
Il titolo adatto, oltre a quello scelto, potrebbe essere: La marmellata. Quando mi è stato proposto di raccontare chi comandi a Torino mi è venuto in mente il consiglio di amministrazione di un carrozzone molto torinese dei gloriosi anni pre e post olimpici: Torino Internazionale. Ma poi Torino Internazionale – una specie di pensatoio che doveva riprogettare la città, partecipato da politici, banchieri, architetti e costruttori – è finita nel cassetto dei ricordi e quindi è stato necessario fare un piccolo lavoro di approfondimento che, cammin facendo, mi ha portato a conclusioni sorprendenti. Almeno per me.
Torino oggi è la città dei piani quinquennali e corso Unione Sovietica non poteva che sopravvivere qui. Un candidato sindaco del Pdl, Roberto Rosso, promise qualche anno fa che avrebbe cambiato il nome di quel lungo viale alberato, se fosse stato eletto. Gli fu risposto da un brillante Sergio Chiamparino che avrebbe dovuto prima cambiare il cognome. Torino è anche la città del liberismo selvaggio, quello da cui non si torna indietro. Il tutto ha preso le forme di una malintesa ideologia definita «riformista» – da qui la metaforica marmellata – in cui si «teorizza» che queste due antitesi possano vivere e prosperare nello stesso contesto, dipendenti l’una dall’altra.
I piani quinquennali in salsa capitalista non sono quindi adattamenti ideologici in cui nessuno di chi comanda oggi Torino ha mai creduto. Sono invece un’idea disperata di sviluppo economico senza alternativa, che mostra la corda. Orfana dell’industria, Torino è costretta a inventarsi interventi economici che spalmano nel tempo, solitamente cinque anni, risorse chieste dal pubblico al privato. La vincente soluzione greca quassù, in alto a sinistra, è di gran moda. Le Olimpiadi, il passante ferroviario, le riqualificazioni urbane, l’Alta velocità, la Sindone, il centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Interventi pesanti che tengono più o meno insieme l’occupazione, ma poi presentano il conto: debito, interessi predatori, privatizzazioni del patrimonio pubblico, pezzi di città in vendita. Perché, nella storia, banche e banchieri che non abbiano chiesto indietro capitale e interessi ancora non sono esistiti.
Anche se chi comanda Torino non ha intenzione di giungere al saldo del debito privo di mezzi e armi con cui far saltare il banco. In questo è doveroso ammettere che hanno calcolato bene tutto. Molti prima di me hanno affrontato argomenti simili e quindi non saranno queste righe a rivelare nuove teorie sociologiche, nuovi volti segreti e misteriosi. Anche perché quasi sempre le manovre del potere torinese sono state limpide. Ma la lettura potrebbe portare alcuni momenti amari. Il decomporsi del concetto di partecipazione democratica si è concretizzato in me, man mano che procedevo nelle ricerche, molto più di quanto sospettassi. Al suo posto il quotidiano teatro cui tutti i giorni noi assistiamo, pagando ovviamente. Il teatro di chi comanda Torino.
Protagonisti un re, qualche potente consigliere, più o meno esecutivo, e una discreta pletora di cortigiani e damazze di compagnia, più o meno belle, più o meno sante. Ciò che è davvero cambiato – la novità – è il lessico. L’analisi del potere ha subito un inviluppo gergal-lessicale: viene descritto come classe dirigente, élite di governo, governance, business community, ruling class, career politicians… ecc ecc. Per questa ragione il libro si intitola Chi comanda Torino: si vuole recuperare un significato meno alato, che racconti un po’ di più la realtà, spacciata come complessa, ma assai meno complicata di quanto alcuni studi scientifici vogliano far credere. È il caso, ad esempio, dello studio Regimi urbani e modello Torino dei docenti Belligni-Ravazzi relativo alle élite di governo torinesi, un’astrazione priva di nomi perché, come mi è stato detto da entrambi durante un ruvido incontro, «negli studi scientifici non si mettono i nomi».
Lo studio, molto critico verso i risultati prodotti da chi ha comandato Torino negli ultimi quindici anni, era finanziato in parte anche dalla Fondazione Crt. Per tentare di far capire chi abbia indirizzato le politiche economico-sociali di Torino, nelle pagine seguenti sono riportati i nomi, più o meno occulti, del potere torinese, e la rete di relazioni in cui essi operano. Alcuni si conoscono, pochi ne hanno spiegato il ruolo reale all’interno della cinta muraria. La moltitudine li ignora. È importante conoscere i nomi, da sempre oggetto di sacro timore. Chi comanda di solito tende a celare il proprio ruolo e nega anche l’evidenza. Anzi, vi è la diffusa tendenza al lamento, soprattutto fra i torinesi di potere. Lamento dei costruttori verso i politici, dei politici verso i banchieri, dei banchieri verso i politici, di tutti verso supposti gruppi di pressione, «quelli che non permettono a questa città di essere moderna».
