Emmott: «Monti non si candidi, meglio stare fuori dalla mischia»

Emmott: «Monti non si candidi, meglio stare fuori dalla mischia»

Non può resistere ai riflettori. Perché altrimenti Silvio Berlusconi avrebbe improvvisamente annunciato il suo ennesimo fidanzamento con una donna mezzo secolo più giovane di lui in uno show tv proprio su uno dei canali del magnate miliardario? Per quale altro motivo avrebbe recentemente annunciato il suo ennesimo ritorno politico quando nessun italiano pensava che fosse andato via? Per quale altro motivo avrebbe spudoratamente  capovolto la situazione passando dall’andare contro le politiche del suo successore come primo ministro, Mario Monti, al dire che vorrebbe sostenere Monti se il professore decidesse di prendere parte alle elezioni italiane, adesso previste per il mese di febbraio?

Tuttavia i riflettori, e certamente l’attenzione internazionale, adesso hanno bisogno di resistergli. Per quanto il vecchio guerriero del bunga-bunga desiderasse che fosse diverso, Berlusconi sa di non essere la figura centrale nei sondaggi italiani. Potrebbe eventualmente fare un ritorno vero e proprio – se guarda a est, alla straordinaria rinascita del partito precedentemente umiliato e adesso al potere in Giappone, dovrebbe trovare conforto – ma non ora. Il suo impossessarsi dei riflettori rispecchia il fatto che la sua posizione è debole e molti dei suoi sostenitori lo hanno abbandonato.

Al contrario, il ruolo centrale nelle elezioni sarà occupato congiuntamente dal professore, da un ex comunista, e da un comico professionista. E, più in generale, dalla questione se gli italiani siano disposti ad affrontare la realtà o vogliano piuttosto continuare a nascondersi da essa. Tale questione, a sua volta, potrebbe rivelarsi cruciale per il futuro dell’euro.

Da quando i mercati obbligazionari internazionali e lo sgretolamento della sua coalizione hanno espulso Berlusconi dal suo incarico, un gruppo ha continuato a evitare la verità: l’establishment politico. Nel corso del suo discorso annuale al Quirinale lunedì, il Presidente Giorgio Napolitano, ha detto altrettanto. «È stato in gran parte un anno sprecato – ha detto – con poco in termini di riforme». Il suo appello, nello stesso discorso di un anno fa, di mostrare «verità, intelligenza e coraggio» è stato ignorato. Questo non è quello che si potrebbe pensare se si ascoltassero gli analisti di mercato o i commentatori della politica europea. Secondo loro, Monti, l’uomo al di fuori della classe politica, ha salvato l’Italia e ha trasformato le sue prospettive. Purtroppo questo non è vero. Ha stabilizzato la politica fiscale, ha tagliato il deficit di bilancio e ha assicurato che il suo paese sia di nuovo il benvenuto nelle cancellerie d’Europa, in particolare a Berlino. Oltre a ciò, tuttavia, ha ottenuto poco, a parte qualche rattoppo furtivo.

Il motivo principale è inerente alla natura transitoria del governo che gli è stato chiesto di formare un anno fa. Nonostante fosse formato da  non-politici come lui, dipendeva dal sostegno in parlamento di una grande coalizione di opposti, che andavano dal partito di destra di Berlusconi al centro-sinistra del Partito Democratico. Tutti sapevano che le elezioni si sarebbero tenute al più tardi entro aprile 2013, così se il commissario Monti proponeva qualcosa che non gli piaceva, l’opzione semplice era quella di guadagnare tempo.

Ora, grazie alle buffonate di Berlusconi, il Parlamento sarà sciolto più di un mese prima, con le elezioni probabilmente il 17 febbraio o il 24, in modo che poche riforme potranno essere convertite in legge rispetto a quante avrebbero dovute essere. Nel sistema italiano, il governo riforma con decreti che poi devono essere sostituiti da leggi vere e proprie per non estinguersi. Molte delle leggi, come anche una modesta riforma delle regole del mercato del lavoro che il governo Monti ha introdotto (per rendere un po’ più facile licenziare le persone e per far sentire un po’ meglio curati quelli licenziati), adesso si perderanno per strada.

Quindi, la vera battaglia sarà dopo. La situazione fiscale in Italia è sotto controllo molto meglio che in Spagna, in Portogallo o in Grecia, ma si è ottenuto meno in termini di liberalizzazione del mercato o di riforme politiche rispetto a qualsiasi dei tre Paesi. E si ha bisogno di ottenere di più, sebbene catturi l’attenzione il debito sovrano a più del 120 per cento del Pil, secondo nella zona euro solo alla Grecia, il vero problema è la crescita, che negli ultimi dieci anni è stata la peggiore nell’Unione. Senza crescita, l’Italia non riuscirà mai a ridurre il debito a un livello gestibile.

Il motivo essenziale per cui l’Italia non è cresciuta è che ha accumulato montagne di ostacoli e deterrenti per l’impresa. Gli oligopoli (come l’impero mediatico di Berlusconi), le pratiche restrittive, le tasse elevate, le draconiane leggi sul lavoro, la giustizia lentissima e la diffusione della criminalità organizzata come un cancro da sud a nord, bloccano il naturale spirito imprenditoriale degli italiani, e scoraggia gli investimenti stranieri. Si ha bisogno di leadership da parte del governo per iniziare a superare questi ostacoli. Ma la fiducia nel governo è profondamente distrutta, e non c’è da stupirsi: la classe politica ha dimostrato di essere soprattutto interessata a ornare di piume il proprio nido con alti salari, benefici e corruzione, o a proteggere i suoi gruppi d’interesse preferiti.

Entriamo nel contesto reale. Nell’angolo rosso c’è Pier Luigi Bersani, un moderato, un grigio ex comunista che adesso guida il Partito Democratico, che è ben in testa ai sondaggi con il 30-35 per cento. Lui ha un percorso politico leggermente riformista ma potrebbe essere troppo  per il sindacato e per gli altri sostenitori più a sinistra per spingere davvero verso le riforme.

Nell’angolo “ci sentiamo tutti depressi” c’è Beppe Grillo, un comico il cui “Movimento cinque stelle” spaventa i vecchi partiti e i tedeschi correndo in una seconda posizione con il 20% grazie a un messaggio di protesta contro la politica tradizionale e l’euro, e, in maniera un po’ incoerente, a favore della sostituzione del governo rappresentativo con una democrazia diretta e basata su Internet. È conosciuto come il partito del “Vaff”, l’abbreviazione di un’espressione volgare non traducibile in un giornale per le famiglie.

Infine, fa capolino sopra le corde il professor Monti. Ha giurato di non prenderne parte, ma è sottoposto a pressioni per farlo nella speranza di rafforzare i partiti di centro e contrastare la buffoneria disperata di Berlusconi e la preoccupante negatività di Grillo con un po’ di argomenti costruttivi per le riforme. Probabilmente sarebbe meglio se rimanesse al di sopra della mischia e a maggio fosse scelto per sostituire il Presidente Napolitano, ma la paura che il dibattito diventi troppo negativo e irreale può tentarlo.

L’Italia ha un estremo bisogno di un nuovo governo, probabilmente di una coalizione di centro sinistra, che riconosca la realtà. Ma è difficile essere ottimisti con così tante forme di evasione della realtà offerte, dalla presunta fidanzata ventisettenne ai comici del Vaff….

*Ex direttore dell’Economist, autore di un documentario sull’Italia «Girlfriend in a Coma»
 

L’articolo è stato originariamente pubblicato sul Times.

(Traduzione di Stefania Saltalamacchia)