“Spariti 20 milioni”, processo al magistrato accusato di peculato

“Spariti 20 milioni”, processo al magistrato accusato di peculato

Alfredo Ormanni era divenuto celebre nel giugno del 1996 per avere promosso e coordinato da capo della Procura di Torre Annunziata l’inchiesta “Cheque to Cheque”, relativa a una presunta e gigantesca organizzazione criminale dedita al traffico di armi, materiale radioattivo, oro e titoli di credito, nonché a operazioni capillari di riciclaggio a livello internazionale. Un’indagine scaturita dalle rivelazioni di un faccendiere legato al servizio segreto militare italiano, e che aveva coinvolto personaggi eccellenti come il leader nazionalista russo Vladimir Zhirinovski, accusato di compravendita del metallo raro utilizzato per costruire centrali termonucleari, l’arcivescovo di Barcellona Ricardo Maria Charles, indagato per intermediazione valutaria abusiva compiuta attraverso la banca vaticana, il capo della loggia P2 Licio Gelli e suo figlio Maurizio, oltre ad affaristi e imprenditori europei e africani. Figure che sembravano aprire piste investigative e ipotesi di lavoro su un’ampia gamma di misteri, tra cui l’assassinio di Ilaria Alpi e la strage di Loockerbie. Nel lavoro degli inquirenti vennero investite enormi risorse professionali e finanziarie. Ma quando giunse all’attenzione del giudice per le indagini preliminari, dopo anni di perquisizioni, intercettazioni, sequestri per miliardi di lire, l’inchiesta fu interamente archiviata poiché i suoi risultati si erano rivelati privi di consistenza. E così quella che era partita come l’indagine di fine secolo finì nel dimenticatoio.

A distanza di 16 anni l’inchiesta torna di attualità, sia pure indirettamente, nelle aule del Tribunale penale di Roma. E precisamente nella decima Sezione dibattimentale, dove da molto tempo è in corso un processo che vede implicato anche il magistrato campano, oggi in pensione. Al centro della complessa vicenda che lo vede imputato accanto all’ex cancelliere capo degli uffici giudiziari di Torre Annunziata Domenico Vernola, all’ex maresciallo dei Carabinieri di Vico Equense Enzo Vacchiano, e a una trentina di funzionari e appartenenti alle forze dell’ordine del distretto, vi è l’ipotesi di un’appropriazione illegittima di quasi 20 milioni di euro pubblici. All’ex magistrato viene contestato il reato di concorso in peculato, per avere autorizzato con la propria firma la redazione di 181 falsi mandati di pagamento concernenti numerose attività investigative tra cui la stessa “Cheque to cheque”, con l’obiettivo di riscuotere significativi rimborsi spese. 

Il procedimento giudiziario in corso nella Capitale è l’ultimo e più rilevante filone di una storia nata esattamente dieci anni fa, quando gli ispettori del ministero di grazia e giustizia guidati da Arcibaldo Miller scoprono grossi ammanchi di cassa nei registri contabili della Procura. È in quel momento che il magistrato e il cancelliere vengono iscritti nel registro degli indagati con le accuse di peculato e falso. Gli investigatori, all’epoca diretti dal pm capitolino Luca Palamara, scoprono una mole impressionante di falsi attestati di pagamento, accrediti miliardari per consulenze fittizie, intercettazioni illegali relative a un unico procedimento penale. Tutte le operazioni, secondo gli inquirenti, sono realizzate dai vertici giudiziari e amministrativi di Torre Annunziata, promosse a loro nome e con la loro piena e diretta responsabilità. Le risorse economiche ricavate grazie al meccanismo fraudolento sarebbero state utilizzate per regalare auto di lusso, costose trasferte fuori sede e viaggi da sogno, a giudici, cancellieri, impiegati, ufficiali di polizia investigativa. Questi ultimi vengono incriminati per riciclaggio e ricettazione. 

A questo punto però il processo si scorpora e si divide in tre direzioni. Ed è necessario ricordare che dalle imputazioni di abuso d’ufficio e intercettazioni illegali Ormanni è stato assolto. A fotocopiare i decreti di registrazione telefonica e ambientale per giustificare attività mai svolte e incassare un importo di oltre 320 mila euro, fu Vernola, condannato in appello a quattro anni già scontati. Resta in piedi il terzo procedimento, che vede i due massimi responsabili dell’ufficio accusati di falsità materiale e concorso in peculato. Un iter giudiziario lunghissimo e travagliato, in corso da oltre sei anni a causa dei ripetuti cambiamenti nel collegio giudicante. E che dopo quattro annullamenti e altrettante riprese, proprio mentre si avvicina l’ora della verità, rischia di finire in prescrizione. La deadline è fissata infatti per il 2014. Nel lungo arco di tempo la Corte dei conti ha avuto la possibilità di promuovere un giudizio contabile chiedendo all’ex magistrato un risarcimento di 90mila euro, 320 mila euro al cancelliere. Ma la decisione arriverà solo all’indomani della sentenza penale. 

Verdetto che ruoterà proprio attorno al ruolo giocato dal procuratore nella messa in atto del disegno criminoso. Gli accertamenti effettuati dagli ispettori di Via Arenula e trasmessi al Consiglio superiore della magistratura fecero luce su “evidenti irregolarità nella gestione di una macchina giudiziaria decisamente anomala e a tratti illegittima”. Ma se sul piano amministrativo il cancelliere Vernola appare come la figura nevralgica nel disporre del denaro e nell’elargire favori di varia natura, è tutta da valutare la posizione del principale responsabile giuridico della Procura. Secondo la tesi dell’accusa, fu Ormanni ad accentrare senza motivo su di sé e sulla sua segreteria tutte le liquidazioni per le spese di giustizia, e a fornire con la sua firma il placet e il via libera all’intreccio di irregolarità architettate dall’alto funzionario. Attorno al quale ruotavano i privilegi di cui avrebbero beneficiato anche il procuratore e la sua famiglia: un parco auto prestigioso e un pacchetto gratuito di 23 viaggi in ogni parte del mondo. 

Firme e regalie rappresentano per l’accusa fattori rilevanti per dimostrare la responsabilità del magistrato. Ma sugli stessi elementi promette battaglia il suo difensore. Ettore Stravino, avvocato di lungo corso del foro partenopeo, spiega perché il suo assistito “è assolutamente estraneo alle imputazioni e semmai parte lesa di una vasta operazione di peculato realizzata dal cancelliere della Procura con le armi dell’inganno e del falso”. Le sigle di Alfredo Ormanni in calce ai documenti fraudolenti sarebbero state ottenute in maniera capziosa, inserendo i moduli di pagamento all’interno della posta ordinaria che ogni giorno veniva vistata dal giudice, e falsificandone la firma quando era lontano dalla propria sede. E i regali ricevuti da Vernola sarebbero stati in realtà tutti regolarmente pagati dal magistrato, “che usufruì di agevolazioni nell’acquisto grazie ai rapporti del fratello del cancelliere con alcune case automobilistiche”. Animato da spirito battagliero, il legale è intenzionato a smantellare ogni tassello dell’impianto costruito dai pm capitolini. A partire dall’udienza prevista giovedì, quando verranno ascoltate le testimonianze di numerosi colleghi di Ormanni, a lungo attivi e impegnati negli uffici giudiziari della provincia di Napoli. Sarà l’ennesima tappa di una storia processuale forse destinata a restare senza risposta.