Dai pascoli a Facebook, ecco i nuovi pastori d’Italia

Dai pascoli a Facebook, ecco i nuovi pastori d’Italia

“Di questo lavoro mi piace proprio tutto”. Non si parla di un lavoro qualunque, ma dell’antico mestiere del pastore. Quello che fa venire in mente le montagne di Heidi o le statuette del presepe. Con tanto di pecore, mucche e cani al seguito. L’autrice del libro – sottotitolo: “Giovani allevatori del XXI secolo, la passione per combattere la crisi” – si chiama Marzia Verona. Classe 1977, torinese, una laurea in Scienze forestali e ambientali, nel 2003 riceve un incarico dalla Regione Piemonte per il censimento degli alpeggi di Torino e Cuneo. «Parlo con le persone che vivono in alpeggio, inizio a comprenderne la vita, il lavoro, le problematiche», racconta, «incontro i primi pastori vaganti e mi viene voglia di seguire il cammino di queste greggi, per raccontarlo, documentarlo. Poco per volta questa diventa la mia vita».

Sulle montagne, Marzia trova anche l’amore, Claudio. «Pastore per tradizione», lo definisce lei. Da allora, alterna il lavoro in montagna alle attività universitarie di ricerca sulla pastorizia. Un sali e scendi continuo, che a lei piace. E che racconta attraverso il suo blog, “Storie di pascolo vagante”. Nei post si parla della necessità di proteggere gli animali nei giorni di neve, dei fondi pubblici per gli alpeggi, delle cure veterinarie e ancora dei cartelli che vietano il pascolo in alcune aree. E poi ci sono le storie dei giovani pastori e allevatori, che Marzia scova attraverso Internet e i social network. «Oggi molti giovani, soprattutto attraverso Facebook, danno un nuovo impulso al mestiere, anche all’allevamento tradizionale», spiega. «Hanno modo di incontrarsi in Rete, scambiare idee, sentirsi meno isolati e più motivati a proseguire».

Da questa galassia di storie è nato un librone di quasi 500 pagine, fatto di 72 storie di giovani, dai 15 ai 30 anni, che ogni giorno si svegliano alle 5 del mattino e trascorrono le giornate in compagnia di mucche, pecore e capre. «La realtà è ben diversa dai sogni», mette in guardia Marzia, «questo è un mestiere duro che richiede tanti sacrifici. Se non hai la passione non resisti».

«Stamattina nati altri 2 tori… Su 11 ke han partorito solo 3 femmine…Benone :)», scrive Yves su Facebook dal suo smartphone. Le foto postate da Anna, invece, ritraggono tutte enormi vallate verdi e decine di capre al pascolo. Poi c’è Daniele, scarponi da trekking e jeans, che si fa fotografare mentre bacia una delle sue pecore. E Cristina che commenta: «C’era una volta un pastore che ricomprò il gregge e visse felice e contento». Voci di una nuova Italia rurale che usa Facebook e Twitter. Voci di margari, di pastori, di allevatori. C’è chi vive di questo lavoro, chi sta facendo di tutto per aprire una propria azienda. Chi, invece, tra mille difficoltà economiche e burocratiche, non riesce a fare della pastorizia più di una passione per il tempo libero. 

In base ai dati della Confederazione italiana agricoltori (Cia), le aziende zootecniche in Italia sono 217.449 e rappresentano circa il 13% del totale delle aziende agricole: 124.210 sono aziende con allevamenti bovini, 2.435 con allevamenti bufalini e 73.855 con allevamenti ovi-caprini. E ancora: 26.197 sono aziende con allevamenti suini, 23.953 con avicoli e 9.346 con conigli. Il peso del settore è più alto nelle regioni settentrionali (48,2% in Alto Adige; 39,4% in Lombardia; 38,2% in Valle d’Aosta) e minore in quelle meridionali (2,3% in Puglia; 6,8% in Sicilia e 7,2% in Calabria).

Le storie che Marzia racconta sono fatte di giornate senza riposo, levatacce all’alba, tanta fatica e momenti difficili. «Soprattutto da quando il lupo è tornato sulle nostre montagne», racconta l’autrice. «Per cercare di evitare gli attacchi, il pastore deve essere sempre presente con il gregge. Bisogna avere i cani, chiudere le pecore nel recinto di notte e quindi trovarle tutte per farle rientrare». E poi ancora: «Devi essere con il gregge al mattino presto per mettere al pascolo gli animali e stare con loro fin quando è notte. Non c’è mai la possibilità di assentarsi un giorno». Insomma, aggiunge Marzia, anche il lavoro del pastore «è diventato stressante». Ma nonostante la fatica, «ci sono momenti di rara bellezza: come vedere gli animali che stanno bene, vederli pascolare liberamente, assistere alla nascita di un agnello». Storie lontane anni luce dalle strade delle nostre città, ma che costituiscono, insieme all’agricoltura, il 3,7% dell’occupazione nel nostro Paese. 

Tanto più che secondo i dati forniti la scorsa estate da Coldiretti, nell’Italia della crisi tremila giovani hanno scelto di mettersi alla guida di un gregge. Si tratta, come per l’agricoltura, soprattutto di ragazzi che hanno deciso di continuare l’attività dei genitori. Ma ci sono anche le new entry, quelli che vengono da percorsi di studio diversi e che hanno scelto di vivere a contatto con gli animali e la natura. E quando a guidare gli animali sono i più giovani, si registrano effetti positivi nel funzionamento dell’attività. Il 78% di loro investe, nonostante la crisi, sul miglioramento dei prodotti aziendali. L’innovazione si concentra sulla qualità e sulla sicurezza del prodotto, ma anche sulla capacità di creare nuove formule commerciali. Come la vendita diretta di lana, latte e formaggi. E soprattutto la presenza in Rete, dai blog ai social network. C’è chi su Internet ha trovato la salvezza per la propria attività. È il caso della famiglia Concas, che sul sito sardiniafarm.com permette di adottare una vera pecora sarda: in questo modo il “fattore a distanza” riceve periodicamente ricotte e formaggi e l’attività dei Concas può tirare avanti nonostante il deprezzamento del latte (contro il quale i pastori sardi protestano da anni). 

