Ma davvero Vendola si arrabbiò con chi denunciava l’Ilva?

Ma davvero Vendola si arrabbiò con chi denunciava l’Ilva?

Sembra il cuore di una vicenda tutta italiana: le mosse in superficie, i comunicati stampa, le cifre ufficiali, e poi il dietro le quinte, ovvero le relazioni tra politica e potere economico, in questo caso la Regione Puglia della discussa legge “antidiossina” e i vertici dell’Ilva di Taranto, la più grande industria siderurgica d’Europa.

Da aprile a ottobre 2010 qualcosa intorno all’azienda di Emilio Riva si colora di grigio. E dalle ordinanze con cui ieri i gip Patrizia Todisco e Vilma Gilli hanno disposto le sette misure cautelari e il sequestro della produzione degli ultimi quatto mesi nell’ambito dell’inchiesta “Environment Sold Out” (ambiente svenduto) il grigio, tra le altre cose, starebbe sullo sfondo di «numerosi e costanti contatti» tra l’ex dirigente delle relazioni istituzionali dell’Ilva Girolamo Archinà e vari «esponenti politici», compreso il governatore Nichi Vendola, e in particolare di una mail inviata dallo stesso Archinà a Fabio Riva, numero due di Riva Group.

Secondo le ricostruzioni del gip Todisco sulle risultanze dei pm di Taranto, Vendola, che non è indagato e respinge oggi dubbio sulla sua condotta, avrebbe fatto pressioni per far fuori il direttore generale dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato, che nel giugno 2010 firma una relazione sulle emissioni inquinanti a Taranto. L’Arpa si attiva su richiesta del sindaco di Taranto Ippazio Stefàno. Dal Comune vogliono capire in particolare per quale motivo l’anno prima, nel 2009, sia stata superata la soglia di legge del benzo(a)pirene di 1 nanogrammo per metro cubo (come stabilito allora dal decreto legislativo 152 del 2007) in via Machiavelli, nel quartiere Tamburi, ad un palmo dai fumi dell’Ilva. L’Arpa il 4 giugno conclude che «le emissioni in aria di Ipa e BaP (rispettivamente idrocarburi policiclici aromatici e benzoapirene, ndr) sono attribuibili in modo preponderante, per più di un ordine di grandezza, allo stabilimento siderurgico Ilva e, in particolare alla cokeria» e che «il contributo derivante dall’impianto cokeria alla concentrazione di BaP rilevata nel sito di via Machiavelli è valutabile, rispettivamente, in più del 99%». 

Sull’Ilva la soluzione sembra chiara: ridurre la produzione per abbattere le emissioni. Ma se per i pm l’azienda reagisce male e chiede la testa di Assennato, alla stampa sembra il partner ideale con cui dialogare. «L’Ilva – è scritto in una nota quello stesso giorno – dichiara sin da subito la propria disponibilità a collaborare con tutte le istituzioni, in primis con il sindaco di Taranto» e che quel limite di legge sulle emissioni «non costituisce comunque un freno alla volontà dell’Ilva di mettere in campo tutte le proprie conoscenze tecnologiche al fine di contribuire a riportare i valori entro gli obiettivi previsti nei tempi e nei modi che saranno più consoni». Infine ci sono pure parole dolci all’agenzia di Assennato: «È una garanzia per l’Ilva la volontà dell’Arpa di continuare nell’attività di studio della problematica allo scopo di arrivare ad una comprensione più approfondita dei dati raccolti».

Quella relazione dell’Arpa arriva in mano al sindaco Stefàno come previsto. Il 7 giugno il primo cittadino firma un’ordinanza (n.39 del 2010) che obbliga i Riva a definire nel giro di un mese un «piano di ottimizzazione della gestione degli impianti», a installare «un sistema di monitoraggio a videocamera delle emissioni» e quello «in continuo di Ipa e Btex (idrocarburi monociclici, ndr) e campionamento polveri» chiesto da anni dalle associazioni ambientaliste tarantine e definito in misura blanda dalla legge “antidiossina” della Regione Puglia (n. 44 del 2008) che nei fatti prescrive solo 12 giorni di controlli in quatto mesi diversi su 365 di emissioni dal principale camino dello stabilimento (E312) e, sottraendo l’incertezza dei rilievi del 35%, fa rientrare il tutto sotto la relativa soglia regionale (0,4 ng I-TE/Nmc).