Cosa dire poi della deferenza verso il potere? A Torino questo sentimento incide più che in altre città per quel particolare sentire comune che fa della riservatezza un tratto caratteristico. Qui non è bene parlare in pubblico di tanti argomenti, in particolare di soldi e comando. I torinesi nutrono una sacra devozione verso chi dirige, e in questo poco si discostano dal tuttora malvisto Meridione. Ma una legge non scritta che racconta la rappresentazione del potere potrebbe essere questa: coloro che vivono alla ricerca di interviste televisive, o su carta stampata, di solito non comandano un granché. Sono esecutori di alto livello e soprattutto volti spendibili con il grande pubblico. E spesso sono solo capri espiatori. La seconda ragione spiega la prima: chi comanda non è mai qualcuno con cui puoi avere una discussione cristallina. Sono personaggi piuttosto ingombranti ed è sempre meglio lasciarli stare, volare alto, prenderla alla lontana, oppure molto più semplicemente adularli.
Torino è maestra nell’arte della pseudo critica adulatoria. Del sindaco Chiamparino, ad esempio, è diffusa questa critica carezzevole, soprattutto nel mondo giornalistico: «Il suo più grande errore nei dieci anni in cui ha governato la città? Non è stato in grado di costruirsi una squadra di lavoro all’altezza». Io metto i nomi, che tutti conoscono, perché mi stuzzica l’idea che possa esistere una percezione più profonda rispetto ai meccanismi che governano la città. Spero quindi di raggiungere l’immaginario di qualcuno, ci guadagneremmo tutti qualcosa. Il rischio, purtroppo, è che chi comanda si offenda. E quelli non scherzano, si indignano molto ma molto di più di quei poveri disperati che vanno a fare il carnevale sui tetti e nelle piazze: operai, impiegati, commercianti, pensionati, tartassati in genere. Tutte ottime persone dal grande cuore che semplicemente, quando protestano, sbagliano bersaglio. Perché non hanno la minima idea di chi siano coloro che li mettono nei guai. E quindi vengono fuori qualunquismi diretti verso falsi bersagli inventati apposta per confondere le carte, distogliere l’attenzione e creare confusione. Questo perché sostenere che a comandare sia la «casta» – i politici – è come non dire nulla.
Il sindaco di Nichelino, un rampante che farà strada nel Pd, tale Catizzone, ha tappezzato la città di Torino con manifesti che riportano il suo volto su fondo nero. Sotto, la dichiarazione di guerra è tutto un programma: basta casta. Molto probabilmente sarà candidato alle prossime elezioni politiche. La rivoluzione qualunquista, degna erede della rivoluzione berlusconiana, spopola. Le giuste maledizioni che talvolta ci scappano verso questa categoria sono quindi inutili, così tanto che chi comanda sul serio ne è ben felice. Il popolo, oggi diventato «la gente» perché meno connotato ideologicamente, è volutamente portato a sbraitare verso bersagli falsi o addirittura inesistenti. Come dice Alain Badiou, stiamo diventando «fedeli a falsi eventi».
Anzi, in questo libro si sosterrà una tesi decisamente controcorrente rispetto alla smania antipolitica lanciata da un professionista dell’antipolitica quale Gian Antonio Stella del Corriere della Sera. Perché una delle tante fondamenta su cui si basa l’architrave dell’attuale catastrofe sociale italiana è il venir meno della politica. Ancor di più: della politica di professione, quella fatta per intenderci fino al giorno della pensione. Il guazzabuglio che l’ha sostituita, generando un conflitto di interessi da cui non si riesce a uscire, produce risultati sociali ogni giorno peggiori. Torino è la prova di questa marmellata mal riuscita. Ad esempio, c’è chi protesta ogni giorno contro il sindaco Fassino. Capannelli di persone si appostano sotto il palazzo del Comune, urlano e protestano. Un paio d’ore e se ne vanno, talvolta senza nemmeno essere oggetto di attenzione da parte del primo cittadino. A ottobre c’era un gruppo di maestre d’asilo vestite a lutto. Arriva un tassista che sosta nella piazza e commenta: «Chi c’è oggi di bello? Ah, queste sono le maestre, le conosco».
