È il Vaticano che ha bisogno di Monti (più che il contrario)

È il Vaticano che ha bisogno di Monti (più che il contrario)

CITTA’ DEL VATICANO – Che si tratti di mutuo soccorso o di una entente cordiale, la relazione tra Palazzo Chigi e il Palazzo apostolico, da quando è arrivato Mario Monti, è solida, solidissima. Non c’è solo la leale collaborazione che, in tutta la storia repubblicana, non è quasi mai mancata tra le due sponde del Tevere. C’è qualcosa di più: il Vaticano e il governo italiano hanno bisogno l’uno dell’altro. L’esecutivo dei tecnici, privo – come ha dimostrato l’incrinatura delle ultime ore con il Pdl riberlusconizzato – di una base parlamentare stabile, ha cercato nel sostegno vaticano, oltre che nel gradimento delle cancellerie internazionali e nella minaccia dello spread, un puntello decisivo. Sin dalle consultazioni per la formazione della compagine governativa, fin da quando – Monti era ancora nello studio di senatore a vita presso Palazzo Giustiniani – una cordiale telefonata tra il premier in pectore e Benedetto XVI fece cadere ogni remora del mondo cattolico nei confronti del Professore. E, probabilmente, spianò la strada all’ingresso nella squadra di governo di personalità gradite alla Conferenza episcopale italiana e alla segreteria di Stato del cardinale Tarcisio Bertone.

Quest’ultima, poi, ha bisogno di Mario Monti forse ancor più di quanto egli abbia bisogno del Vaticano. Orfana di un Berlusconi ritenuto per lunghi anni alleato imprescindibile; delusa da un berlusconismo che, ben prima di impantanarsi nelle notti di Arcore, non ha mantenuto la promessa di una “rivoluzione liberale” capace di coniugare modernità e “valori non negoziabili”; scossa da vicende interne – le indagini sulla “cricca” e gli immobili di Propaganda fide, quelle sui movimenti sospetti dello Ior, e infine la fuga di documenti riservati Vatileaks – che, opacamente intrecciate con pezzi di potere italiano, l’hanno resa fragile e vulnerabile, la Santa Sede ha trovato in Mario Monti un interlocutore serio, stimato, solido. Anzi, un amico.

A cementare questa impressione, il rapporto cordiale, per certi versi inatteso, tra il premier e Joseph Ratzinger. In realtà, c’è poco da sorprendersi. I due uomini sono entrambi professori. Pacati, colti, europeisti. Poco dopo il suo insediamento, a metà novembre Monti ha cercato sin da subito un rapporto diretto con Benedetto XVI, andando di persona all’aeroporto di Fiumicino a salutare il Papa in partenza per l’Africa. All’udienza concessa a gennaio in Vaticano, poi, il premier portò in dono al Papa due libri, un suo antico volume intitolato “Il governo dell’economia e della moneta. Contributi per un’Italia europea” (pubblicato nel 1992 mentre il cardinale Ratzinger dava alle stampe il libro “Svolta per l’Europa? Chiesa e modernità in Europa”) e un volume di “Atlanti nautici” del 1500 di Francesco Ghisolfo. «Da lei – chiosò Monti – ci aspettiamo orientamenti e indicazioni». Un dono “simbolico”, convenne il Papa. Al quale – per dire la differenza di stile – Berlusconi, in un’udienza precedente, aveva regalato una croce intarsiata di pietre preziose, ogni pietra con la sua “significanza”.

L’intesa tra Monti e Ratzinger non è impastata solo di simpatia, chiacchiere e accademia. Quando, a fine estate, dalla Germania, e in particolare dalla sua Baviera, iniziarono a levarsi siluri in direzione della Bce di Mario Draghi, della solidarietà europea nei confronti della Grecia, dell’accordo faticosamente raggiunto al vertice di Bruxelles sul muro anti-spread, Monti si recò a far visita al Papa a Castel Gandolfo. A quanto trapelò, il premier espresse al Pontefice tutta la sua apprensione, e Ratzinger ascoltò attentamente. Qualche giorno dopo, il partito cristiano-democratico bavarese (Csu) abbassò i toni della polemica.

In realtà non tutti, nella galassia cattolica italiana, amano Mario Monti. Certo, è cattolico (dopo aver preannunciato le sue prossime dimissioni, era a messa con la moglie Elsa), ma di rito ambrosiano. Certo, ha studiato dai gesuiti, ma il suo Governo non ha mosso un dito sui “valori non negoziabili” e, anzi, ha minacciato di liberalizzare il commercio anche nel giorno sacro della domenica. Certo, ha trovato una soluzione ragionevole sulla vicenda delle esenzioni Imu agli immobili della Chiesa, ma le scuole paritarie paventano la chiusura. Certo, le voci su una sua affiliazione alla massoneria sono solo maldicenze, ma mantiene un solidissimo legame con l’establishment finanziario internazionale e con una Bruxelles guardata con sospetto nel Palazzo apostolico e in casa Cei. Eppure a Mario Monti, almeno adesso, non c’è alternativa.

