E perfino Goldman Sachs ora critica Monti

E perfino Goldman Sachs ora critica Monti

L’Agenda Monti rischia di essere un fallimento per l’Italia. E a dirlo, implicitamente, è Goldman Sachs. Pochi giorni prima della pubblicazione del memorandum dell’ultimo presidente del Consiglio, Mario Monti, la banca americana ha duramente criticato l’operato dell’ex commissario Ue. «Il governo Monti ha fallito la realizzazione della sua promessa iniziale», dice Goldman Sachs. Diverse riforme sono finite nel dimenticatoio, mentre quelle più importanti per la rivitalizzazione dell’economia, come le liberalizzazioni, non sono ancora del tutto ultimate. E se non ci è riuscito alla guida di un governo tecnico, quando il rendimento dei bond italiani era ai massimi dall’introduzione dell’euro, provare a farcela tramite un’agenda programmatica sarà ancora più difficile.

Un pizzico di Matteo Renzi, di Fermare il Declino, di Pietro Ichino e, infine, dei famosi 39 punti della Commissione Ue dell’autunno 2011. L’Agenda Monti è una miscela di ricette economiche, sociali e politiche. Un mix che però sa di deja vu. In molti casi, come nel capitolo relativo alla riduzione del debito, oltre i 2.000 miliardi di euro, si tratta di ricette che si ripresentano da anni, senza successo. Lo stesso dicasi per le liberalizzazioni, o per il ritorno a una crescita sostenibile, anche utilizzando la leva della riforma fiscale, vera e propria chimera degli ultimi trent’anni di storia italiana, o una fantomatica facilitazione all’introduzione di «nuove forme di finanziamento per migliorare l’accesso al credito e promuovere misure che facilitino la crescita dimensionale delle nostre imprese». Ancora, nessun riferimento all’abbraccio mortale fra banche, fondazioni e politica, uno dei mali italiani degli ultimi vent’anni.

L’obiettivo primario fissato nell’Agenda Monti è quello di abbattere il debito pubblico. Nello specifico, gli estensori del memorandum ritengono che «con un debito pubblico che supera il 120% del Pil non si può seriamente pensare che la crescita si faccia creando altri debiti». Un concetto chiaro, che è in linea con quanto sta succedendo nell’economia globale dalla primavera del 2007, ovvero quando scoppiò lo bolla immobiliare americana. L’attuale modello di sviluppo dell’Occidente, basato sull’indebitamento per il sostentamento dell’espansione economica, non è più sostenibile. L’austerity, o meglio il ritracciamento del livello di spesa dato il vincolo di bilancio esistente, deve continuare.

È sullo spread, ovvero il differenziale di rendimento fra i titoli di Stato italiani con scadenza decennale e i corrispettivi tedeschi di pari entità, che l’agenda inizia a traballare. Si spiega infatti che il finanziamento del debito pubblico costa all’Italia 75 miliardi di euro in interessi annuali, il 5% del Pil. In realtà, l’ultimo aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def), relativo al 2012, fornisce cifre ben differenti. Il capitolo inerente alla spesa per interessi passivi vede una costante tendenza al rialzo. Se nel 2011 sono stati spesi 78,021 miliardi di euro, nel 2012 la previsione di spesa, quasi definitiva, è di oltre 86 miliardi. E le stime per i prossimi anni sono ben poco ottimistiche. Nel Def gli economisti del Tesoro hanno calcolato che dal 2011 al 2015 l’Italia registrerà un incremento di 27,373 miliardi di euro degli oneri di spesa per interessi passivi. In altre parole, nel 2015 l’Italia pagherà 105,394 miliardi di euro per questa voce. C’è anche la possibilità che questi oneri calino, se il rendimento dei bond italiani alle aste primarie, ovvero quelle dirette dal Tesoro, continua con il trend positivo vistosi da settembre a oggi.

L’obbligo, in ogni caso, è quello di continuare a produrre un saldo primario, cioè spendere meno di quanto si incassa anno per anno. In questo caso, sarà positiva l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, che vincola i prossimi governi dal punto di vista formale al rispetto del Fiscal compact, il nuovo patto fiscale europeo. Il target nel lungo periodo è quello della riduzione, a partire dal 2015, del debito pubblico, con il ritmo di un ventesimo all’anno, fino a toccare quota 60% del Pil. Secondo la banca americana Goldman Sachs, il mix di stagnazione economica, scarsa produttività e immobilismo nelle riforme, complice un quadro politico incerto e frammentato, rischia di durare per i prossimi cinque anni. Così si renderebbe ancora più difficile il rientro dell’Italia dentro i parametri del Fiscal compact, ovvero il deficit pubblico non oltre il 3% del Pil e il debito pubblico entro il 60% del Pil.

