Dalla Libia all’Afghanistan: Monika Bulaj, un viaggio lungo una vita con la macchina fotografica in mano

Dalla Libia all'Afghanistan: Monika Bulaj, un viaggio lungo una vita con la macchina fotografica in mano

Il viaggio non è ancora terminato. E forse, per Monika Bulaj, unadelle più grandi fotografe viventi, non terminerà mai. Non finché la ragazza di Varsavia, residente a Trieste da ormai lungo tempo, conserverà il bisogno di scoprire e di esplorare popoli, fedi religiose e culture differenti dalla propria. La sua ultima tappa si chiama Afghanistan, un paese dilaniato «da una guerra di vendetta» e da un enorme fardello di vittime civili, ma ancora «capace di offrire il volto umano e autentico» tipico dell’Asia Centrale.

Prima di approdare a Kabul, dove torna periodicamente da ormai tre anni, Monika ha documentato tantissime realtà in tutto il mondo: dai Balcani all’Africa Nera, dall’India all’Europa dell’Est, da Gerusalemme al Grande Maghreb. Negli anni ha pubblicato diversi libri, esposto oltre sessanta mostre, da New York al Cairo, e le sue foto sono apparse in tutte le maggiori testate italiane ed internazionali. Il suo presente si chiama “Nur/Luce. Appunti afgani“, «un viaggio solitario in un Paese allo stesso tempo disperato e capace di ridere», dove la fotografa racconta – a margine di un evento organizzato a Berlino da Photo-Berlin – di aver trovato «focolai di speranza nel fondo più nero della disperazione».

Che cosa ti ha spinto ad andare in Afghanistan?
Da tempo sognavo di andarci. Era un mito, una speranza: quella terra, che unisce tante culture diverse, mi affascinava. Da lì passavano i migratori, i nomadi, la via della seta. Io lo definisco un grande incrocio con i semafori un po’ scassati. E la stessa Kabul è una città ricca di mitologia, di leggende, di storia, una città bellissima.

Il recente conflitto ha inciso nella tua scelta?
Negli anni successivi all’11 settembre, una guerra di vendetta, profondamente ipocrita, ha portato un attacco a spese della popolazione civile, colpendola ingiustamente. In quel periodo, i media hanno mostrato solo il lato peggiore di quella terra: la povertà e la desolazione. Più recentemente, l’Afghanistan è scomparso dalle televisioni, lasciando impresso nelle nostre menti un brutto ricordo, in un perpetuo immobile tra gli stereotipi che generano la guerra e la guerra che genera stereotipi. A quel punto mi sono detta: è arrivato il momento di far vedere che c’è anche dell’altro.

Come hai deciso di viaggiare in solitaria?
In realtà, il viaggio lo concepisco solo così: mi piace dover imparare da capo tutto il codice di comportamento, in una città dove non si può assolutamente contare sui consigli degli stranieri. Ho studiato la lingua, immergendomi completamente nella loro cultura. 

C’è stata, almeno inizialmente, una reazione di rifiuto alla vista di un fotografo occidentale?
Dopo dieci anni di presenza militare, gli occidentali sono scomparsi dalle strade, sfrecciano sui blindati e vivono nelle loro aree protette. In pratica, lavorano su un paese che hanno disimparato a conoscere, con l’impossibilità di raggiungere le persone. Nonostante questo, la reazione al fatto che fossi occidentale è stata ottima. Gli afgani sono il popolo più ospitale che conosca.  Questa capacità di accogliere generosamente uno straniero che è sinonimo del male vissuto sulla propria pelle, mi ha  profondamente stupita.

È arrivata prima la passione per le minoranze, per le ingiustizie, per le religioni, oppure quella per la fotografia?
Prima mi sono appassionata all’argomento, poi ho trovato il mezzo per raccontarlo. In realtà sono partita dalla scrittura: all’inizio raccoglievo soprattutto interviste, taccuini e taccuini su cui annotavo informazioni di carattere antropologico. A quel tempo, la macchina fotografica era soltanto un mezzo di documentazione personale. Col tempo invece è diventata anche strumento di espressione, perché mi ha permesso di catturare appieno il grande mistero che si celava dietro ai volti che incontravo, la loro bellezza.

Cosa ne pensi dei reportage fotografici realizzati con lo smartphone?
Si tratta di uno strumento molto interessante, se usato in modo consapevole. Alcuni di questi lavori sono davvero belli. Ma non fa per me, io sono una tradizionalista… nella fotografia ho bisogno della fisicità nel rapporto con lo strumento. 

Fotografi ancora a rullino?
Scatto sia in digitale sia in analogico. La pellicola è qualcosa di magico, che dura più della cosa che rappresenta. Il negativo offre un rapporto strano ed affascinante tra il fisico e il virtuale, tra l’immagine che fluttua da qualche parte e la necessità di imprigionarla in un supporto tangibile. E mi piace tantissimo.

Stai già pianificando le prossime tappe?
Prima di tutto tornerò in Afghanistan, poi vorrei fare nuove esperienze in Iran ed in Libia. Vorrei vedere la trasformazione del paese africano dopo tutti questi stravolgimenti politici, capire cosa succede ora. Ho talmente tante idee che non so più dove metterle.

Non hai mai paura?
Sì, sempre. Ma solo di non riuscire a partire. (ride)

*tutte le foto sono © Monika Bulaj

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