“Nulla di illecito nei paradisi fiscali, se davvero operi lì”

“Nulla di illecito nei paradisi fiscali, se davvero operi lì”

«L’Unione europea incentiva la competizione tra sistemi fiscali, ma il contribuente onesto deve sapere che scegliere il Lussemburgo vuol dire operare effettivamente in quel Paese». Ne è convinto Marco Miccinesi, ordinario di Diritto Tributario all’Università Cattolica di Milano e titolare di uno studio specializzato in operazioni tributarie internazionali. A Linkiesta dice: «In Italia manca una cultura di collaborazione tra amministrazione finanziaria e contribuente». Per farlo gli strumenti – come l’interpello presso l’Agenzia delle entrate – ci sono già, ma vanno ulteriormente sviluppati, per evitare una valutazione ex post di fronte a un giudice, basata su evidenze documentali.

Come mai, da Bell a Brontos, da D&G a Marzotto, è sempre la pubblica accusa ad agire?
Attualmente non esiste un contrasto tra amministrazione finanziaria e magistratura inquirente, né tantomeno una deriva di quest’ultima. Le contestazioni spesso nascono da un controllo fiscale, sempre più efficiente e attento, e sempre più corredato di adeguate competenze professionali. C’è piuttosto un problema di complessità del diritto tributario: l’amministrazione finanziaria è cresciuta ma è cresciuta anche l’intelligence a livello internazionale contro l’evasione d’imposta. La contestazione che assume rilevanza penale nasce sia da un controllo fiscale, sia, in alcuni casi, da indizi e da elementi che fanno scattare l’indagine di polizia giudiziaria prima ancora che si muova l’Agenzia delle entrate. Ciò ovviamente non accade in un’ottica di sfiducia verso l’aministrazione finanziaria, e nella prassi i livelli penale e amministrativo tendono a coordinarsi, poiché il penale fornisce all’amministrazione finanziaria elementi e mezzi indagine – compresi gli interrogatori – molto pervasivi e complessi; l’eventuale esito positivo dell’accertamento tributario assicura la riparazione del danno provocato dalla evasione al quale le stesse procure sono sempre piu attente. Nei fatti, dunque, c’è più coordinamento di quanto si percepisce mediaticamente.

Insomma è colpa dei giornalisti.
È chiaro che la rilevanza mediatica è maggiore per il profilo penalmente rilevante rispetto alla vicenda puramente amministrativa. Per questo può apparire più incisiva l’attività delle Procure rispetto all’amministrazione finanziaria.

Come funziona la magistratura tributaria italiana? Come sono i suoi tempi?
La lunghezza della giustizia tributaria è un mito da sfatare. Si arriva ai primi due gradi di giudizio molto rapidamente, ho visto processi di primo e secondo grado chiudersi in 24 mesi. Le iniziative come l’accertamento con adesione, inoltre, sfoltiscono le cause e consentono al giudice di affrontare in tempi rapidi il contenzioso che residua. Per la Cassazione vale un discorso diverso: per quanto stia seguendo una politica intelligente, discutendo prioritariamente le cause che consentono di fissare i principi del diritto per applicare correttamente le norme, impiega ancora qualche anno per emettere una sentenza definitiva. C’è da dire poi che il giudice tributario non aspetta l’esito del penale, ma prosegue per la sua strada di accertamento, così come la legge gli consente, per verificare la pretesa del fisco.

Cos’è e come funziona il meccanismo dell’interpello all’Agenzia delle Entrate?
Qui è necessaria una premessa: alcuni temi che oggi vanno per la maggiore nelle cronache giudiziarie sono frutto di tecniche di accertamento sviluppate nell’ultimo decennio. Per esempio l’abuso del diritto, introdotto con gli orientamenti della Cassazione del 2008. Anche l’esterovestizione ha assunto grande importanza pratica, nel momento in cui l’amministrazione finanziaria prima, e il giudice poi, hanno elaborato il concetto di “residenza effettiva”, che non esisteva nel diritto vivente. Bastava infatti l’indirizzo della sede fiscale per dimostrare la residenza di una società all’estero, senza un profilo di effettività. Il tema dell’indebito risparmio fiscale si può affrontare preventivamente attraverso lo strumento dell’interpello all’Agenzia delle entrate, che indica se è illecito il risparmio fiscale che il contribuente mira ad ottenere. Personalmente più volte ho sostenuto che per dare più forza all’interpello bisognerebbe assicurare fin dall’inizio al contribuente che sceglie un rapporto leale con l’amministrazione – e che rende subito note le sue scelte – di poter chiedere l’accertamento al giudice senza correre il rischio di sanzioni.

Un esempio?
Se una multinazionale vuole impiantare una branch in Italia e chiede un interpello, e ottiene risposta diversa da quella auspicata ma è convinta di avere ragione, deve poter contare sulla pronuncia del giudice senza rischiare di essere sanzionata come contribuente infedele. Si tratta di un modo per indurre a utilizzare l’interpello in misura sempre maggiore.

Cosa potremmo copiare – e da quali Paesi – per rendere il processo tributario più efficiente?
Le prassi sono quelle del mondo anglosassone, che ha una maggiore tradizione di collaborazione tra amministrazione e fisco, ma in un sistema di common law. È il mondo anglosassone che ha portato da noi il principio della sostanza sulla forma, e il tema dell’abuso del diritto. Un elemento da importare è, per l’appunto, l’allargamento dell’istituto dell’interpello, arricchendo il potere di acquisire elementi da parte dell’amministrazione finanziaria, in modo tale da consentire – soprattutto alle grandi imprese – una valutazione chiara, senza incorrere in profili di elusione. Cosa ben diversa dal giudizio ex post, svolto esclusivamente su base documentale e retrospettiva, come avviene di fronte a un giudice tributario.

È opportuno, per una società, avere sede in Lussemburgo o alle Cayman? Non tutti i cittadini comuni se lo possono permettere, per quanto costi relativamente poco (4-10mila euro, ndr).
È lo stesso ordinamento comunitario a cui apparteniamo che non solo afferma la liceità, ma incoraggia la competizione fiscale tra i Paesi membri. La vera linea di discrimine tra i contribuenti onesti e quelli meno non sta nel scegliere un Paese con un beneficio fiscale, ma radicare effettivamente la testa dell’attività industriale o di trading in quel Paese. Solo così si evita l’artificiosità di strutture atte a un uso abusivo e strumentale della legislazione. Il contribuente onesto, in altre parole, deve sapere che scegliere il Lussemburgo vuol dire operare effettivamente in quel Paese.

È stato proprio Bersani, nel 2006, a introdurre l’onere inverso della prova per le holding italiane basate all’estero. Perché il centrosinistra non riesce a parlare del tema con la necessaria chiarezza?
Rispondo così: oltre che alle regole pensiamo a considerare l’attività dell’amministrazione che quelle regole deve fare rispettare. Abbiamo bisogno sia di un’amministrazione efficiente che di una cultura della collaborazione tra amministrazione e contribuente. Un rapporto evoluto che, purtroppo, oggi ancora manca in Italia.