I veleni dell’Ilva e gli amici della famiglia Vendola in procura

I veleni dell’Ilva e gli amici della famiglia Vendola in procura

Anche gli elementi sembrano averlo capito. La tromba d’aria abbattutasi sullo stabilimento dell’Ilva di Taranto prosegue la sua folle corse verso le sponde della città di Bari. Come se, con la forza icastica della metafora, volesse ricordare il destino congiunto, in una matassa di responsabilità sovrapposte, di una classe dirigente in pieno stallo. E forse spazzare, oltre le distanze, quel nugolo – come ricorda Francesco Clemente – di doppi giochi, mosse in superficie, relazioni equivoche tra politica e potere economico. A Bari, in queste ore, non tira una buona aria. E non solo per i fumi dell’Ilva. Questo Nichi Vendola lo sa.

Le si chiamino coincidenze o, se del caso, malasorte, ma le scorse settimane hanno rappresentato per il governatore pugliese un groviglio di preoccupazioni, di fastidi. Non ultimo il clima di veleni, di vendette, più o meno consumate, e di odi incrociati, che si sta da tempo consumando nell’Ufficio della Procura del capoluogo regionale.

Dopo l’assoluzione del leader di Sel del 31 ottobre scorso, il clima che si respira tra i corridoi di via Nazariantz, sede, appunto, della Sezione Penale del Tribunale, è quello della resa dei conti tra i pubblici ministeri Desiree Digeronimo e Francesco Bretone, che avevano chiesto per Vendola la condanna a 20 mesi per concorso in abuso d’ufficio in merito alla nomina di un primario dell’ospedale San Paolo di Bari, e il gup Susanna De Felice, che alla fine dello scorso mese aveva mandato assolto il governatore, con la formula piena del “fatto non sussiste”.

La storia non è finita lì, anzi proprio da quel giorno prende le mosse. Infatti, in una missiva-esposto riservata, inviata al procuratore generale di Bari, Antonio Pizzi, al procuratore della Repubblica, Antonio Laudati, e all’aggiunto Giorgio Lino Bruno, i due pubblici ministeri sollevano insistenti dubbi sull’imparzialità del gup De Felice, sottolineando la sua – a detto loro – comprovata amicizia con la sorella del governatore, Patrizia. E proprio in virtù di questo rapporto avrebbe dovuto astenersi dall’istruire e trattare il procedimento.

«Già prima del processo – scrive la coppia di pm e riporta Gian Marco Chiocci su Il Giornale – eravamo a conoscenza che la dottoressa De Felice fosse amica della sorella di Vendola, Patrizia. Le lega una amicizia diretta, sia la frequentazione di amici in comune quali il collega e attuale senatore Gianrico Carofiglio e la moglie dottoressa Pirrelli, sostituto di questo ufficio, entrambi amici stretti di Patrizia Vendola, vedi intervista del dottore Carofiglio che si allega». E in effetti nell’intervista allegata dagli inquirenti, rilasciata a Repubblica nell’aprile del 2009, senza alcuna remora, lo stesso ex magistrato, oggi senatore del Pd e scrittore, sottolinea il legame di amicizia che lega, lui e la moglie, il pm barese Pirrelli, alla sorella di Vendola. Ed è proprio la Pirrelli, moglie di Carofiglio, e amica di Patrizia Vendola, la pm impegnata nelle indagini sulla pubblica amministrazione locale, giunte Vendola ed Emiliano, amico di infanzia e collega del marito Carofiglio, incluse.

«Sta di fatto – continua la lettera – che dopo l’assoluzione di Vendola molti amici e colleghi ci hanno chiesto come mai fosse stato possibile che a giudicare il governatore fosse stata un’amica della sorella di Vendola nonché amica di suoi carissimi amici». E ancora. «Il processo, già di per sé delicato, veniva caricato di ulteriori contenuti dal Vendola il quale dichiarava più volte pubblicamente che in caso di condanna sarebbe uscito dalla scena politica: questo comportamento ha costituito a nostro giudizio una indebita pressione su un giudice che in caso di condanna avrebbe determinato l’uscita dalla scena politica del fratello della sua amica».

In realtà, il giudice dell’udienza preliminare De Felice, ben prima di pronunciarsi, già a metà settembre aveva esposto al suo superiore, Antonio Diella, l’opportunità – la ragione di convenienza, come dice il Codice – di astenersi dal giudizio, anche al fine di evitare polemiche politiche strumentali, spiegando di non essere “abituale frequentatrice” di Patrizia Vendola, ma di averla conosciuta e incontrata in varie occasioni proprio a casa Digeronimo, il pm che ora sospetta della sua imparzialità.

Sta di fatto che il pubblico ministero Digeronimo si ritrova, tra i colleghi della Procura, sempre più isolata e sola. Oggi, dopo la stigmatizzazione del “grave e irrituale episodio” da parte del Presidente Anm del distretto di Bari, Salvatore Casciaro, e del Presidente del Tribunale di Bari, Vito Savino, si è aggiunto l’avvio, dinanzi alla prima Commissione del Csm, della pratica di accertamento delle condizioni di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale. Su ricorso di un gruppo di colleghi vicini a Magistratura democratica e solo per la Digeronimo e non per il collega Bretone.

Nel mentre, il cronista giudiziario della redazione barese di Repubblica, Giuliano Foschini, veniva perquisito dai carabinieri per “ricettazione”, dopo aver pubblicato un articolo sui “veleni” al palazzo di giustizia di Bari.

È una vecchia ruggine, quella tra il pm Digeronimo e il governatore Vendola. Una partita ancora da chiudere, ma che ha il sapore di una vendetta personale, e che risale all’inchiesta sulla sanità pugliese del 2009 e che ha portato all’arresto, tra gli altri, di Tarantini, Tedesco e Frisullo, questi ultimi due stretti collaboratori del presidente pugliese. Alla Digeronimo, che stava indagando sugli intrecci tra politica – furono perquisite le sedi dei partiti e movimenti che sostenevano la giunta Vendola – e comitati d’affari e su presunti fondi neri utilizzati per ottenere dal Palazzo appalti, nomine e incarichi, fu proprio il leader di Sel, in una lettera d’appello, a rivolgersi con parole dure («La sua indagine, dottoressa Digeronimo, sta diventando lo strumento di una campagna contro di me, qualcuno scientificamente sta costruendo la mia morte…»). Tanto che la stessa pm, dopo aver ricevuto pressioni dentro e fuori la Procura, confessava ai cronisti che «dopo quest’inchiesta mi toccherà lasciare la magistratura».

Un clima avvelenato avviluppa i corridoi del Tribunale, un coacervo di amicizie incrociate, pressioni e poteri forti, che non rende sereno l’operato della magistratura. Tantomeno oggi che è stato consegnato al governatore pugliese l’avviso di proroga delle indagini per peculato, abuso d’ufficio e falso per la costruzione dell’ospedale Miulli di Acquaviva (Bari).