Bassanini: “errore vendere Telecom”, ma l’effetto lo paghiamo noi

Bassanini: “errore vendere Telecom”, ma l’effetto lo paghiamo noi

Bocciata senza appello. La privatizzazione di Telecom Italia fu «sbagliata»: non usa mezzi termini Franco Bassanini, presidente della Cassa depositi e prestiti, nel corso dell’assemblea sulla banda larga organizzata dalla Fiom Cgil. L’operazione, ha spiegato Bassanini, ha caricato la società di debiti, tanto che «la sua rete difficilmente può essere alienata a un prezzo che incentivi l’acquirente, perché è un sottostante fondamentale del suo debito». Non manca l’anedotto dei tempi dei “capitani coraggiosi”, come Colaninno, Emilio Gnutti e gli altri promotori della scalata erano stati battezzati dall’allora premier Massimo D’Alema. «Mi ricordo la telefonata che Roberto Colaninno mi fece il giorno che i suoi soci gli annunciarono di avere venduto a Tronchetti, mi disse “non sono mai stato più ricco ma non sono mai stato più incazzato”. Lui a suo modo aveva un piano industriale però era assieme a finanzieri che avevano come unico scopo il capital gain», ha raccontato poi Bassanini, aggiungendo che l’errore dell’epoca fu lasciare la società a un «gruppetto di capitalisti che voleva comandare senza metterci i soldi». Un ovvio riferimento all’attuale presidente di Pirelli, Marco Tronchetti Provera.

Le parole del numero uno della Cassa Depositi e Prestiti sono pesanti. Secondo Bassanini, l’operazione Telecom fu portata a termine «seguendo strade diverse rispetto a quelle percorse per le società energetiche dove lo Stato ha mantenuto la maggioranza avendo così la possibilità di incidere sulla politica degli investimenti». E arrivano a poca distanza dall’istruttoria avviata dall’Antitrust nei confronti dell’ex monopolista, in seguito a presunti comportamenti atti a «rallentare il processo di crescita dei concorrenti nei mercati dei servizi di telefonia vocale e di accesso a internet a banda larga» negli anni che vanno dal 2009 al 2011. Al faro del garante per la concorrenza si è affiancato quello dell’agenzia di rating Moody’s, secondo cui «Telecom ha controbilanciato la sua limitata diversificazione geografica e il merito di credito con la sua posizione dominante sul mercato italiano e i suoi robusti margini operativi, i più elevati tra gli operatori europei analizzati da Moody’s. Tuttavia, la sua flessibilità finanziaria è limitata ed è esposta a un debole contesto macroeconomico domestico».

Non solo. Telecom Italia spreme la telefonia fissa per limitarel’emorragia degli abbonati e i margini troppo risicati sul web a banda larga. Brutalizzando, si potrebbe dire che i nonni di tutta Italia sostengono i conti del principale operatore del Paese. Nell’ambito di un raffronto con le altre realtà europee, L’Ofcom, l’autorità britannica per le telecomunicazioni, che ogni anno pubblica un monumentale rapporto sul settore, evidenziava qualche giorno fa che in Italia nel 2012 il costo delle telefonate da rete fissa per una coppia in pensione a reddito medio-basso – con un monte chiamate di 4 ore al mese complessive – sia cresciuto in un anno da 26 a 29 sterline al mese, circa 35,6 euro. Ben 10 sterline in più rispetto alla Gran Bretagna e ben più alto rispetto alla Franca (23 sterline), mentre Germania (27) e Spagna (28) sono più vicine. Stesso discorso per una coppia con un consumo di 7 ore al mese al telefono fisso, un’ora al mese al cellulare e un consumo web di 5 giga – che in Italia passa da 33 a 40 sterline – e una famiglia con due figli con 10 ore al mese al telefono fisso e 9 ore complessive al cellulare, oltre a un consumo web di 15 giga. Anche in questo caso si passa da 38 a 48 sterline. Infine, per una giovane coppia ad alto consumo di web, tv digitale e internet mobile, il costo della linea fissa si è alzato da 30 a 37 sterline nell’arco di 365 giorni.

