Il padre con la gonna che fa riflettere sul futuro dell’educazione

Il padre con la gonna che fa riflettere sul futuro dell’educazione

BERLINO – Nils Pickert cammina a piedi nudi sul ciottolato di una zona pedonale in una cittadina del sud della Germania. Per mano, ha suo figlio di cinque anni. È scalzo e porta un abito da bambina rosso, con le spalline e lungo fino a sotto le ginocchia. Anche Pickert ha una lunga gonna rossa e sorride mentre cammina. È una foto privata, ma ha fatto il giro del mondo.

È comparsa per la prima volta sulla rivista femminista tedesca Emma, accompagnata da un articolo di Pickert, che è scrittore di professione. Nel testo, racconta che il figlio di cinque anni vuole indossare a tutti i costi gonne e i vestiti da bambina. «Sí, sono uno di quei padri che cerca di educare i figli alla parità dei sessi», spiega. Non solo a livello teorico, come fanno certi accademici, che poi nella quotidianità sprofondano nei cliché, ma anche nella vita di tutti i giorni. «Non volevo obbligare mio figlio ad abbandonare gonne e vestiti. Ma visto che con il suo comportamento aveva difficoltà a trovare amici, mi rimaneva solo una possibilità: mettermi io stesso una gonna. Non ci si può aspettare da un bambino la stessa capacità di autodeterminazione di un adulto, senza un modello. Ora il modello sono io».

La foto e l’articolo hanno avuto un’eco enorme in tutto il mondo. L’autore si è anche trasformato in un bersaglio di certi ultraconservatori che gli hanno destinato messaggi di scherno attraverso Youtube. Per tutte queste ragioni, Pickert non risponde più alle interviste. Ma oltre al fenomeno di Internet, che ha seguito una sceneggiatura più o meno nota, la vicenda ha ravvivato un dibattito molto attuale in Germania e nel Nord Europa, riguardo all’educazione neutrale rispetto ai generi.

In particolare in Germania, dove gli ambienti progressisti guardano sempre con una certa invidia a quello che succede più a nord, si discute ininterrottamente sul modello svedese. Dal 2008 il Governo di centro destra della Svezia ha stanziato 12 milioni di euro per eliminare i tradizionali stereotipi di uomo/donna, bambino/bambina nell’educazione. Il dibattito è però lontano dall’essere risolto. Alcuni politici dell’opposizione continuano a chiedere che in ogni scuola sia presente uno psicologo esperto in questioni di genere che verifichi periodicamente la messa in pratica delle linee guida.

Intanto però in Svezia anche l’economia si adegua alle nuove tendenze: le pubblicità per giocattoli già raffigurano bambine in jeans a bordo di trattori di plastica e bambini con costume da Spiderman che spingono piccoli passeggini rosa con a bordo bambole. Il dibattito di genere sta senza dubbio cambiando lo stile di vita.

L’esempio più famoso della via svedese verso il superamento degli stereotipi è probabilmente «Egalia», una scuola materna nel distretto di Sodermalm di Stoccolma, che ha deciso dal 2010 di eliminare le distinzioni di genere. Dai colori alla posizione dei giocattoli fino alla scelta delle fiabe da leggere. La rivoluzione di questo istituto parte dal linguaggio: prima di tutto i bambini vengono chiamati indistintamente «amici», mentre al posto del pronome maschile «hon» che sta per «lui» o «han», lei, viene utilizzato un generico pronome neutro svedese «hen» (usato nel linguaggio colloquiale). E anche le aree di gioco sono mischiate affinché non vi sia alcun tipo di barriera mentale e i bambini alternino con naturalezza le bambole ai robot, le pentole ai Lego.

A Berlino, chi affronta la scelta dell’asilo si trova spesso a confronto con questi temi. Un’educazione che elimina o quantomeno smussa gli stereotipi è una prerogativa a cui fanno appello molti asili della città, dal borghese quartiere di Prenzlauerberg a quello multietnico di Neukölln. Martina Altieri, madre italiana con base Berlino e guerrilla-blogger su temi di educazione e vita famigliare, sceglie nella vita di tutti giorni di smontare gli stereotipi. Madre di due maschi si è trovata a riflettere sulle distinzioni di genere giungendo alla conclusione che dipendono principalmente dall’educazione: «L’unico modo per modificare questo modello è introdurre delle piccole variazioni nella vita quotidiana». Pur trovando «pericoloso e scorretto» il dogmatismo, ha però scelto un asilo «dove prima di tutto sono convinti che non ci siano giochi da maschi o femmine, e dove in generale eliminano interamente l’oggetto del giocattolo». Al suo posto vengono introdotti materiali, stoffe, teli, fogli di carta, colori in modo che i bambini si costruiscano il proprio intrattenimento. L’assenza di tutte le informazioni contenute nel gioco «da loro la possibilità di crearlo e creare il loro mondo» al di là dei generi.

Lo psicologo dello sviluppo Peter Zimmermann dell’università di Wuppertal riconosce in esperimenti come «Egalia» l’intenzione positiva di appoggiare l’uguaglianza dei sessi. Allo stesso tempo si chiede se però una ideologia sbagliata non venga così facendo sostituita da un’altra. «I bambini conoscono molto presto nella vita le differenze di sesso. Con un indirizzamento come quello svedese, il tema ‘sesso’ acquista una rilevanza che non è adeguata all’età dei soggetti in questione». La comprensione dei ruoli di genere all’interno della società viene molto dopo nei bambini, secondo Zimmermann.

Nonostante in Germania il dibattito intellettuale sia più attuale che mai, gli esperti dubitano che si arrivi in tempi brevi a discutere un modello come quello svedese. «Riteniamo che il modello non sia significativo da un punto di vista pedagogico e per questo lo rifiutiamo», spiega Ralf Haderlein, presidente della Gruppo di lavoro federale per l’educazione e la formazione. Haderlein considera l’iniziativa come un esperimento «che parte da presupposti molto naïv». Non è non parlandone che si eliminano le differenze, secondo questo esperto, «chi vuole appoggiare i bambini a superare certe differenze di genere nel futuro, deve affrontarle per primo».

Stato o meno, ci sono istanze che come riflesso dei cambiamenti sociali si vanno diffondendo anche nell’ambito dell’educazione. Nel quartiere di Kreuzberg a Berlino, in certe librerie alternative si possono trovare racconti e favole per bambini e adolescenti dove le storie includono omosessualità e transessualità. Le trame sono quelle di sempre ma qui la principessa si innamora di un’altra principessa, e una coppia di giraffe maschi è triste per non potere aver figli.

Già negli anni Settanta si diffusero in Germania tentativi di educazione neutrale, spesso però non andarono a buon fine. L’autrice femminista Marianne Grabrucker, carta e penna alla mano, cercò giorno dopo giorno di evitare che la figlia femmina si adeguasse al modello della bambina vestita di rosa che gioca con le bambole. Il risultato del tentativo è raccolto in un libro sotto forma di diario intitolato «Tipicamente femminile…Imprinting nei primi tre anni di vita» e che si può leggere come la storia di un esperimento fallito dove la piccola voleva a tutti i costi rientrare nello stereotipo.

Da allora la società è però cambiata e i contenuti dell’educazione neutra non sono più rinchiusi nelle mura domestiche di un esperimento educativo ma hanno trovano riscontro e ricettività nella società circostante. 

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