Cari comunicatori (o portavoce) non siete giornalisti. Rassegnatevi

Cari comunicatori (o portavoce) non siete giornalisti. Rassegnatevi

Qui a LK duecento e passa milioni di euro ci sono sembrati una bella cifretta da destinare alla comunicazione Eni e ve ne abbiamo dato conto in un corsivo di qualche giorno fa. Soprattutto ci sembrava singolare (o forse no) che la questione si risolvesse nel silenzio generale, ad eccezione del Corriere che con la Gabanelli è in partnership, dopo una puntata di Report che comunque aveva un qualche peso e non solo per questo aspetto. Rispetto agli enormi interessi della nostra azienda petrolifera, duecento milioni a qualcuno parranno anche bruscolini, e per derubricare la cosa a bagattella si racconta che dovendosi occupare del mondo il gruppo ha necessità di una comunicazione acconcia. Punti di vista.

Quello che importa è come si spendono quei soldi, con quali obiettivi, quali mezzi, e quale «buona accoglienza» si ottiene nei giornali in cui si investe. La questione è annosa, riguarda la libertà di stampa, mica pizza e fichi. Su questo aspetto, peraltro decisivo, promettiamo di tornarci. Qui, invece, si vuole sgombrare il campo da un equivoco, forse uno dei più grandi quando si entra in questo territorio. E cioè l’idea che i «comunicatori» d’azienda si possano considerare, a tutti gli effetti, giornalisti.

La risposta è evidentemente no. Ma la testa di questi signori è molto, molto dura, per cui è il caso di argomentare anche ciò che parrebbe limpido a persone di media e buona volontà.

Primo punto per i testadura: l’iscrizione all’Albo. Dà diritto di potersi considerare giornalisti solo in alcuni ambienti molto ben circoscritti: bar, tribune dello stadio, sagre di paese, sottosegretariati politici, luoghi di vacanza dove spacciare bubbole in estrema libertà. Fuori da ciò, dichiarandosi giornalista, l’interessato sa di compiere un furto di verità, pannellianamente e tecnicamente parlando (forza Marco!) è un falsario di verità.

Ma perchè non è un giornalista? Semplice, perché deve «comunicare l’azienda», ne è obbligato per contratto, qualunque sia la sua opinione dovrà piegarsi a quella più alta della società per cui lavora e che lo retribuisce. Nei momenti delicati, dovrà “vendere” la versione dell’azienda al massimo delle sue capacità, anche se magari in contrasto con la sua coscienza. Il miglior comunicatore è quello che nel tempo si convince perfettamente delle buone ragioni dei suoi superiori, ben al di là delle proprie, consapevole di poter arrivare alla perfezione del Pensiero Unico nel momento in cui la sua visione del mondo collimerà in modo inequivocabile con quella dell’azienda. Un ghigno, sottile ma evidente, segno di una perfetta clonazione del pensiero, apparirà sulle sue labbra ogniqualvolta al presidente scapperà di dire un’indecorosa cazzata. 

Ci vuole così tanto per capire che questo mestiere – figuriamoci, perbenissimo – non è il mestiere del giornalista?

E così il portavoce di un sindaco, di un ministro, insomma di un qualunque politico, ruoli delicatissimi e magari anche avvincenti, epperò lontani anni luce dal mestiere di giornalista. Ripetiamo: ci vuole così tanto a capirlo? Ci vuole tanto a capire che se porto la parola di qualcun altro, prima o poi mi ritroverò in quel territorio problematico in cui assecondare, fare da sponda, mio malgrado, ai comportamenti meno luminosi di una persona che non sono io? Perché comunicare è sempre per conto terzi. Il giornalista non comunica, guarda e racconta, in nome e per conto del suo unico padrone: il lettore.

Cari comunicatori, non è un fatto personale. È che ci siamo anche un po’ stancati d’essere scippati dell’anima di un mestiere che ha ancora un suo decoro. Che in certi momenti risulta essere bellissimo. E libero (sempre meno, per la verità). Ma per dimostrarvi che non è un fatto personale, è giusto portare la questione fuori dal semplice orto aziendale per farla ripiombare nei nostri giornali.

Ogni tanto, anche Massimo D’Alema dice di essere un giornalista professionista. La oppone, questa condizione, a domande di «colleghi» che lui non ritiene all’altezza per cui sentirsi ancora il direttore che fu dell’Unità. Ebbene, al di là dell’iscrizione all’Albo, D’Alema non può essere considerato un giornalista, nella vita ha sempre fatto altro. Com’era un tempo (anche adesso?), il direttore lo decideva il partito. E così fu anche per Veltroni, che oggi si sente più scrittore che giornalista.

La realtà, cari comunicatori, è che dirsi giornalisti fa ancora fico in questo povero Paese provinciale. Finiti gli sconti su Ferrovie e Alitalia, cosa rimane se non quella minima boria (da vendersi all’esterno) di una micro casta che ormai conta sempre meno? Niente, non ci volete proprio stare. Ma nemmeno noi, se permettete.

Se poi, all’interno dei nostri giornali, soggiornano anche dei simpatici venduti che non meriterebbero il titolo di giornalista, questa è storia che riguarda la deontologia professionale, la loro coscienza, i loro editori, e, caso non rarissimo, anche il codice penale. 

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