Pizza ConnectionCosì muore un’impresa lombarda

Impresa in crisi

Un gioiello tra le imprese di costruzioni lombarde attive dal secondo dopoguerra sta chiudendo definitivamente i battenti. Si tratta dell’Impresa Bocca di Vigevano, una struttura in grado di impiegare quasi 400 operai negli anni ’80, che in meno di 30 anni si è ritrovata però con 35 dipendenti e il fallimento alle porte.

Nonostante le commesse ancora in mano all’azienda tra le provincie di Pavia, Milano e Piacenza «l’attività è cessata in modo irreversibile – fa sapere a Linkiesta l’avvocato Andrea Rodolfo Masera, legale dell’impresa – e la procedura di concordato preventivo può essere una alternativa al fallimento, ma l’impresa non riaprirà i battenti».

«La crisi del settore con l’inevitabile contrazione del fatturato e i mancati pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni e di alcuni privati – spiega ancora Rodolfo Masera – hanno messo in difficoltà l’impresa portando a una importante carenza di liquidità».

Mancati pagamenti quelli della pubblica amministrazione intervenuti, si lamentano in particolare province e comuni, per rispettare il patto di stabilità. Tuttavia, fa sapere ancora il legale della Bocca, che non è ancora possibile «stimare l’ammontare dei crediti dato che sono ancora in corso di verifica». Di certo c’è che alcuni crediti verranno sicuramente incassati, per gli altri occorrerà aspettare l’adunanza dei creditori che è slittata dal 19 dicembre ai primi mesi del 2013.

A nulla è servito entrare in subappalto per i lavori riguardanti il raddoppio sul Ponte del Ticino, snodo nevralgico anche in vista di Expo 2015, che collega la zona della Lomellina con Milano o all’ex Fiera Milano. Infatti già da fine 2011 trenta dipendenti si sono trovati in cassa integrazione ordinaria, e chi invece ha continuato a lavorare, non ha più visto un euro dall’impresa dallo scorso giugno, mentre a novembre è terminata la cassa integrazione.

Negli scorsi mesi Fillea Cgil, sindacato degli edili, «ha spedito quattro lettere – ci dice Aleksander Ndoja, segretario Fillea della zona – alle amministrazioni creditrici, cioè la Provincia di Milano, la città di Abbiategrasso, la Provincia di Pavia e la Cooperativa Cesi, appaltatrice per i lavori del ponte sul Ticino, ma non abbiamo mai ricevuto risposta». Così anche sul fronte dell’ammontare dei crediti dove i due commissari nominati non sono ancora in grado di fornire cifre ufficiali.

Nel frattempo non si sono trovati altri acquirenti o soci disposti a una iniezione di capitale, così a subire le conseguenze della chiusura di Bocca Spa sono i lavoratori, la maggior parte dei quali quarantenni e cinquantenni con non molte speranze di reintroduzione nel mercato del lavoro, vista anche la crisi del settore. «Chiediamo solo di avere i soldi che ci spettano – dice uno dei lavoratori fuori dai cancelli dell’impresa – e non di mantenere in piedi uno zombie». Fuori dai cancelli c’è anche chi a 55 anni è tornato a farsi mantenere dalla madre ottantenne con la pensione.

Ma, prosegue un altro operaio che vuole mantenere l’anonimato, qualcosa è cambiato troppo repentinamente, «ai primi giorni di giugno 2012 ci viene detto di svuotare i furgoni e i capannoni dagli attrezzi. Da lì in poi tutti a casa. É vero che si era un po’ in crisi da un paio d’anni, ma qualcosa è cambiato con l’ingresso di uno dei figli dei soci che poi non abbiamo mai più visto».

Per capire l’aria che tira in una azienda che deve ai suoi dipendenti mesi di stipendio e cassa integrazione nel settore edile, e che sembrava tutto sommato in salute fino a qualche tempo fa, siamo andati fuori dai cancelli durante il sit-in organizzato nella mattinata del 10 dicembre.

Grande assente anche la politica locale, che sulla vicenda ha puntato i riflettori a maggio in seguito ad alcuni articoli di stampa, salvo poi, «fregarsene lasciando tutto al proprio destino senza nemmeno interessarsi», dicono fuori dalle cave. «Noi non siamo legati alle difficoltà della ditta – sottolineava a maggio l’assessore all’urbanistica di Vigevano, Luigi Grechi – perché l’anno scorso, con grande sforzo, abbiamo pagato la totalità dei fornitori, rispettando il patto di stabilità. Ma ci siamo riusciti perché negli ultimi due anni non abbiamo fatto investimenti in opere pubbliche». Così tra soci dell’azienda e politica (non) si fanno avanti i Ponzio Pilato.

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