Le storie raccontate da Marzia sono le più varie. Dal veterinario nipote di margari al figlio del medico diventato pastore nomade, chi alleva pochi animali per passione e intanto fa un altro lavoro e chi ha scelto di emigrare in Polonia per trovare gli spazi mancanti nell’Italia vittima della cementificazione. Per tutti la scelta di lavorare a contatto con gli animali è tutt’altro che un ripiego. «La mia giornata varia in base ai periodi», racconta l’autrice. «D’estate dedico la maggior parte della settimana a stare in alpeggio. Lì faccio i “lavori di casa”, lavoro un po’ il latte di capra e poi raggiungo il mio compagno in quota portando il pranzo. Sto con lui fino al tardo pomeriggio, poi ridiscendo per preparare la cena per noi e per i cani che ci aiutano. Stiamo in alpeggio da metà maggio a metà ottobre. Scendo per andare a fare la spesa, lavare gli indumenti, le lenzuola, visto che non abbiamo la corrente elettrica, e per occuparmi degli altri impegni connessi all’altro mio lavoro». E nel resto dell’anno? «Vado al pascolo saltuariamente o nel week end, quando c’è necessità di aiutare per lunghi spostamenti con attraversamento di strade o di paesi o per la tosatura». 

Marzia non possiede un’azienda tutta sua. «Sono un pastore part-time», scherza. «Mi ero informata per aprire io stessa un’azienda, ma era quasi impossibile riuscirvi, dal momento che avevo altri redditi non agricoli e quindi non potevo figurare come imprenditrice agricola. Sarebbe però molto difficile partire dal nulla senza redditi». Tutti i protagonisti del volume, dice, «hanno posto l’accento su come sia indispensabile l’aiuto della famiglia, tanto economico quanto pratico. Per un giovane continuare l’attività di famiglia o iniziare dal nuovo riserva soddisfazioni ma anche insidie. Se si cerca uno spazio per il pascolo, spesso i prezzi sono alle stelle». Così Marzia aiuta il suo compagno, che invece un’azienda tutta sua con capre e pecore l’ha ereditata dai genitori. «Mi piacerebbe affiancare Claudio a tempo pieno, magari introducendo delle “novità” nell’attività tradizionale», confessa, «ma per ora devo portare a termine il progetto per il quale sto lavorando. Magari in futuro, complice anche la crisi che sta drasticamente tagliando la possibilità di continuare con le consulenze che ho fatto in questi anni, con enti pubblici, comunità montane e provincia, probabilmente la mia scelta sarà agevolata dalla mancanza di altri lavori». Però «intendo continuare a scrivere», precisa. 

I fattori che mettono a rischio il futuro della pastorizia, però, non sono pochi. Più della metà della carne di agnello in vendita in Italia è importata, soprattutto dai paesi dell’Est, anche se spesso viene spacciata come italiana. Stesso discorso per il latte. Dalla mungitura quotidiana di una pecora si ottiene in media solo un litro di latte che viene pagato attorno ai 70 centesimi al litro, ben al di sotto dei costi di allevamento che si avvicinano a un euro. In dieci anni, spiegano dalla Cia, le aziende sono diminuite del 41,3%, a fronte di una modesta riduzione dei capi allevati (-0,6%). Segno della tendenza alla concentrazione degli allevamenti in un numero sempre minore di aziende, ma con maggiori dimensioni.

«C’è un ragazzino che spesso viene in azienda perchè ha questa passione», racconta Marzia. «Deve ancora finire gli studi, ma da grande vorrebbe fare il pastore. Ogni tanto passa una giornata con noi, imparando il mestiere. Purtroppo in passato ho anche avuto anche esperienze negative: persone che dicevano di voler passare una stagione in alpeggio, ma che se ne sono andate dopo qualche giorno. La realtà è ben diversa dai sogni, questo è un mestiere duro che richiede tanti sacrifici».

Sul blog di Marzia, nome d’arte “blacksheep77” (pecoranera77), c’è una sezione riservata agli annunci di lavoro. «Sono Giovanni e mi autocandido per un’azienda che necessita di un aiuto-casaro, casaro e disponibile anche a periodi di alpeggio». «Alpeggio in Valle d’Aosta cerca pastore con gregge per prossima stagione». E ancora: «Ho una azienda agricola biologica a Santo Stefano Roero. Sono interessato a trovare qualcuno che possa far pascolare i suoi animali nei nostri vigneti nel periodo post vendemmia fino a primavera, per migliorare la fertilità dei suoli». Ma come spiega “pecoranera77”, non sempre domanda e offerta si incrociano. «Ci sono sempre più offerte da parte di gente che voleva lavorare in alpeggio (o fare un periodo di volontariato) che non aziende che cercano aiutanti», dice Marzia. «Forse anche perchè le aziende tradizionali non hanno ancora molto accesso a Internet».

Purtroppo, dice Marzia, «dal momento in cui sono state raccolte le interviste del libro alla chiusura delle bozze c’è anche chi ha venduto gli animali». La passione non basta quindi per combattere la crisi (come recita il sottotitolo)? «Con la passione si dovrebbe riuscire a vincere la crisi, ma la speranza è che perlomeno si riesca a continuare a lavorare e non a chiudere. I problemi sono tanti e fanno distinguere la parte romantica dalla quotidianità». 

Marzia Verona