Forse senza entusiasmo, il cardinale Angelo Bagnasco, con un’intervista al Corriere della sera, gli tira però la volata: «Sarebbe un errore in futuro non avvalersi di chi ha contribuito in modo rigoroso e competente alla credibilità del nostro paese in ambito europeo e internazionale evitando di scivolare in situazioni irreparabili». Qualche giorno prima, quando Giorgio Napolitano aveva escluso che il senatore a vita Monti si ricandidasse, il quotidiano della Cei Avvenire si era spinto a esprimere stupore per l’uscita del presidente della Repubblica. Nell’intervista al Corsera Bagnasco fa qualcosa di più: scarica, definitivamente, Silvio Berlusconi. «Non si può mandare alla malora i sacrifici di un anno», afferma, «ciò che lascia sbigottiti è l’irresponsabilità di quanti pensano a sistemarsi mentre la casa sta ancora bruciando». Gli fa eco il direttore dell’Osservatore romano Giovanni Maria Vian, che, sempre al Corriere della sera, oggi afferma: «La demagogia si esprime attraverso parole d’ordine facili che magari possono riscuotere consenso, ma poi non farebbero che danneggiare, se seguite, le fasce più deboli del Paese: proprio quelle che la Chiesa in Italia aiuta».

La Conferenza episcopale italiana non arriva a fare l’endorsement che, qualche giorno fa, il quotidiano della Santa Sede ha dato a Pier Luigi Bersani fresco di trionfo alle primarie del centro-sinistra. «Dobbiamo vincere ma non si può vincere a qualsiasi prezzo, raccontando favole, perché poi non si governa», aveva detto il leader del Pd. «È un punto cruciale per il partito e per il Paese», aveva commentato l’Osservatore romano: «La necessità di una buona dose di realismo nella ricetta che i partiti intendono proporre per fare uscire l’Italia dalla crisi. È un tema che deve accomunare tanto la sinistra quanto la destra». Ma l’unità di intenti tra Cei e Vaticano, in questo frangente, è palese, e denuncia lo stato di emergenza in cui la Chiesa ritiene che il Paese si trovi.

I vertici della Chiesa, ora, si trovano nella curiosa posizione di simpatizzare, in campagna elettorale, con molti partiti tranne quello che è stato per lunghi anni il loro partito di riferimento, il Pdl. Si presentano più Church friendly il Pd forte della sua componente cattolica e popolare, l’Udc, unica formazione che conserva lo scudo crociato nel simbolo, e, soprattutto, l’eventuale “lista per Monti” di Andrea Riccardi, Luca Cordero di Montezemolo e Andrea Olivero, nonché – se avrà il tempo di formarsi e non si frammenterà in mille personalismi – una terza gamba centrista che raccolga i transfughi berlusconiani e le associazioni di Todi meno inclini ad un’alleanza con i progressisti. Ma, nell’era Monti, il collateralismo del cardinale Camillo Ruini con il berlusconismo è archiviato definitivamente.

Fino all’ultimo i vertici della Cei hanno sperato che, sotto la guida di Angelino Alfano, il Pdl, deberlusconizzato, si trasformasse in una versione italiana del Ppe, magari in salsa democristiana. Poi il Cavaliere ha deciso di tornare in campo e ogni auspicio si è infranto. Se, in forza del procellum, Silvio Berlusconi depennerà dalle liste elettorali anche cattolici ‘doc’ come Maurizio Sacconi e Eugenia Roccella, il Popolo della libertà sarà partito non grato. Ora anche un ciellino come Mario Mauro – a lungo uomo di fiducia di Berlusconi all’Europarlamento – rischia di abbandonare la nave che affonda. E con un Cavaliere intenzionato a impostare una campagna elettorale in chiave anti-europea, a Bruxelles la poltrona che spetta all’Italia in seno al Ppe potrebbe passare da Silvio Berlusconi a Mario Monti. I primi segnali già ci sono. Il capogruppo Joseph Daul oggi ha definito «un grave errore» il fatto che Berlusconi abbia innescato le dimissioni di Monti. «Non ci possiamo permettere una politica spettacolo, serve una politica rigorosa», ha detto il francese. L’operazione avrebbe l’avallo, se non il fattivo interessamento, degli emissari della Santa Sede. Certo, a chi sosteneva che quella vaticana fosse la prima diplomazia del mondo, il cardinale Domenico Tardini rispondeva, ironico: «Figuramose la seconda…». Ma, di fronte al rischio di perdere l’Italia, c’è da giurare che il Palazzo apostolico non resterà a guardare.