La mossa del Sindaco, dicono gli ambientalisti, conferma le battaglie contro l’inquinamento, ma quell’atto non prescrive sanzioni né fa riferimento a pareri dell’Asl di Taranto. L’Ilva, come ovvio, ricorre al Tribunale amministrativo di Lecce perché le conclusioni dell’Arpa non dimostrano situazioni di pericolo e non c’è nessun rischio sanitario per emettere un ordinanza del genere.

Passano 15 giorni da quelle due paginette del Sindaco e nelle carte dei magistrati finisce una mail inviata da Archinà a Fabio Riva per informarlo di un presunto incontro avvenuto quel giorno a Bari con Vendola: il governatore, come scrive Archinà, «si era fortemente adirato con i vertici dell’Arpa Puglia, cioè il direttore scientifico Blonda e il direttore generale Assennato, sostenendo che loro non devono assolutamente attaccare l’Ilva di Taranto e piuttosto si dovevano occupare di stanare Enel ed Eni che cercavano di aizzare la piazza contro l’Ilva».

Dopo quell’incontro, secondo il Gip, Nichi Vendola, di ritorno a Bari da una missione in Cina nella settimana dal 27 giugno al 7 luglio, avrebbe riaperto l’argomento Arpa, al telefono con lo stesso Archinà dicendo «state tranquilli, non è che mi sono scordato!!… Il presidente non si è defilato». Nel frattempo però si muove anche la Regione Puglia. Il 28 giugno si riunisce un tavolo tecnico che deve elaborare un opportuno “piano d’azione” per l’emergenza tarantina proprio sui risultati della relazione Arpa. Viene convocata dall’assessore all’Ambiente della Regione Puglia, Lorenzo Nicastro.

Cosa stabilisce quell’incontro? Quello che ricostruisce il gip sulla base della mail di Archinà, cioè che a Taranto non esiste solo l’Ilva. «Il tavolo – scrive la Regione in una nota – ha stabilito di richiedere alle aziende ricadenti nel perimetro industriale tarantino (non solo Ilva dunque, ma anche Eni, Cementir, etc) di installare una rete di centraline di monitoraggio finalizzate all’individuazione delle sostanze inquinanti contenute nelle emissioni fuggitive». Sono o non sono le stesse richieste del sindaco Stefano che tra l’altro partecipa a quell’incontro?

«In tal modo – si legge infatti ancora nella nota – potranno essere adottate le misure più opportune per il risanamento della qualità dell’aria. La Regione ha imposto tempi stringenti a tali società (15 giorni) e, ad ogni modo, se le aziende non dovessero tempestivamente farsi carico di questo onere, saranno la Regione e l’Arpa a provvedere in tal senso, impegnandosi a proporre all’Autorità Giudiziaria di intervenire nei confronti di quelle sorgenti che i monitoraggi individueranno quali responsabili delle elevate concentrazioni di sostanze inquinanti».

Era forse una risposta alle presunte tirate d’orecchie dell’Ilva? Di certo è centrale in questi mesi la figura di Archinà. È l’uomo-Ilva onnipresente negli incontri o cerimonie istituzionali che chiamino in casa lo stabilimento di Taranto, dalla feste dei Carabinieri ai protocolli d’intesa con gli enti locali, ai tavoli sia con la sinistra che con la destra, dai presidenti di Regione Raffaele Fitto e Vendola, a quelli della Provincia Giovanni Florido e Domenico Rana, ai primi cittadini Ippazio Stefano e Rossana Di Bello.

