre assolutamente insufficienti e anche Vendola, nella cui squadra annovera solo quattro rappresentanti dell’area jonico-salentina e addirittura sette assessori esterni tutti baresi, è il degno interprete di una storica disattenzione verso le ragioni del Salento: la spesa pro-capite per i cittadini baresi è di 1,45 euro, mentre per gli abitanti del resto del territorio regionale di soli 14 cent; nel piano dei trasporti 950 milioni dei 1400 disponibili sono drenati per la stazione di testa dell’alta capacità di Bari, con il risultato che l’alta velocità, al pari dell’autostrada, si fermerà a Bari; gli investimenti sui porti, poi, sono stati concentrati sulla realizzazione di un nuovo porto a Bari, nonostante l’opportunità di potenziare quelli di Brindisi e di Taranto per intercettare il mercato delle crociere e aumentare il traffico merci; per non parlare del fatto che il piano dei porticcioli è fermo in Regione da diversi anni».

«Se ci fosse una cabina di regia in Salento – sentenzia Pagliaro – la musica sarebbe diversa». L’obiezione è però che una operazione di questo tipo – sposata peraltro da Adriana Poli Bortone, leader di Io Sud, che ha presentato in merito un ddl – determinerebbe una spesa aggiuntiva per le già esangui casse statali. «Al di là del fatto che elaborazioni molto precise dimostrano come sussista una solida base economico-sociale su cui innestare l’istituzione della Regione Salento e assicurare la sua operatività in piena autonomia programmatica e decisionale, la nostra proposta – precisa il presidente del Movimento Regione Salento – non è fine a se stessa e si inserisce in un progetto più ampio di revisione strutturale dell’attuale regionalismo teso a renderlo davvero funzionale agli interessi dei territori e coerente con le rispettive vocazioni».

La proposta del Movimento Regione Salento consiste essenzialmente nella creazione di 30 regioni e nella contestuale eliminazione delle province, nonché di 6.500 enti inutili che, come noto, compongono il nutrito sottobosco della politica. «Si tratta di un progetto ambizioso – confessa Pagliaro – ma questa è la via riformatrice e non quella indicata con scarsissima audacia dal governo Monti, per ridurre fino al 60 per cento la spesa pubblica e dare origine ad un regionalismo nuovo: fondato su territori di dimensioni ottimali, omogenei, ognuno con la propria spiccata identità, culturalmente ed economicamente integrati, come è il Salento appunto e che rappresentino la spina dorsale di un modello virtuoso di governance della cosa pubblica».

Stando alle simulazioni del Movimento Regione Salento, la nascita della regione Salento porterebbe con sè l’eliminazione di 98 consiglieri provinciali, 32 assessori, 3 presidenti provinciali, 3 difensori civici, di una moltitudine di società partecipate, enti di sottogoverno, Ato, Agenzie e Fondazioni varie per far posto a 21 consiglieri regionali (oggi i Salentini in regione sono ben 31), 6 assessori e un Presidente.

La strada per la creazione delle Regione Salento è naturalmente in salita. Nonostante l’efficace attivismo del Movimento Regione Salento, le adesioni trasversali all’iniziativa giunte da esponenti politici pugliesi di primo piano – tra cui spicca il nome di Francesco Schittulli, influente presidente della provincia di Bari, che ha sposato appieno il progetto del Movimento Regione Salento e ha più volte espresso la necessità che la Puglia sia divisa in due Regioni: la Regione Salento (Brindisi-Lecce e Taranto) e la Regione Federiciana (Bari, Foggia e Bat) – e ben 72 dei 146 comuni delle province di Lecce, Brindisi e Taranto si siano espressi a favore del progetto. Pesano gli scandali alla Regione Lazio e le inchieste che rischiano di travolgere molte altre regioni, ma soprattutto il fatto che il coacervo di poteri forti e interessi Bari-centrici, addentellati a funzionari e dirigenti della Regione Puglia, ancora di più che ai politici di turno, continuerà a lavorare contro la possibilità di vedere nascere la regione Salento.

Prima ancora che il popolo salentino si debba pronunciare su un possibile nuovo referendum, del tema, con ogni probabilità, sarà il prossimo Parlamento ad occuparsi. Dove, c’è da scommettere, siederanno anche gli agguerriti rappresentanti del Movimento Regione Salento. Una formazione, questa, che in poco più di due anni di attività politica ha imposto sulla scena mediatica e nell’agenda politica il tema della regione Salento, acquisendo consenso popolare crescente, testimoniato pure dai buoni risultati conseguiti nell’ultima tornata di amministrative a Lecce, Brindisi e Casarano.

Rispetto a future alleanze in chiave elezioni politiche, Pagliaro ci tiene a sottolineare come «il movimento, espressione della società civile, sia aperto, come lo è sempre stato, al dialogo con le altre forze politiche. Conditio sine qua non è però la condivisione del progetto complessivo di ristrutturazione del regionalismo sul modello dell’Europa delle Regioni, nel quale il Salento, come la Romagna e altri territori possano finalmente esprimere le proprie potenzialità con strumenti di rappresentanza davvero efficaci ed economicamente virtuosi». 

Miss Regione Salento

Per approfondire:

Infografica – Tutte le piccole patrie immaginarie lungo la Penisola

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