Ridurre il debito per combattere la crisi. E per farlo, Monti ha deciso di continuare sulla via dettata dal ministro delle Finanze Vittorio Grilli: la valorizzazione e la dismissione del patrimonio pubblico. In luglio, Grilli aveva parlato di un maxi piano quinquennale di dismissioni per ridurre il debito di «15-20 miliardi di euro l’anno, pari all’1% del Pil». Il tutto con l’obiettivo di riportare il rapporto debito/Pil intorno quota 105% in un lustro, anche grazie alle altre misure di consolidamento fiscale. Eppure, come spiegato in luglio dal Fondo monetario internazionale (Fmi) nel corso della sua Debt sustainability analysis (Dsa) c’è il 95% delle possibilità che il debito italiano, nell’arco dei prossimi cinque anni, rimanga fra il 120% e il 130% del Pil. Più facile, invece, continuare ad allungare la scadenza del debito. Meno vincoli nel breve termine, quindi più respiro. E, allo stesso tempo, continuare nel processo di controllo della spesa pubblica, a cominciare dagli enti centrali.

Sul fronte fiscale, la ricetta di Monti vede un riequilibrio dei carichi fiscali. Facile a dirsi, difficile a farsi. L’obiettivo finale è quello di una riduzione del peso fiscale, tanto per le famiglie quanto per le imprese. Il tutto «anche trasferendo il carico corrispondente su grandi patrimoni e sui consumi che non impattano sui più deboli e sul ceto medio». In altre parole, patrimoniale e aumenti delle imposte su sigarette, alcolici e, forse, beni di lusso. Pertanto, spiega l’Agenda Monti, occorrono «meccanismi di misurazione della ricchezza oggettivi e tali da non causare fughe di capitali». Ed è proprio qui che sorgono i problemi. I blitz della Guardia di Finanza nelle località di villeggiatura, sia montane sia marittime sia lacustri, sono state più operazioni di facciata che altro. La verità, in questo caso, è che i capitali sono già all’estero. Nello scorso novembre la banca anglo-asiatica Hsbc ha calcolato che il 78% dei grandi patrimoni italiani (o High-net-worth individual, Hnwi, cioè sopra il milione di dollari) è allocato all’estero. Soldi che non torneranno mai in Italia perché non ne hanno la convenienza. E all’idea di una patrimoniale, quei pochi soggetti che hanno ancora ricchezza dentro i confini italiani inizieranno a pensare come proteggersi.

Cosa fare quindi? Le vie possono essere diverse. Da un accordo fra Italia e i singoli paradisi fiscali all’introduzione di uno scudo fiscale con diverse agevolazioni per i dichiaranti, passando per la misura più drastica, l’acquisto dei file degli evasori, come avvenuto in diversi Paesi nel mondo. Del resto, l’esempio più concreto di cosa significa introdurre una patrimoniale lo si è visto in Francia dopo la vittoria di François Hollande nella lotta per l’Eliseo. La fuga di Gérard Depardieu è emblematica, ma secondo la banca transalpina Société Générale sono addirittura «migliaia» i cittadini francesi che stanno cercando di cambiare nazionalità.

Infine, il capitolo più spinoso, quello sul welfare. L’Agenda Monti ribadisce che «lo Stato sociale è il cuore del modello sociale europeo e della sua sintesi tra efficienza ed equità, mercato e solidarietà». Il problema è che, come ha ricordato anche il presidente della Banca centrale europea (Bce) Mario Draghi, l’attuale modello di welfare europeo è da ripensare. L’attuale livello di spesa, sanitaria e previdenziale, sarà presto insostenibile. Ecco quindi che l’Agenda Monti lascia intendere che ci dovranno essere ulteriori sacrifici per i cittadini. Sono stati troppi i tentativi, anche nel recente passato, di una razionalizzazione della spesa sanitaria, unita a una gestione manageriale degli enti basata sulla trasparenza. Tentativi tutti falliti o quasi per via di un sistema clientelare, una piovra che ha colpito anche i modelli più virtuosi.

Le ambizioni dell’Agenda Monti sono elevate. Forse troppo. Crescita stagnante, debito pubblico elevato e riforme in bilico: è questo lo scenario in cui si troverà a governare il prossimo presidente del Consiglio. E se vorrà incrementare la fiducia verso gli operatori finanziari internazionali e gli investimenti diretti esteri, capitolo in cui come ricorda Monti siamo uno dei fanalini di coda dell’Ue, dovrà non solo adottare il memorandum dell’ex commissario europeo, ma anche quello del Fmi. Un obiettivo ancora più complicato.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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