La figura di Archinà vien fuori negli anni ’70 quando è consigliere delle Città vecchia per la Democrazia cristiana, nell’orbita dell’ex deputato e sottosegretario Dc di Martina Franca Domenico Amalfitano. Da lì l’arte del dialogo con la politica, la capacità di mediare e fare lobby finanziando, tra le altre cose, una serie di enti e associazioni, ma soprattutto la Chiesa di Taranto e il Taranto Calcio, fino ad ammorbidire i giornalisti con comunicati ad hoc e non solo. Uno come lui l’azienda lo tiene ben stretto, ma è costretta a cacciarlo il 4 agosto scorso dopo la pubblicazione delle intercettazioni contenute in un’informativa della Finanza nell’ambito del fascicolo aperto per corruzione in atti giudiziari che, tra le altre cose, riguardano proprio il rapporto torbido azienda-stampa. «Perché il problema è questo – dice Archinà al telefono. Cioè io ho sempre sostenuto che bisogna pagare la stampa per tagliarli la lingua! Cioè pagare la stampa per non parlare!».

Lui però, dicono i pm di Taranto, parla con Vendola perché l’Arpa abbassi la cresta. Il Gip ipotizza la «regia» del governatore dietro le presunte pressioni dell’Ilva su Assennato e conclude che «è di tutta evidenza che la Regione Puglia, invece di imporre misure urgenti atte a monitorare in continuo le emissioni dell’Ilva, di concerto con i suoi vertici cercava di ricorrere ad escamotages, quali l’attivazione di tavoli tecnici, al fine di far guadagnare tempo all’industria nella realizzazione delle strutture di monitoraggio in continuo delle emissioni e, dall’altra parte, consentire alla stessa regione Puglia di non apparire inoperosa sul fronte ambientale agli occhi dell’opinione pubblica».

A lavorare per Riva ci pensa in ogni caso il governo Berlusconi che il 13 agosto approva l’ormai famoso decreto legislativo 155 come «Attuazione della direttiva 2008/50/CE relativa alla qualità dell’aria e dell’ambiente e per un’aria più pulita in Europa». È il ribattezzato «decreto salva-Ilva»: sposta infatti di due anni i piani d’’investimenti dei Riva per adeguare gli impianti ai diktat europei perché rinvia al 31 dicembre 2012 il divieto di superamento di 1 nanogrammo per metro cubo di benzo(a)pirene, cancellando una precedente normativa che ne vietava il raggiungimento nelle città con oltre 150mila abitanti dal 1 gennaio 1999. Ma oltre a “salvare” l’Ilva, il decreto 155 si mette alle spalle l’ordinanza del sindaco di Taranto, ormai superata.

In quelle settimane accade qualcosa di strano. Il “salva-Ilva” viene pubblicato in Gazzetta ufficiale il 15 settembre ed entra in vigore il 30, cioè il giorno in cui viene depositata la pronuncia del Tar di Lecce sul ricorso dell’Ilva contro il provvedimento di Stefano. E come se non bastasse nell’udienza del 29 va in scena un giallo. La camera di consiglio della prima sezione presieduta da Antonio Cavallari commette un clamoroso errore materiale nell’ordinanza 739: anziché scrivere «accoglie la domanda cautelare», quindi dando ragione all’Ilva, i magistrati amministrativi mettono nero su bianco «respinge», facendo esultare sindaco e ambientalisti. Si arriva così ad una seconda pronuncia, ordinanza 164, soltanto il 20 ottobre per sapere che la mossa del sindaco Stefano non è «contingibile e d’urgenza», cioè che in tali situazioni l’azienda siderurgica non può rinnovare gli impianti nel giro di 30 giorni.

