Fumata nera sul budget UE, è ancora tutti contro tutti

Fumata nera sul budget UE, è ancora tutti contro tutti

BRUXELLES – Il rischio dell’ennesimo nulla di fatto era elevato. E così è stato. La prima giornata di negoziazioni sul Multiannual financial framework 2014-2020 (Mff), il bilancio dell’Unione europea, è finita all’improvviso. Colpa delle troppe spaccature all’interno dei 27 Paesi, divisi fra chi vuole spendere di più e chi invece punta su una versione ridotta del budget, in linea con il processo di consolidamento fiscale che hanno approvato diverse nazioni dell’eurozona. Il rischio di un deragliamento delle trattative entro questo weekend è però elevato. Ma c’è forse una soluzione che potrebbe andare bene a tutti e sarebbe utile per salvare la faccia: trovare un’intesa di base in questo weekend per poi continuare il discorso a febbraio o marzo 2013.

Dopo una giornata passata a discutere, l’unica certezza è stata la nomina, peraltro molto discussa, di Yves Mersch come membro del direttivo della Banca centrale europea (Bce). Tutto il resto, è fermo ancora alla proposta formulata dal presidente del Consiglio Ue, Herman Van Rompuy, nei giorni scorsi. In tempo di austerity, i tagli dovevano esserci. Dalla primissima bozza di budget europeo, a cura della Commissione Ue, che valeva 1.093 miliardi di euro, si è passati a sforbiciate per una cifra compresa fra i 75 e gli 80 miliardi nella seconda bozza, quella di Van Rompuy. E infatti si è arrivati a 80,7 miliardi di euro di tagli rispetto al bilancio iniziale, per complessivi 1.012 miliardi (considerando anche i 40 miliardi di fuori bilancio). Eppure, la Germania di Angela Merkel, unita con l’asse voleva di più. Voleva tagli per ulteriori 60 miliardi di euro. Probabilmente, spiegano fonti diplomatiche, si arriverà a circa 100 miliardi di euro di tagli complessivi. «Un modo per accontentare tutti, anche se il problema è dove tagliare», spiega un funzionario diplomatico francese a Linkiesta.

Sono i singoli capitoli di spesa che sono il nodo di tutte le discussione. Se già è difficile mettere d’accordo i 17 Paesi che compongono l’eurozona, figuriamoci parlare del budget fra 2014 e 2020. Di fronte a Germania, Regno Unito, Austria, Svezia, Finlandia e Paesi Bassi, che vogliono più austerity, si sono trovati tutti quei Paesi che sono fuori dalla moneta unica e che quindi reclamano più soldi per sostenere la loro crescita. Fra questi, la Polonia, che non ha arretrato di una posizione di ricevente netto. Al contrario, tutti i contributori netti (fra cui Regno Unito, Italia, Germania e Francia, per circa 27 miliardi di euro) hanno cercato di puntare su un migliore equilibrio della spesa pubblica. «Siamo in recessione, non possono pretendere che si spenda di più rispetto al settennato 2007-2013», ha detto senza troppi giri di parole un funzionario diplomatico italiano, visibilmente irato.

La negoziazione è andata avanti tramite i vertici bilaterali fino alle 23, orario in cui Van Rompuy ha chiamato a raccolta i leader europei per il meeting vero e proprio. E in questo caso, come ha spiegato lo staff del fiammingo, si è voluto cercare di non modificare quanto già fatto fino ad allora. «Il punto è che tutti devono fare un passo indietro, per trovare una soluzione di compromesso», hanno riferito gli sherpa del Consiglio europeo. Ed è per questo che la tela diplomatica che gli sherpa stanno tessendo punta a un accordo di massima sul budget entro questo weekend. «Bisogna capire che, nonostante si debbano ascoltare le opinioni di tutti, alla fine bisogna sforzarsi di trovare un’intesa», ha detto una fonte diplomatica finlandese. Infatti, Van Rompuy ha deciso di bloccare i lavori per lasciare a tutti i leader il tempo di riflettere sull’ultima bozza del budget.

Di mediazione il ruolo dell’Italia, che si è confermata una delle nazioni più diplomatiche da questo punto di vista. E non è un caso che durante i lavori del pomeriggio un diplomatico britannico abbia detto a Linkiesta di considerare il presidente del Consiglio italiano un «peacemaker». Il problema, purtroppo, è che così rischia di passare in secondo piano la richiesta principale di Roma, ovvero una maggiore equilibrio in tutte le voci di spesa per evitare di penalizzare i Paesi che stanno già consolidando le loro finanze pubbliche.

La nota più significativa della notte di Bruxelles? L’ha notata Luke Baker di Thomson Reuters: secondo la proposta di Van Rompuy lo staff dell’Unione europea dovrà lavorare 40 ore alla settimana, invece che le attuali 37,5, con lo stesso salario. In tempi di austerity, è il segno di quanto sia profondo il cambiamento che l’Ue dovrà affrontare nei prossimi anni. 

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria