Ma davvero studiando Google avremmo visto la crisi?

Ma davvero studiando Google avremmo visto la crisi?

BERLINO – Nel suo intervento nella sala principale dell’art center Radialsystem V di Berlino ha mostrato in che modo già da ora l’analisi delle enormi masse di dati generate dal web possa far comprendere meglio le dinamiche dell’economia, specialmente in tempo di crisi. Hal Varian, chief economist di Google con un passato a Berkeley, ha accompagnato il pubblico dell’edizione 2012 di Falling Walls in un’analisi delle parole chiave più ricercate poco prima che la crisi del 2008 colpisse gli USA. Risultato? «La bolla immobiliare – la vera causa primaria – si sarebbe potuta vedere con un po’ di anticipo e, forse, si sarebbe potuto intervenire più tempestivamente».

Nella saletta riservata agli oratori, mentre il sole rende la Sprea uno specchio luccicante, Varian snocciola un «buon italiano da turista, ricordo di quando ero visiting professor all’Università di Bologna». Nel suo intervento suggeriva che analizzare che cosa la gente cerchi su Google ha un significato importante per comprendere l’andamento dell’economia reale. Per esempio, «è logico immaginare che in corrispondenza o poco prima di una crisi, aumenti il numero di ricerche che riguardano gli uffici di collocamento». È analizzando questo tipo di comportamenti online che si possono individuare nuovi indicatori economici interessanti. «Una sola query di ricerca non basta, ma se si cominciano a intersecare le abitudini di ricerca in un dato momento con altri fattori, possiamo vedere emergere indicazioni abbastanza precise di come stanno andando le cose». Insomma, ci sono alcune ricerche online che aumentano al mutare della situazione economica. Se si riesce a modellare questo tipo di ricerche, si hanno a disposizione nuovi strumenti di comprensione.

I governi e i loro uffici tecnici però non sono pronti a prendere per questo cambiamento. «Non voglio che si pensi che gli indicatori classici, come il tasso di disoccupazione o i dati dei consumi non siano strumenti importanti: forniscono ancora oggi una fotografia importante, ma non aiutano a prendere decisioni in momenti in cui il timing è determinante». Il web, quindi, rappresenta un’opportunità nuova. «Durante la crisi cominciata nel 2008 l’amministrazione Obama ha fornito un’enorme quantità di dati economici per poter fare analisi della situazione. Ma erano vecchi di sei settimane. I dati che possiamo ricavare dal web, invece, sono aggiornati in tempo reale».

Nonostante i grandi investimenti dei grandi Paesi in infrastrutture informatiche, i report economici ufficiali sono prodotti settimanalmente o mensilmente: troppo poco frequenti per un mondo che oggi viaggia a una velocità maggiore rispetto a dieci o anche solo cinque anni fa. «Come economisti ci troviamo di fronte a una nuova sfida, quella di cercare modi per integrare i dati prodotti dal comparto pubblico con i dati prodotti dal settore privato, in particolare quelli generati online», sottolinea Varian.

Si intravedono però dei limiti. Se l’analisi del traffico online è rappresentativo di un Paese come gli Stati Uniti, dove la maggior parte della popolazione è connessa alla rete, lo stesso non si può dire di Paesi dove un fetta consistente della popolazione non ha accesso a una connessione. «A Google abbiamo fatto alcune analisi soprattutto basandoci sugli Stati Uniti ed è ovvio che lo stesso approccio non ha senso per i paesi africani dove la maggior parte delle comunicazioni è basata sulla tecnologia GSM».

Al di là che si tratti di un approccio ancora nuovo, e che non può essere applicato in tutti i casi, c’è una possibilità che la prossima crisi all’orizzonte sia prevista in questo modo? In realtà no, perché analizzare le nostre ricerche sul web non permette una vera e propria previsione, quanto piuttosto quella che in gergo anglosassone si chiama “nowcasting”. «Le previsione che nei nostri studi al dipartimento di economia di Google siamo riusciti a realizzare non andavano al di là del brevissimo o breve periodo», sottolinea Varian. Inoltre, non si è ancora provato a fare qualche analisi geografica, differenziando i risultati sulla base degli stati, «ma credo che avremmo visto come la crisi del 2008 ha colpito in maniera molto diversa l’Ohio e gli altri stati a vocazione più industriale rispetto a New York o la California».

In generale, però, «si tratta di un mondo ancora inesplorato, con il quale gli economisti si sono confrontati ancora poco o niente». Secondo Varian, questo tipo di analisi, con la costruzione di nuovi indicatori dei consumi e l’integrazione dei big data del web con i modelli economici rappresenta il futuro. «Altrimenti non si spiegherebbe perché negli ultimi anni Amazon, Yahoo! e tutti gli altri big player del web si siano dotati di un chief economist come ha fatto Google». Al momento Google, però, si limita a fare ricerca e sta costruendo colalborazioni con chi ha interesse a lavorare su questo tipo di dati. «Stiamo lavorando con diversi partner, soprattutto banche nazionali, ma senza che ci siano progetti specifici. Non vogliamo essere noi a fornire il servizio, ma vogliamo trovare modi per collaborare e mettere a disposizione le nostre capacità tecniche».
 

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