Portineria MilanoMilano diventa metropoli e fa i conti con la «mala»

Ucciso oggi un gioielliere dopo una rapina in zona Brera

«Hanno ammazzato il Mario in bicicletta», cantava Ornella Vanoni alla fine degli anni ’50 a Milano. Erano i tempi della ligera, della mala milanese, quando il capoluogo lombardo viveva gli anni del boom economico del dopo guerra mentre iniziavano a comparire qua e là sacche di delinquenza. Di lì a qualche anno sarebbero arrivati il «Renato Vallanzasca», il bel Renè, e altri delinquenti passati da eroi alla storia meneghina. Era un periodo di cambiamento economico e sociale, quando di rapine e sequestri, in banca o in casa, ce n’erano tanti come si ricorda in libri come la Luna sotto casa di Primo Moroni, unico vero manuale, al momento, per capire come cambiò la nostra città in quegli anni. Poi arriverà il ’68, la politica, il terrorismo e la nascita di un Italia «nuova», ma che ancora adesso fa i conti con il suo passato. E adesso al posto della Vanoni ci sono i Club Dogo a raccontare un mondo fatto di droga, omicidi, esecuzioni alle spalle e violenza. 

Caso vuole che anche in questi mesi il capoluogo lombardo stia vivendo giornate d’inferno e di paura sulle strade, proprio come in quegli anni. Come in un film anni ’70 con Luc Merenda e Tomas Milian. Milano cambia. Si apre. Lotta con una crisi economica che non fa sconti a nessuno, ricchi, che si vedono chiudere le aziende e fanno i conti gli usurai, poveri, che fanno la fila alla mense per mangiare. Milano aspetta l’Expo 2015. Tira le somme dopo la fine di 17 anni di governo di Roberto Formigoni in Lombardia.

Lo ha ricordato pure l’arcivescovo Angelo Scola un paio di mesi fa: «Milano sta cambiando, come tutto il mondo e le grandi metropoli. Basta fare due passi per le strade per accorgersi di questo, ma io sono pieno di speranza». Inutile fare raffronti spesso pretestuosi con il passato o con le precedenti giunte di centrodestra. Ma certo balza agli occhi una recrudescenza di delitti, omicidi, regolamenti di conti come di sequestri di partite di droga da parte delle forze dell’ordine. «Non c’è alcuna escalation della violenza in citta», ha ribadito Luigi Savina, questore della mobile.

La polvere bianca, però, continua a girare. E i suoi derivati sono spesso alla base della violenza. Come nel caso di Massimiliano Spelta, il quarantenne freddato a colpi di pistola insieme alla sua compagna in via Muratori alla metà di settembre. Su quel caso che ha portato gli investigatori della mobile di Milano fino a Santa Domingo, tra «muli» della droga e prostituzione, al momento è tutto fermo. I sicari non sono mai stati trovati. All’inizio si pensava fossero sudamericani, poi italiani, forse mafiosi, ma alla fine non si è saputo più nulla.

Il nome di Spelta, però, ritorna di attualità in queste ore. A nemmeno un giorno di distanza dall’omicidio di Diego Preda, l’assicuratore freddato con un colpo di pistola alla nuca in zona Fiera, vicino a piazza Zavattari. Mentre gli investigatori continuano a scavare nella vita privata e professionale di Preda, l’assicuratore di 69 anni ucciso con un colpo alla testa ieri sera in strada a Milano, viene fuori che la Z&M Insurance Brokers srl, società di cui era presidente, era molto attiva nel settore legale. L’agenzia assicurativa, infatti, stipulava da tempo convenzioni con gli ordini degli avvocati in moltissime citta’ d’Italia, da Milano a Venezia, passando per Varese, Pescara, Taranto, Trapani, Bari e Locri. Ma anche qui si brancola nel buio. C’è dietro la mafia? La ‘Ndrangheta? Chissà.

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Sono storie diverse, di spacciatori che sbagliano o che fanno il passo più lungo della gamba. Ma sono vicende che si intrecciano per modalità di esecuzione con quelli della buona borghesia milanese, che gioca a golf e che va a messa la domenica mattina. Siamo nel cuore di Milano, in centro, nella «cerchia» della gente che conta per i danè e che paga la tassa per l’area C. Zone dove la polizia fa fatica a dislocare i suoi uomini che in questi giorni sono impegnati in operazioni di ogni tipo, dalla ‘Ndrangheta fino al rapimento del cassiere di Silvio Berlusconi, il ragioniere Giuseppe Spinelli. Bresso è lontana, ma la classe dirigente berlusconiana è di casa nel capolugo lombardo. Va in via Turati la sede del Milan. Mangia al ristoranti Il Bolognese con veline e vip in piazza della Repubblica. L’ha governata per quasi vent’anni di governi di centrodestra, tra palazzo Marino e il Pirellone. 

Ma se la gente con i danè non se la passa bene, persino in zona Isola, tra i quartieri più in voga del capoluogo lombardo, più chic e più cool del momento, non c’è da star tranquilli. Mercoledì notte in piazzale Lagosta hanno trovato una donna incaprettata in un appartamento. Il corpo esanime è stato trovato in cucina, bocconi, ancora legato mani e piedi dietro la schiena, e con un sacchetto in testa. Roba da film di Hollywodd di David Lynch, come Mulholland Drive. Secondo i primi accertamenti sarebbe una  tossicodipendente, senza una dimora fissa. Il cadavere è stato trovato da alcuni agenti dopo l’arresto di un rapinatore di 56 anni, che adesso è indagato per omicidio. Alla fine c’è sempre la droga, la maledetta droga.

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Nemmeno tre settimane fa un filippino è stato preso a calci e pugni in viale Zara, tra gli sguardi sbigottiti della gente. Gli hanno schiacciato la testa sul marciapiede, come nel film American History X. Lo hanno lasciato morire così. Edison Antony Topacio, è stato ammazzato all’esterno della sala Bingo di viale Zara all’angolo con viale Marche, nella zona nord della città, una delle più grandi e frequentate. Secondo i primi accertamenti del Nucleo investigativo dei carabinieri di Milano, alla base del brutale omicidio la lite sarebbe nata per una piccola partita di stupefacenti: il filippino svolgeva un secondo lavoro sconosciuto pure in famiglia.

O Giovanni Marcarini, già pregiudicato, già condannato per rapina aggravata e detenzione di armi, anche lui tossicodipendente: aveva perso il beneficio dei servizi sociali, era diventato un ricercato. Alla vista dei carabinieri, ha cercato di scappare perché in prigione non voleva tornarci. E di fronte alle insistenze degli ufficiali ha estratto l’arma. Il carabiniere ha sparato. Nessun morto: preso alle gambe, Marcarini si è barricato nella gazzella, non voleva più uscire «piuttosto mi ammazzo». Meglio il suicidio: in carcere no, non voleva tornarci. Ma alla fine lo hanno convinto a desistere.

Milano fa i conti con la violenza. Qualcuno l’ha paragonata alla New York di Rudolph Giuliani degli anni ’80. Un paragone eccessivo, che però dà l’idea di come il capoluogo lombardo sia alle prese con un cambiamento epocale che il sindaco Giuliano Pisapia non deve prendere sottogamba. Alla fine, il questore Savina non ha tutti i torti. «C’è soltanto una concentrazione in un breve periodo dell’anno, allarmante ma connessa a una grande metropoli». Nelle speranza che Scola, proprio sulla speranza, non si sbagli. 

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