Ma come sarebbe l’America se vincesse Mitt Romney?

Ma come sarebbe l’America se vincesse Mitt Romney?

NEW YORK – In questa campagna presidenziale il candidato repubblicano Mitt Romney ha più volte indicato nella Russia la maggiore minaccia strategica per gli Stati Uniti. E non ha risparmiato critiche all’Unione europea, che addita come esempio da non seguire, come il risultato del fallimento di politiche stataliste. Per capire come cambierebbe la politica estera americana se Romney dovesse vincere le elezioni, e che cosa potrebbe mutare nei rapporti transatlantici abbiamo parlato con Michael Brenner, professore emerito di Relazioni internazionali alla University of Pittsburgh e senior fellow al Center for Transatlantic Relations della Johns Hopkins University.

Che cosa cambia per l’Europa se Romney vince le elezioni, professor Brenner?
Romney ha dichiarato che la Russia è la maggiore minaccia strategica per gli Stati Uniti. Non è chiaro di che cosa stia parlando. Forse non lo sa neppure lui. Ma da un po’ di tempo a Washington c’e’ il sentore che le relazioni con Putin si siano deteriorate. Questo per i passi da gambero in senso democratico del governo di Mosca, e per le ricorrenti critiche di Putin al comportamento dell’America sulla questione siriana e non solo. Se Romney assumesse un atteggiamento più ostile alla Russia questo avrebbe ricadute sulle relazioni tra Mosca e Bruxelles.

Può fare qualche esempio?
Washington cercherebbe di mobilitare l’Europa, farla impegnare su una posizione più dura nei confronti di Mosca, per esempio in termini di politica economica, in particolare energetica. Per esempio per quanto riguarda l’estensione del gasdotto russo South Stream, che collegherà direttamente Russia e Ue. In generale, in campo energetico, i Paesi attorno al Caspio ricchi di petrolio tenderanno a smarcarsi dagli Stati Uniti e si avvicineranno ulteriormente a Mosca, che continuerà a ristabilire la sua sfera d’influenza. E data l’importanza di quelle regioni per rifornire l’Europa anche il vecchio continente sarà coinvolto. Insomma, il gas per l’Europa potrebbe diventare piu’ caro.   

Al di là di un atteggiamento più energico nei confronti della Russia, quale sarebbe la “dottrina Romney” in politica estera?
Non esiste, “la dottrina Romney”. Romney non ha idee precise sulla maggior parte delle questioni di politica estera. La sua visione è allineata con quella dominante nel partito repubblicano, quella cioè di un’America muscolare. Ma credo che ci sarà una sostanziale continuità con la politica estera di Obama. A meno che i neoconservatori, che erano il gruppo più influente nell’amministrazione Bush – e molti potrebbero diventare consiglieri di Romney – riescano a prendere in mano la situazione e impongano la loro agenda. In quel caso potremmo osservare politiche ancor più combattive di quelle poste in atto dall’amministrazione Obama, specialmente per quel che riguarda l’Iran.  

Alcuni osservatori ritengono che Romney vorrebbe indebolire il dollaro. Per noi europei sarebbe negativo, lei lo ritiene probabile?
Non mi attendo azioni drastiche in questo senso. Credo che quando Romney accenna a decisioni di questo tipo nei suoi comizi o negli interventi televisivi lo fa in modo retorico, per mostrarsi forte e fare presa su un certo elettorato.

Romney ha più volte detto che se diventerà presidente dichiarerà la Cina “manipolatrice di valuta”. Quali potrebbero essere le conseguenze di un’affermazione del genere?
Potrebbe causare una guerra commerciale su larga scala. E alla fine a perdere sarebbero gli Stati Uniti. Non dimentichiamo che i cinesi hanno un’arma potente: posseggono oltre un trilione di dollari del nostro debito. Più in generale, le relazioni politiche con la Cina peggiorerebbero. I cinesi non hanno più timori riverenziali verso gli Stati Uniti, sono coscienti del loro ruolo di primo piano nel panorama internazionale e ritengono fondamentale che gli Stati Uniti e altre nazioni occidentali riconoscano il loro nuovo status nel mondo.

Torniamo all’Europa. Di Unione europea si è parlato in questa campagna elettorale, e quasi sempre in negativo, come uno spauracchio, quasi fosse la nuova Unione Sovietica. Perché?
Negli ultimi decenni in America la ricetta economica liberista è divenuta un dogma. Al contempo l’Europa è stata sempre più bollata come una social-democrazia, e taluni politici non conoscendo la differenza tra social-democrazia e socialismo hanno finito per adottare questa seconda etichetta. I signori che affermano questo non sanno, però, che pure l’idea del libero mercato arriva dall’Europa. Mai sottovalutare il livello di ignoranza che pervade la classe politica americana sulle questioni internazionali, incluse quelle europee.

L’amministrazione Obama ha spesso accusato più o meno velatamente la crisi dell’euro di aver indebolito la ripresa economica Usa. Lei è d’accordo?
Questa è una scusa degli uomini di Obama: il fatto che non ci siamo ripresi più rapidamente non è dovuto alla crisi dell’euro. Ma è dovuto al fatto che la nostra economia ha ancora dei seri problemi strutturali: non è stata approvata alcuna riforma finanziaria degna di nota; i soldi sono sempre più concentrati nelle mani di un segmento molto piccolo della popolazione, il cosiddetto 1%; e il piano di stimolo economico è stato troppo limitato. Certo, ormai tutte le economie sono collegate, ma la crisi europea non c’entra. L’Europa semmai con questi piani di austerità sta commettendo un suicidio, a mio parere, ma questa è un’altra storia…

Più in generale come vede oggi le relazioni tra Usa e Ue?
Da una decina d’anni a questa parte l’America presta sempre meno attenzione a ciò che accade in Europa. In politica estera Washington guarda all’Europa come a un gruppo di Paesi da molto tempo dipendenti dagli Stati Uniti e passivi, che si accodano a strategie e politiche pensate e gestite a Washington: pensiamo all’Iraq, all’Afghanistan, alla guerra contro al-Qaeda in Africa. La seconda area al mondo per concentrazione di ricchezza, l’Europa, non solo rinuncia a contare, ma è sempre pronta ad appoggiare qualsiasi priorità degli Stati Uniti. Per cui dal punto di vista degli Usa la relazione è ottima. Washington non ha alcun interesse a spronare l’Europa a sviluppare una voce indipendente su queste questioni. Agli Stati Uniti le cose stanno benissimo così.