“A Permanent Record”, il ricordo di Joe Strummer

“A Permanent Record”, il ricordo di Joe Strummer

Dieci anni fa, la sera del 22 dicembre, se ne andava improvvisamente Joe Strummer. Appena un mese prima l’ex cantante e chitarrista dei Clash, aveva tenuto quello che sarebbe stato il suo penultimo concerto con i Mescaleros. Verso la fine dello show si era unito al gruppo anche Mick Jones, l’altra forza creativa dei Clash: Strummer lo aveva individuato tra il pubblico e costretto a salire sul palco per i bis. I due non suonavano assieme dal 1983. Era fatto così, Joe Strummer. Diretto, passionale, alla mano. Coerente con la sua storia.

A cinquant’anni era ancora impegnato in mille progetti e mille battaglie. Dopo i Clash, che si era sempre rifiutato di riformare nonostante le offerte faraoniche, aveva intrapreso una carriera solista e da attore, suonato con i Latino Rockabilly War, i Pogues e, infine, i Mescaleros. 

Non molti sanno che, prima di diventare un’icona punk, fonte di ispirazione e leggenda per più di una generazione, il leader dei Clash era stato uno squatter, parte integrante della comunità antagonista londinese. E il cantante di una band underground, i 101’ers. A ricordarlo così, nel decennale della scomparsa, è Julian Yewdall. Con un libro fotografico intitolato “A Permanent Record” e una mostra che si tiene a Londra alla Subway Gallery, una piccola galleria d’arte ubicata a Edgware Road, proprio nel sottopasso che porta il nome del vocalist dei Clash: Joe Strummer Subway.

«Incontrai Joe Strummer per la prima volta all’inizio del 1974», ricorda Yewdall, «al ritorno da un mio viaggio in autostop per l’Europa, quando mi trasferii nello squat al numero 101 di Walterton Road, nel quartiere londinese di Maida Vale. Joe, che all’epoca si faceva chiamare Woody, arrivò lì più o meno nello stesso periodo. Nei tre anni successivi ci spostammo poi in altre tre case occupate. Ma fu quando vivevamo al 101 che nacque l’idea di formare una band, visto che in casa c’erano diversi musicisti. Joe era entusiasta della cosa. All’inizio nel gruppo erano coinvolte circa 10-12 persone, poi dopo circa sei mesi il numero si ridusse a quattro: erano nati i 101’ers. Quando lasciai la band, iniziai a interessarmi di fotografia. Fu così che presi a scattare tutte le foto che sono raccolte in questo libro».

“A Permanent Record” è un bel volume fotografico che racconta per immagini (e testi) le gesta della comunità underground londinese alla metà degli anni Settanta, prima dell’arrivo del punk. Ci sono scene di vita quotidiana negli squat, foto delle manifestazioni, istantanee delle prove di gruppi come gli 101’ers, ma anche dei Clash e delle Slits ai loro esordi. 

Si sa che “Woody”, all’epoca cantante-chitarrista dei 101’ers, diventò Joe Strummer dopo aver visto i Sex Pistols dal vivo. Fu allora che scattò una scintilla, fu allora che lo scapestrato figlio di un diplomatico di Sua Maestà comprese che quella era la direzione musicale da seguire: il punk, musica ribelle e iconoclasta perfetta per rappresentare la rabbia e l’urgenza vitale dei giovani inglesi. Ma, a differenza del nichilismo dei Sex Pistols, Strummer aveva un messaggio di speranza e di cambiamento. E con lui i Clash, la band a cui si unì dopo avere lasciato i 101’ers.

«Quando vivevamo assieme negli squat iniziarono a succedere un sacco di cose, ma all’epoca non ero consapevole di cosa il futuro ci avrebbe riservato», è ancora Yewdall a raccontare. «Non c’era modo di sapere che Joe si sarebbe unito ai Clash e sarebbe diventato una rockstar internazionale. Per noi era semplicemente una delle persone con cui vivevamo».

“A Permanent Record” è certamente è un libro su Joe Strummer e la nascita dei Clash. Ma è anche un progetto molto intimo e personale per Yewdall: «È la storia della mia vita perché io ero lì e scattavo tutte queste foto. Quello che cercavo di fare era provare a documentare tutto ciò che mi accadeva attorno: il movimento degli squatter, le manifestazioni, i gruppi, il punk… Non avevo un’idea chiara: fotografavo qualsiasi cosa che attirasse la mia attenzione ed è quello che faccio ancora oggi».

Quelle foto, scattate con la stessa urgenza vitale che animava i gruppi punk, oggi rappresentano una meravigliosa istantanea della gioventù inglese dei primi anni Settanta. Lo conferma lo stesso autore: «Questo libro racchiude un periodo particolare della nostra storia. Molta gente che lo legge e ne guarda le foto non conosce i gruppi musicali in maniera particolare, ma lo trova comunque interessante da un punto di vista sociale perché racconta cosa succedeva all’epoca». Una prospettiva politico-sociale che a Joe Strummer sarebbe piaciuta.