Obiettivo di questo libro è che più nessuno vada sotto il balcone del sindaco Fassino. Come è possibile commettere un così tremendo errore? Altri balconi dovrebbero essere oggetto d’attenzione. E allora chi comanda? Qualche anno fa almeno a Torino esistevano «i padroni» e fra tutti si poteva individuare il padrone per eccellenza, originario della val Chisone, poco distante da Torino: Agnelli. Giuanin Lamiera, detto «l’Avvocato». L’affamatore di operai insieme al suo sodale Romiti, per alcuni. Un industriale che ha fatto rinascere l’Italia e gli italiani, per la maggior parte. Il padrone della Juventus, per tutti. Quello di cui si dice che telefonasse ai calciatori al mattino presto – secondo il giornalista Aldo Cazzullo però è una favola – quello che scorrazzava sulle strade della Costa Azzurra sulla Spider piena di donne.
In città il termine «padrone» era normale anche perché affondava le sue radici in un proverbio torinese molto diffuso «al pan del padrun al à set cruste e an crustun», che in italiano è così traducibile ‘Il pane del padrone ha sette croste e un crostone’. Ovvero, il padrone non regala mai nulla e anzi, spesso è colui che in cambio del duro lavoro non dà pane fresco ma duro e di cattiva qualità. Poi la nebbia è aumentata, dire «padrone» è diventato brutto, e quindi violentando il linguaggio, come sempre è accaduto nella Storia, i padroni sono diventati magicamente «imprenditori ». Gianni Agnelli nella sua lunga storia ha vissuto entrambe le connotazioni, ovviamente. Una storia durata un secolo. Oggi uno che fa un’impresa a Torino non è più un padrone. Le imprese le ha fatte Bonatti sulle montagne e quindi, per sillogismo, l’imprenditore torinese Marco Boglione è uguale al grande alpinista. Il cambio di senso lessicale, una vera neolingua dai tratti orwelliani, ha avuto un ruolo fondamentale nel forgiare la Torino degli ultimi venti anni. Era necessario abiurare e sotterrare significati tenacemente parte del sentire c-mune per riuscire a trasformare la città. Gli esempi potrebbero essere infiniti e qualcuno lo incontreremo ancora. Questa operazione è sicuramente riuscita oggi ed è alla base del vasto consenso di cui gode la classe dirigente. Ovviamente ogni epoca ha avuto i suoi punti di riferimento culturali ed economici, i quali hanno guidato la città verso risultati talvolta molto positivi. E una certa idea di potere obbligatoriamente nefasto non sta in piedi ed è soprattutto Torino, con la sua storia, a dimostrarlo. Anche perché di risultati positivi questa città, e chi l’ha comandata, ne ha ottenuti.
Questo libro evidenzierà prevalentemente le criticità. Anche perché le grancasse per raccontare ciò che di buono è stato fatto non sono certo mancate in questi anni. È stato un vero tormentone. Qualcuno ha detto: «Quando il sole è al tramonto, le ombre dei nani si allungano». È la situazione che fotografa bene chi comanda Torino: sembrano giganti ma solo perché sono tempi di basso impero e un nuovo medioevo culturale ed economico si affaccia. Anche se, a ben vedere, siamo di fronte a una piramide dove chi comanda ufficialmente a Torino si trova posizionato solo a metà classifica. È una città, quindi, dove alcuni comandano i comuni cittadini, ma tutti sono comandati in qualche maniera. Chi c’è sopra quelli che comandano a Torino? Prendono ordini dai potenti italiani? E questi ultimi da chi sono comandati? Poteri sovranazionali? Se questa scala di poteri è reale e domina le nostre vite, come provato dalla nomina di un governo di tecnici imposto dalla Germania e dalla Banca europea, e anche da altre lettere-documenti con cui la città sta facendo i conti proprio in questi giorni (e di questo parleremo nei capitoli successivi), quale valore ha la parola «democrazia » nel nostro Paese? Ma mettiamo da una parte meccanismi troppo grandi: voglio tornare nella mia città, Torino.
Chi sono quindi quegli esecutori supremi che ci comandano? Fanno il nostro bene in fondo? E soprattutto: quale ruolo abbiamo noi in questo meccanismo enorme che mette in relazione l’aumento del prezzo dell’autobus, brutalmente cresciuto del 50 per cento da un giorno all’altro, con il capo del Fondo monetario internazionale che predica, un giorno sì e l’altro pure, maggior austerità in Italia? Oggi ricordo con un sentimento sinistro tutte le volte che ho infilato la scheda elettorale dentro l’urna e mi domando se la mia appartenenza ideologica – altra parola cancellata e denigrata anche se ne inevitabilmente tutti ne hanno una – abbia un valore maggiore rispetto a chi dedica la propria passione alla squadra del cuore.
*Tratto da Chi comanda Torino di Maurizio Pagliassotti
Castelvecchi Editore
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