Le critiche di Bassanini saranno probabilmente più utili agli storici. Sul presente Bassanini, forse perché c’è un negoziato in corso, è più morbido: «Bernabè è stato una delle vittime della privatizzazione dell’epoca», e oggi ha sostanzialmente le mani legate. Proprio il presidente dell’ex monopolista nelle ultime uscite era apparso più disteso: nonostante il consiglio di amministrazione di quindici giorni fa abbia dato mandato al management di trattare con la Cassa Depositi e Prestiti il dossier dello scorporo della rete, a molti osservatori appare difficile che una decisione così strategica possa essere presa prima di una chiara indicazione dalle urne. Il commissario Agcom Maurizio Decina ha espresso apprezzamento per la separazione della rete tlc: «Sarebbe una splendida occasione per il nostro Paese» in quanto «farebbe aumentare la competizione, che nel fisso non è molto elevata, e darebbe una spinta agli investimenti, prenderemmo quindi due piccioni con una fava». Il tutto in una società che dia a Telecom la maggioranza in cda ma non l’esclusiva sulle decisioni relative agli investimenti e alle aree da cablare. Un modus operandi simile a Openreach, la società che gestisce la rete di British Telecom.

L’Agcom da tempo si è resa conto che i “cabinet” – gli armadietti stradali che collegano i fili delle case con la centrale telefonica più vicina – siano stati un elemento che ha di fatto “impigrito” il Paese negli investimenti necessari all’adozione delle reti di nuova generazione, come il cavo che arriva direttamente nelle case (fiber to the home). Tranne nelle grandi città e con l’unica eccezione di Milano, già cablata con la fibra ottica di Metroweb, controllata dalla Cdp attraverso il fondo F2i Reti, la fibra ottica in casa rimane un sogno in gran parte del Paese. Tuttavia, ragiona pragmaticamente l’Agcom, visto che la rete in rame di Telecom Italia non si può ignorare, la soluzione potrebbe essere l’infrastrutturazione degli armadietti con la fibra. 

Un modo, quest’ultimo, per aumentare la concorrenza tra gli Olo (other licensed operators), acronimo che si riferisce a tutti gli operatori di rete non incumbent, giocandola sulla qualità e velocità del servizio. Se, come emerge dall’indagine dell’Ofcom, il costo di internet a banda larga in Italia è inferiore agli altri Paesi – ad esempio è sceso in un anno da 46 a 30 sterline per una giovane coppia dai consumi elevati, rispetto alle 31 della Francia, ai 48 della Spagna e ai 64 degli Usa – la velocità media, pari a 4-6 megabit al secondo, è inferiore rispetto al resto d’Europa. Tanto che, con i suoi 10 megabit al secondo reali, Fastweb è considerato un campione nazionale. Domenica a Radio 24 Bernabè ha cavalcato il tema: «I prezzi in Europa sono un terzo di quelli che ci sono negli Stati Uniti e l’Italia è uno dei Paesi dove internet costa di meno in assoluto», aggiungendo che, sulla rete fissa, «un abbassamento ulteriore dei prezzi limita la capacità di investimento e quindi limita la qualità futura dei servizi».
 

Fonte: Fiber to the home council Europe

Peccato che gli obiettivi fissati dall’Agenda digitale europea, che prevede, entro il 2020, una connettività di almeno 30 Mbps, e di 100 Mbps per almeno la metà dei mercati domestici, siano piuttosto stringenti. Da parte sua, Telecom Italia ha messo sul piatto 9 miliardi nel piano industriale al 2014. Nel piano industriale 2012-2014 si prevede infatti un investimento pari a 9 miliardi di euro per il cablaggio di 30 città a 100 Mpbs entro la prima metà del 2013, mentre per percorrere l’ultimo miglio nelle case di tutta Italia «l’approccio sarà selettivo». A Milano, ad esempio, arrivare nelle case significa affittare l’ultimo miglio da Metroweb. Eppure i ricavi dall’affitto della rete all’ingrosso sono di 9,28 euro al mese per Telecom, ma Metroweb, che arriva fino alle case, riesce a spuntare 12,5 euro all’ingrosso.

