È guerra sul budget Ue e Monti “il peacemaker” ancora una volta media

È guerra sul budget Ue e Monti “il peacemaker” ancora una volta media

BRUXELLES – L’unica certezza è che per ora tutto (o quasi) è come da previsioni. Il bilancio europeo doveva essere terreno di scontro e così è stato. La discussione sul Multiannual financial framework 2014-2020 (Mff) è iniziata subito con la netta posizione del Regno Unito. Il premier britannico David Cameron ha ribadito che, se tutti i Paesi dell’Unione europea sono impegnati in un significativo consolidamento fiscale, è doveroso che anche a livello comunitario si faccia un passo indietro. Mentre Angela Merkel al suo arrivo ha subito chiarito che un accordo sul budget potrebbe non essere possibile questa settimana e che ci sia la possibilità di un secondo vertice Ue per sbloccare la situazione. A mediare, stando a ciò che è emerso finora, sarà ancora una volta il presidente del Consiglio Mario Monti. Da un lato, con l’obiettivo di evitare l’ennesima figuraccia europea. Dall’altro, con il chiaro intento di portare acqua al mulino italiano, ovvero soldi.

All’inizio il budget europeo dal 2014 al 2020 doveva essere di 1.033 miliardi di euro. In pratica, quanto emesso dalla Banca centrale europea (Bce) sui mercati finanziari fra la fine del 2011 e l’inizio del 2012 sotto forma di finanziamento triennale. Poi, dopo le pressioni di Regno Unito, Germania e altri Paesi, come la Svezia, il presidente del Consiglio Ue, Herman Van Rompuy, ha deciso di tagliare il budget di 80 miliardi di euro. Sforbiciate generalizzate su tutti i settori, dalla coesione alla ricerca, passando per l’agricoltura tanto cara a Roma e Parigi. E non è escluso che ci siano altri tagli. Come spiega una fonte diplomatica tedesca, non bisogna però pensare che sia tutta colpa di Regno Unito e Germania. «È chiaro che per uscire da questa crisi non possiamo pensare di spendere più di quanto incassiamo. Il tempo della spesa è finito», ha detto a Linkiesta. Parole che sembra abbiano convinto, seppur informalmente, anche la Commissione europea. Nessun passo indietro, invece, da Paesi che non adottano l’euro come valuta. L’idea si può riassumere con le parole di un funzionario polacco: «Non vediamo perché dobbiamo rimetterci noi, quando la crisi è la vostra».

In mattinata, già il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, si era mostrato realista di fronte ai cronisti. «Non è possibile che i tagli alla bozza iniziale del budget Ue siano inferiori a 75 miliardi di euro», ha detto a Bloomberg senza troppi giri di parole. In sostanza, non ci sono abbastanza fondi per accontentare tutte le richieste che finora sono state avanzate dai 27 Paesi dell’Ue. E come ribadisce un funzionario diplomatico finlandese a Linkiesta, «nessuno deve pensare di poter ottenere tutto ciò che ha chiesto, i tempi non sono quelli della spesa».

È in questo clima schizofrenico e carico di egoismi nazionali che si sta giocando la partita cruciale per il futuro dell’Europa, sempre più divisa fra austerity e crescita. La diplomazia è al lavoro per cercare di dare una risposta agli euroscettici. Ma anche per dare un segnale di unità di fronte agli investitori internazionali già stizziti dal mancato accordo sulla Grecia durante l’ultimo Eurogruppo. «Non è possibile che non si raggiunga un accordo sul bilancio questo vertice», commenta una fonte diplomatica. In effetti, oltre al fattore della reazione dei mercati di fronte all’ennesima incertezza dell’Ue, c’è anche un aspetto pratico: nessuno dei delegati vuole che si finisca come negli ultimi vertici, ovvero all’alba.

Come nelle occasioni precedenti, è il presidente del Consiglio che vuole assumere il ruolo di mediatore. O, come lo ha definito ironicamente un diplomatico britannico, «un peacemaker». Lo aveva già fatto nel summit dello scorso giugno e in quello di ottobre. Il compito, questa volta, è più difficile. Da un lato ci sono Paesi che hanno espressamente affermato che porranno il veto sulla bozza di bilancio di Van Rompuy, come Regno Unito, Svezia e Olanda. Dall’altro ci sono le nazioni che, per i più diversi motivi di interesse soggettivo, hanno minacciato di porre il veto sul bilancio 2014-2020. Fra queste l’Italia che ieri, per voce del ministro degli Affari Ue Enzo Moavero Milanesi, ha detto che avrebbe posto il veto se la bozza finale del budget non fosse stata abbastanza equa. Un concetto ribadito da Monti anche all’arrivo a palazzo Justus Lipsius, nel quale ha sottolineato come l’Italia, più di altri Paesi europei, ha adottato sacrifici per il consolidamento fiscale negli anni a venire.

In realtà, l’impressione che si ha sentendo gli sherpa italiani è che alla fine un accordo sarà trovato. Forse già nella lunga notte di Bruxelles. Nessuno vuole arrivare a un rimando al prossimo anno, specie considerando tutti gli altri dossier aperti. È per questo che Monti è arrivato con altri tre esponenti del governo. Oltre a Moavero, anche il ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca e il ministro dell’Economia Vittorio Grilli. Il target è chiudere quanto prima possibile, con il miglior risultato possibile. Stando al clima con cui sono iniziate le riunioni bilaterali, quello di Roma è forse un obiettivo troppo ambizioso.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

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