Wall Street se ne frega degli elettori e “avvisa” Obama

Wall Street se ne frega degli elettori e “avvisa” Obama

Wall Street non è più disposta a perdonare un passo falso dal presidente Barack Obama. È questo il segnale più importante che gli operatori finanziari hanno fornito durante la prima seduta del secondo mandato dell’ex senatore dell’Illinois. L’esito è pesante: alle 17.30, quindi alla chiusura dei mercati europei, il principale indice di Wall Street, il Dow Jones, perde oltre 2,5 punti percentuali. Colpa dell’incertezza derivante dalla posizione che Obama assumerà sui temi fiscali ed economici, vera fonte d’incertezza per gli Stati Uniti.

Fino alle 6 di questa mattina le Borse asiatiche sono sembrate indifferenti alle elezioni americane. Complice l’incertezza sull’esito, il Nikkei 225, il principale listino giapponese, continuava a oscillare il segno più e il segno meno. Poi il sentiment degli operatori è cambiato. E alla fine le piazze europee hanno chiuso la giornata in pesante rosso, con il Ftse Mib di Milano maglia nera del gruppo, complici anche le stime economiche della Commissione europea, non certo lusinghiere. Più si delineava l’entità dalla vittoria di Obama, più crescevano i timori legati al Fiscal Cliff, ovvero quel baratro fiscale che tanto spaventa gli Stati Uniti. Con la fine, a inizio 2013, degli sgravi fiscali introdotti dall’esecutivo di George W. Bush e poi rilanciati da Obama, il problema sarà quello di trovare un altro modo di sostenere l’economia americana. Come ha ricordato più volte l’economista Martin Feldstein, l’impatto della cancellazione di queste agevolazioni fiscali potrebbe essere nell’ordine dei tre punti percentuali di Pil. E più la discussione fra democratici e repubblicani va avanti, più l’incertezza degli investitori sale.

Il Fiscal Cliff non è un problema nuovo. Sono mesi che il Fondo monetario internazionale (Fmi) manda messaggi verso Washington, ricordando a Casa Bianca e Congresso che prima arriva un accordo, prima l’economia americana si può stabilizzare. E visto che il rischio di un ribasso delle stime di crescita è reale, meglio prevenire che curare. Non è un caso che oggi la banca statunitense Goldman Sachs abbia rivisto le prospettive del Pil americano per il quarto trimestre dell’anno, abbassandole a quota 1,5% dalla precedente stima di un’espansione pari all’1,9 per cento. «Il timore è che, dopo quattro anni difficili e con un bilancio di luci e ombre, il presidente Obama possa non essere in grado di riportare l’economia americana a una crescita genuina, duratura e sostenibile», spiegano gli analisti di Goldman Sachs.

Sull’onda di questo pericolo, le agenzie di rating hanno iniziato a martellare il presidente Obama. Prima lo ha fatto Fitch, che ha sottolineato come il Fiscal Cliff necessiti di essere affrontato quanto prima per evitare un declassamento del rating sovrano statunitense. E sarebbe la seconda volta, dopo quella targata Standard & Poor’s dell’agosto 2011, quando per la prima volta nella storia gli Usa persero il giudizio massimo, la tripla A. «Il debito è in aumento, l’economia è sostenuta dalla Federal Reserve tramite operazioni straordinarie volte a incrementare la liquidità, il mercato occupazionale rimane fragile e il Fiscal Cliff resta irrisolto», spiegano gli analisti di Fitch. Solo in serata, dopo la chiusura dei mercati europei, è intervenuta anche Moody’s, che ha rimarcato anch’essa come un downgrade degli Stati Uniti sia possibile. «L’urgenza è quella di stabilizzare il debito pubblico, come anche la spesa», ha detto Moody’s.

L’offensiva che Wall Street ha lanciato verso Obama è chiara. Il presidente, dopo aver conquistato per la seconda volta la fiducia degli americani, deve dimostrarsi all’altezza delle sue promesse. Dopo essersi ritrovato a gestire gli effetti del fallimento della quarta banca americana, Lehman Brothers, il presidente ha deciso di iniziare una guerra contro gli eccessi di un certo modello di finanza. Operazione non riuscita per colpa delle pressioni delle lobby finanziarie.

Le domande che si sta ponendo Wall Street sono diverse. Riuscirà l’America a tornare la grande potenza economico-finanziaria che era? Il tentativo di imporre una regolamentazione più stringente è il modello vincente per stabilizzare gli eccessi della finanza? Come affrontare l’incremento della spesa pubblica per via del modello di welfare americano? Potranno gli Stati Uniti evitare il contagio della crisi europea dei debiti sovrani? Come controbilanciare il fisiologico rallentamento dell’economia cinese? Come ha rimarcato ieri sera un’analisi di Morgan Stanley, nessuno vorrebbe trovarsi al posto di Obama in questo momento.

L’America non è più la stessa di quattro anni fa. E non è più la potenza finanziaria che ha governato l’economia globale nell’ultimo secolo. Il segnale arrivato oggi da Wall Street è chiaro. Tra Fiscal Cliff, crisi dell’eurozona, frenata cinese e ribilanciamento dei poteri economici mondiali, l’America ha di fronte a sé altri anni di difficoltà. L’aspettativa degli operatori finanziari è che arrivi un mutamento radicale che permetta all’economia statunitense di trovare un nuovo equilibrio sostenibile. Il problema è che non è detto che sia Obama la persona giusta per il cambiamento di cui l’America ha bisogno ora. 

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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