Il problema della velocità della connessione rimane irrisolto per gran parte del territorio nazionale. Proprio oggi, in un report diffuso dall’Istat, si legge che «il 93,6% delle aziende è connesso a Internet in banda larga fissa o mobile, ma solo il 26% circa delle imprese connesse a Internet dichiara di disporre di velocità nominali pari o superiori a 10 Mbps». Troppo poco. Per questo l’obiettivo della Cdp è quello di agire come investitore istituzionale a fianco di altri partner finanziari in una società che inglobi Metroweb e «anche pezzi di altre reti delle municipalizzate», ha detto oggi Bassanini, specificando però che «l’obiettivo non dev’esser la ripubblicizzazione della rete nel senso classico del termine».

Nel negoziato tra Telecom e la Cdp, secondo un operatore di lungo corso del settore, i vincoli regolatori sui servizi offerti dalla società amministrata da Marco Patuano saranno un elemento di centrale importanza per la definizione del prezzo a cui sarà conferita la rete in rame nella nuova società. Uno degli elementi critici del vectoring, la tecnologia individuata a inizio 2012 da Telecom per alzare a 100 mega la velocità di connessione dei cavi in rame, sta nel fatto che è autocertificata da Telecom.

Infine c’è la questione Lte, la rete veloce via radio utilizzata dagli smartphone. Anche in questo caso è intervenuta l’Europa: la raccomandazione del Parlamento europeo dello scorso marzo prevede l’assegnazione al traffico dati mobile di almeno 1200 MHz entro il 2015, segue le deliberazioni dell’Itu (International telecomunication union), l’organismo Onu che si occupa di assegnare lo spettro delle radiofrequenze. Una mossa che ha contribuito a rendere meno appetibile il beauty contest indetto dal Governo agli occhi di Rai, Mediaset e Sky, visto che quattro canali (54, 55, 58, 59), sulla banda 700 Mhz, non possono essere occupati dal segnale tv oltre il 2015, contesto che non ha attratto gli operatori mobili come Wind e Vodafone, che avevano già partecipato alla prima gara per le frequenze 3G, indetta due anni fa da Paolo Romani. «L’Lte è come un ombrellone in spiaggia, più di un tot di persone non ci stanno sotto», è il commento dell’esperto. In effetti, per quanto le celle possano essere ravvicinate al punto in cui si trova l’utente, chiunque navighi con la chiavetta sa che la ricezione non sarà mai paragonabile alla linea fissa. I costi del web in mobilità evidenziati dall’Ofcom per l’Italia sono scesi da 104 a 95 sterline per una coppia di utenti assidui, meno rispetto alle 118 della Germania alle 163 degli Usa e alle 146 della Spagna, ma più di Inghilterra e Francia, rispettivamente a quota 71 e 76 sterline al mese. 

La discesa dei prezzi deriva dalla maggiore apertura del mercato, con Wind, Telecom Italia e Vodafone a competere per conquistarsi la fedeltà degli utenti. Secondo un sondaggio dell’Ofcom, l’Italia è al secondo posto in Europa per possesso di tablet (23% degli intervistati), dietro alla Spagna (24%). Sulla banda larga fissa l’Agcom punterà a costruire un modello di tariffazione all’ingrosso (Rab, regulatory asset base) simile a quello dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas. Lo scorporo di Snam da Eni è stato un successo del governo Monti, se il prossimo governo non smonterà il provvedimento. Lo stesso non si può dire della rete ferroviaria Rfi e della rete in rame di Telecom. 

antonio.vanuzzo@linkiesta.it