
BRUXELLES – Due notizie negative in due giorni per l’industria italiana, che non gode di salute troppo robusta di questi tempi: meno fondi Ue per l’innovazione e via libera ai negoziati tra la Commissione Europea e il Giappone per un accordo di libero scambio.
Partiamo da quest’ultima, che è di oggi e che già ha acceso roventi polemiche soprattutto nel settore più esposto: quello automobilistico, soprattutto per i costrutti di vetture di cilindrata medio-piccola (leggi Fiat, Peugeot/Citroën e Opel).
Non a caso proprio Italia e Francia avevano a lungo puntato i piedi prima di arrivare a questo mandato negoziale, che oggi, dopo oltre un anno di lunghe discussioni, è stato invece approvato all’unanimità dai ministri competenti per il Commercio Esteri dei 27 stati membri. Già a giugno il premier Mario Monti, convinto liberista e avverso a qualsiasi cosa puzzi di “protezionismo”, aveva in effetti dato il suo assenso di massima.
Secondo la Commissione Europea l’accordo potrebbe allargare all’Unione Europea le porte del mercato nipponico, con un impatto pari allo 0,8% del pil Ue, un aumento delle esportazioni verso il Giappone del 32,7% a fronte di un aumento di quelle nipponiche in senso contrario del 23,5%, creando in Europa 420.000 nuovi posti di lavoro.
La Commissione ammette però che se nel 2011 le esportazioni Ue verso il paese asiatico hanno toccato quota 49 miliardi (per lo più in settori come macchinari e attrezzature per i trasporti, prodotti chimici e agricoli), il Giappone ha a sua volta esportato nell’Ue merci per un valore di 67,5 miliardi. Uno squilibrio che diventa drammatico se si guarda al settore auto: secondo dati industriali diffusi dall’Acea nel 2011, l’Ue esporta annualmente 150.000 auto verso il Giappone (per un valore di 3,5 miliardi di euro), contro le 850.000 nipponiche in senso contrario (11 miliardi di euro).
I costruttori già si leccano le ferite per gli effetti, per loro pessimi, dell’accordo di libero scambio Ue-Corea del Sud già in vigore: lo scorso anno le esportazioni sudcoreane di auto verso l’Ue hanno visto un incremento del 40%, contro il 13% nel senso contrario. Oltretutto la parte del leone dell’aumento degli export europei in Corea del Sud tocca alle due marche di lusso tedesche Bmw e Mercedes, a tutto svantaggio delle “piccole” di marchio Fiat, Peugeot, Renault o Opel.
Non a caso poche settimane fa Sergio Marchionne, in qualità di presidente dell’Acea, l’associazione dei costruttori d’auto europei, aveva dichiarato che «non è questo il momento di fare nuovi accordi di libero scambio». Non è bastato che il mandato negoziale includa adesso il settore auto tra i settori sensibili, tutelato da una clausola di salvaguardia contro un eccesso di importazioni, tra le ragioni per cui Italia e Francia alla fine hanno detto sì. Infatti anche oggi l’Acea ha emesso un durissimo comunicato in cui il segretario generale Ivan Hojac parla di un «accordo a senso unico» per l’industria automobilistica europea. Hojac cita «studi indipendenti» secondo i quali con questo accordo le esportazioni di auto europee verso il Giappone aumenterebbero di appena 7.800 unità per il 2020, contro un incremento di 443.000 nel senso contrario. Risultato: 73.000 posti di lavoro a rischio in Europa.
Val la pena notare, però, che se l’industria dell’auto europea protesta, non va così in altri settori. Ad esempio l’agricoltura, l’alimentare, i chimici, i servizi, i macchinari. Il Giappone ha dovuto promettere che davvero aprirà molto più il suo mercato, per ora il più chiuso di tutti i paesi Ocse. Tra i problemi principali, le cosiddette “barriere non tariffarie”, come ad esempio standard di sicurezza usati come pretesto per rifiutare merci, dai treni ad alta velocità a vari tipi di auto, o la quasi chiusura agli stranieri per le gare d’appalto.
In questi mesi il Giappone ha promesso di pubblicare le gare d’appalto anche in inglese, ha tolto il bando della carne di manzo europeo, ha elargito concessioni per l’importazione di liquori europei. «Abbiamo visto veri progressi in questi mesi», ha assicurato il commissario europeo al Commercio, Karel De Gucht. Il quale ha comunque assicurato di esser pronto a «staccare la spina» se Tokyo non manterrà le sue promesse.
E poi, c’è l’altra notizia non positiva per l’Italia. Ieri, la Commissione Industria del Parlamento Europeo ha approvato come posizione dell’Europarlamento per il negoziato con il Consiglio Ue sul programma quadro di ricerca settennale (2014-2020) Horizon 2020 il testo proposto dal popolare tedesco Christian Ehler che peggiora i finanziamenti comunitari per ricerca e innovazione. Un punto particolarmente sensibile per l’Italia, cronicamente indietro (sia pure con lodevoli eccezioni) proprio nell’innovazione soprattutto nelle alte tecnologie, anzitutto per problemi di fondi.
La proposta originaria della Commissione Europea prevedeva per tutti gli attori (università, centri di ricerche, piccole e medie imprese e industrie) la copertura del 100% delle spese per la ricerca e il 70% per l’innovazione, e del 20% delle spese indirette (elettricità, telefoni, viaggi e simili). Una soglia bassissima, quest’ultima, contestata da Business Europe (la confederazione delle Confindustrie dei vari paesi Ue), secondo per i rimborsi delle spese indirette si doveva ritornare ad almeno il 30%. Il Consiglio l’aveva alzata dal 20% della Commissione al 25%.
E invece Ehler – in nome della promozione di università e piccole e medie imprese – ha del tutto ignorato le proteste, e ha fatto passare, un altro modello, doppiamente penalizzante per l’industria: il 100% delle spese diretta per la ricerca va solo a Università, centri di ricerche e Pmi, per l’industria si scende al 70% (quella per l’innovazione resta al 70% per tutti). E per le spese indirette si riporta tutto al 20%. «A queste condizioni – dice una fonte europarlamentare italiana – per l’industria, soprattutto quella nostrana, non ci sono più stimoli per ricerca e sviluppo». Proprio quello di cui l’Italia ha disperatamente bisogno per ritrovare competitività.