
BRUXELLES – Bruxelles osserva silenziosa gli ultimi sviluppi della politica interna italiana. È un silenzio, però, che cela disagio e preoccupazione, accresciuto naturalmente dagli spread che lentamente tornano a risalire, con i riflettori che tornano a puntarsi sull’Italia.
La Commissione Europea, anzitutto, si trincera nel rigoroso no-comment – di prassi in questi casi – ma è un segreto di Pulcinella che i suoi vertici, a cominciare dal presidente José Manuel Barroso e soprattutto dal vicepresidente responsabile degli Affari economici Olli Rehn, tengono moltissimo a Mario Monti.
Già nei giorni scorsi si percepivano caute manifestazioni di preoccupazione per quel che potrebbe accadere con le elezioni. Il numero di domande assillanti che ci siamo sentiti rivolgere da funzionari comunitari su «quanta possibilità ci sono che Monti resti anche dopo» la dicono lunga sugli umori diffuso al Palazzo Berlaymont. Se parli con gente della direzione generale Affari economici si sentono elogi per quel che ha fatto il Professore.
Non che manchino critiche, come si è visto nelle ultime previsioni economiche, in cui si parla di un «risanamento dei conti solo fino dal 2013», o su alcuni aspetti della politica economica del governo tecnico. A Bruxelles si è notato un certo «infiacchimento» dello slancio riformatore di Monti, e tuttavia in generale la Commissione continua a vedere nell’ex suo membro al timone dell’Italia un «garante» che il corso di risanamento proseguirà. Del resto, più volte Monti si è rivelato stretto alleato dell’esecutivo Ue, a volte anche contro la Germania. E questo Barroso lo ha apprezzato.
Spostandoci dall’altra parte della strada, allo Justus Lipsius dove ha sede il Consiglio Ue (che rappresenta gli stati membri), gli umori sono ancora più trasparenti. Un po’ tutti vedono con rispetto il Professore, sebbene, anche qui, non manchino manifestazioni di un certa delusione per riforme considerate spesso solo a metà (tanti citano quella del lavoro). Raccontano che durante gli ultimi summit e alcuni consigli dei ministri Ue Monti e i suoi siano stati sondati da vari partner per capire che cosa ci si possa aspettare dalle elezioni e, raccontano (ma non ci sono conferme) che il premier non sarebbe stato sempre del tutto rassicurante. Altri suoi ministri, a cominciare dal titolare dell’Economia Vittorio Grilli si sarebbero invece prodigati ad assicurare che «chiunque verrà» si sentirà legato agli impegni presi.
«Con Monti sappiamo che cosa aspettarci – dice un diplomatico di un paese del Nord Europa – con il resto della politica italiana no». È certamente la posizione del governo di Angela Merkel, sebbene il rapporto con Monti negli ultimi mesi abbia subito parecchie ammaccature per una rotta piuttosto diversa da quella di Berlino presa dal premier – vedasi ad esempio il vertice di giugno, che ha spianato la strada al meccanismo anti-spread e alla sorveglianza bancaria Ue con la minaccia di veto estratta a sorpreso da Monti. E anche nel fallito summit sul bilancio settennale 2014 -2020 Berlino e Roma erano su posizioni molto diverse.
Resta però che, di fondo, la “chimica” tra Monti e Merkel continua sostanzialmente a funzionare, e a Berlino faticano a vedere nel panorama italiano un’altra figura considerata altrettanto autorevole. Non è un caso, peraltro, che ieri il capo della delegazione del Pdl all’Europarlamento, e uno dei big del Ppe, Mario Mauro, si sia chiaramente distaccato dalla linea di Berlusconi per dettare all’Ansa l’auspicio che «il governo del professor Mario Monti possa continuare fino alla naturale scadenza un lavoro di assoluta necessità» che «va preservato dalle logiche della campagna elettorale imminente». Mauro, che respira l’aria di Bruxelles, riflette umori molto diffusi nel Ppe. Davvero pochi (a parte vari italiani) hanno nostalgia di Silvio Berlusconi.
E Bersani? «Molto competente» si sente dire qua e là. A Bruxelles molti ricordano il suo lavoro di ministro con Romano Prodi, apprezzano lo stile sobrio e avulso da sparate troppo frequenti invece nel Cavaliere. «Di per sé – dice una fonte comunitaria – è una persona seria che sicuramente si rende conto dei problemi dell’Italia». Il problema che assilla però molti sono i possibili alleati del leader del Pd. Non è sfuggito da queste parti, anche se nessuno fa commenti aperti, che il suo probabile alleato Sel, Nichi Vendola, appoggi il referendum per abrogare la riforma del mercato del lavoro di Elsa Fornero che invece molti a Bruxelles giudicano troppo «timida».
Il timore è un ulteriore annacquamento delle urgenti riforme. Una cosa comunque è chiara: se potessero scegliere tra Bersani e Berlusconi a Bruxelles, sia alla Commissione, sia ancor più tra gli Stati membri, non ci sarebbe dubbio, tutto a vantaggio del primo. A cominciare da Angela Merkel che letteralmente detesta il Cavaliere e non lo nasconde neppure tanto. E c’è poi chi saluterebbe chiaramente l’avvento di Bersani a Palazzo Chigi: François Hollande, che comunque ha lavorato bene con Monti anche se a volte, dicono, lo ha trovato troppo propenso all’austerity di marca tedesca. La sintonia, dicono, sarebbe maggiore con il presidente del Pd.
La vera preoccupazione a Bruxelles è però soprattutto uno stallo post-elettorale, magari con un trionfo di Beppe Grillo, con una paralisi del Parlamento. «A quel punto sarebbe inevitabile un Monti bis, no?» ci sentiamo chiedere con angoscia. Che rispondere?