Il sindaco di Taranto gioca però d’anticipo, ma ancora una volta stecca. Il 1 settembre decide la data del referendum consultivo sull’ipotesi di chiusura totale o parziale dello stabilimento Ilva di Taranto, promosso dal comitato cittadino «Taranto Futura»: 27 marzo 2011. Ma anche qui c’è qualcosa di inedito, Cgil e Confindustria siglano un patto e vanno insieme davanti al Tar di Lecce per annullare il decreto del primo cittadino e quell’ipotesi di referendum che dal 30 marzo 2010 ha pure l’ok dal Comitato dei garanti del Comune ionico. Così il 7 ottobre il Tar di Lecce si dichiara incompetente sull’ammissibilità, ma respinge la proposta referendaria perché quei moduli firmati da oltre 12mila tarantini si basano su un «presupposto erroneo», ovvero la richiesta di risarcimento per danni ambientali causati dall’impianto, ma soprattutto la garanzia dello Stato a conservare il posto di lavoro di 12mila lavoratori Ilva.

Il grigio torna ancora una volta. E aleggia proprio intorno al Tar di Lecce, in particolare su Antonio Cavallari, lo stesso magistrato della prima sezione che negli anni ha cassato i ricorsi legati direttamente o indirettamente all’Ilva. Come denunciato a settembre scorso da Legambiente in un esposto al Consiglio superiore della magistratura, Cavallari è il cognato di Enrico Claudio Schiavone, avvocato esterno dell’Ilva anche se per cause di lavoro, e l’ipotesi nemmeno tanto velata degli ambientalisti sarebbe quella di «eventuali situazioni di incompatibilità o anche soltanto di opportunità» in una «situazione così delicata che richiede il massimo della trasparenza a tutti i livelli», compreso «quello della magistratura amministrativa». La presunta «incompatibilità» di Cavallari sul caso Ilva è finita pure in un’interrogazione parlamentare del senatore Elio Lannutti (Idv) al ministero dell’Ambiente, ancora senza risposta dal 6 settembre scorso.

La questione è delicata anche perché Cavallari è coinvolto in un’altra vicenda ancor poco limpida: è infatti indagato per abuso d’ufficio per aver accolto al posto del giudice della terza sezione (quel giorno assente) il ricorso della società Cogea contro lo stop della Prefettura di Lecce di un appalto provvisorio per la raccolta di rifiuti a Casarano, nel Leccese, sulla base di un’informativa antimafia.

Cavallari sull’appalto di rifiuti respinge ogni accusa e sull’Ilva fa parlare i numeri. «Per quanto riguarda la nostra attività – ha dichiarato Cavallari al Corriere del Mezzogiorno il 27 agosto 2012 – ci sono stati in particolare tre provvedimenti impugnati dall’Ilva dinanzi al Tar, nel 2002, nel 2004 e nel 2008. Riguardavano azioni repressive messe in atto dal Comune di Taranto, dalla Provincia e dall’Azienda Sanitaria Locale di Taranto.

Due sono stati accolti, quelli contro la Provincia e l’Azienda Sanitaria, per carenza della motivazione del provvedimento impugnato; uno è stato respinto, quello contro il Comune, che con l’atto contestato imponeva una serie di prescrizioni all’attività produttiva nelle operazioni di scarico dei minerali e carbon fossile. I ricorsi di maggior rilievo hanno però riguardato tutto lo svolgersi del procedimento dell’Aia e l’atto conclusivo dello stesso. Queste vicende si sono concluse con sentenze del 2012 che hanno in gran parte respinto le censure sollevate dall’Ilva, accogliendo solo quelle relative a elementi incongrui degli atti impugnati».

In 23 anni il Tar di Lecce si è espresso 36 volte sul siderurgico di Taranto e come ha ricordato lo stesso Cavallari «non è stato mai chiamato a intervenire su provvedimenti sanzionatori adottati su iniziativa dell’Arpa di Puglia». Tranne una volta, nel 2010, quando boccia l’ormai famosa ordinanza del sindaco Ippazio Stefano che porta i riflettori sulla fotografia del quartiere Tamburi scattata dall’agenzia di Assennato e che, stando all’ordinanza di ieri, scrive la sceneggiatura del film per Archinà e il doppio gioco su inquinamento e tumori dopo quello della legge “antidiossina” della Regione Puglia voluta da Vendola. 

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