In coda alla mensa dei poveri, fra gli italiani che non hanno più nulla

In coda alla mensa dei poveri, fra gli italiani che non hanno più nulla

Non è ancora mezzogiorno, ma fuori dalla mensa dei poveri la coda arriva già quasi in fondo alla via. A Milano l’inverno è arrivato a tutti gli effetti, tira un’aria pungente e non si vede l’ora che venga il proprio turno per entrare. La mensa di via Ponzio si trova in un edificio in zona Lambrate, e ogni giorno offre un pasto caldo a circa cinquecento persone. La fila è composta e piuttosto silenziosa, solo ogni tanto qualcuno si mette a chicchierare col vicino, e il più delle volte la lingua è una lingua straniera. Del resto, basta guardare la facce per avere un quadro più che completo di tutti i Paesi da cui si migra verso le coste italiane: ci sono maghrebini, latinoamericani e ragazzi originari dell’Africa centrale, qualcuno dall’Europa dell’Est e molti dall’Estremo Oriente.

Gli immigrati regolari in Italia hanno superato la soglia dei cinque milioni: i dati risalgono alla fine del 2011, e sono contenuti nel Dossier Statistico Immigrazione Caritas Migrantes. Si tratta di un numero di poco superiore rispetto a quello stimato lo scorso anno, quando erano 4.968.000. Tra le aree di provenienza, prevale ancora l’Europa (con un 27,4% di comunitari e un 23,4% di non comunitari), seguita da Africa (22,1%), Asia (18,8%)e America (8,3%). Tra gli africani, i più numerosi sono i marocchini, mentre tra gli europei non comunitari prevalgono gli albanesi. 

Dallo stesso rapporto, inoltre, emerge che gli occupati stranieri nel nostro Paese sono 2,5 milioni, e rappresentano circa un decimo dell’occupazione totale. Tra gli stranieri, nel 2011 è aumentato il numero di chi non lavora, e il tasso di disoccupazione si colloca intorno al 12,1% (quattro punti in più rispetto alla media italiana).

Una realtà, questa, che fuori dalla mensa delle francescane si sente nelle storie di chi aspetta il proprio piatto di pasta. Molti di loro vengono qua tutti i giorni: un ragazzo è originario dello Sri Lanka, è disoccupato e si trova nel nostro Paese da circa un anno. Oggi vive con qualche amico a Crescenzago, la sua famiglia è rimasta ad aspettarlo a casa. Nello Sri Lanka faceva l’autista, ma ora come ora, dice, gli andrebbe bene tutto. Un altro invece viene dal Mali, un Paese devastato dalla guerra, e non ci vuole tornare. Anche lui però al momento non ha un lavoro, e sono mesi che lo sta cercando. C’è anche un gruppo di peruviani: chiaccherano tra loro, accennano che si trovano qui da un anno circa, ma della loro situazione non vogliono parlare. Due signore ecuadoriane, invece, si fermano a scambiare due chiacchiere: «Alla mensa dei poveri veniamo spesso, c’è sempre molta gente – dicono – però non siamo solo stranieri, ci sono anche degli studenti, e tanti italiani».

E hanno ragione. All’uscita si forma qualche capannello, c’è chi si ferma a fumare una sigaretta, o a scherzare con uno dei volontari. Gli italiani ci sono eccome, e non sono nemmeno pochi. Un signore racconta di essere disoccupato da un paio d’anni: prima faceva l’operaio in una ditta di pavimentazioni, ma il suo capo un bel giorno ha deciso di spostare la produzione all’estero. «Ho lavorato anche a Villa d’Este, continua, mi ricordo che andavamo a mangiare in un ristorantino su per il lago. Oggi invece me la cavo con qualche lavoretto ogni tanto». Quella del suo amico, invece, è la storia di un matrimonio andato male, e di un divorzio che l’ha lasciato sul lastrico.

Sono gli strascichi di una crisi iniziata qualche anno fa e ancora in corso, che tra il 2007 e il 2011 ha causato in Italia la perdita di un milione di posti di lavoro. In parte, stando al Dossier Caritas-Migrantes, questi sono stati compensati dall’assunzione di 750mila stranieri, in mansioni e settori non ambiti dagli italiani. Gli immigrati sono “preferiti” per la giovane età, la disponibilità e la flessibilità – il che spesso si traduce in forme di sfruttamento – e si concentrano nelle fasce più basse del mercato del lavoro.

Eppure, non hanno l’aria di essere così schizzinosi , i connazionali che si incontrano qua in via Ponzio. «Io nella vita ho fatto di tutto – racconta Angelo – dal metalmeccanico allo spazzino». È un signore colto, appassionato di politica, e immediato parte il dibattito sulla storia del nostro Paese e le sorti di una classe politica ormai fatiscente. Accanto a lui, Maurizio è un milanese doc che rimpiange il ’77 e la Milano operaia, quella vera. «Adesso ognuno pensa per sé e si fa gli affari suoi – commenta guardandosi in giro. La classe proletaria non è più quella di una volta». A un certo punto se ne deve andare, perché lo aspetta l’ennesimo lavoro saltuario. Tutt’intorno continua il viavai, e la coda non accenna a diminuire. 
 

@ChiaraPanzeri