I mercati non credono al ritorno di Silvio, hanno paura per le riforme

I mercati non credono al ritorno di Silvio, hanno paura per le riforme

Doveva esserci uno scossone. E scossone è stato. L’effetto delle annunciate dimissioni di Mario Monti non si è fatto attendere. Fin dalle prime battute, l’Italia è stata sotto pressione sul mercato obbligazionario secondario e su quello azionario. Piazza Affari ha aperto in pesante rosso, con una contrazione intorno al 2% per poi estendere le perdite fino a oltre il 3,5 per cento. Stesso discorso per i tassi d’interesse dei Btp a dieci anni, saliti di oltre 25 punti base fino a quota 4,89 per cento. Analoga tendenza per i Credit default swap (Cds), i derivati che immunizzano dal rischio d’insolvenza di un emittente, tornato sopra i 300 punti base.

Nonostante le apparenze, il ritorno di Berlusconi non è visto come il maggiore dei problemi. Anzi. Da Bank of America-Merrill Lynch a Schroders, i grandi operatori finanziari non ritengono probabile una vittoria di Berlusconi. Troppo elevato il gap con il Partito democratico. Piuttosto, preoccupa l’eventuale stallo nel processo di riforme che occorrono all’Italia. Un blocco legislativo che, come ricorda Goldman Sachs, potrebbe peggiorare la recessione italiana nel 2013. Del resto, anche Morgan Stanley ritiene che la crescita sia l’unica soluzione per Roma. O meglio, il mix di crescita e applicazione immediata delle riforme introdotte dal governo Monti.

Per capire il sentimento degli operatori finanziari saranno cruciali le due aste di titoli di Stato che l’Italia condurrà in questa settimana. L’innalzamento del rendimento dei bond italiani su tutta la curva, dalle maturity più corte a quelle più elevate, era prevedibile. Le variabili destabilizzanti sono state tante, ma è solo sul mercato obbligazionario primario che si avrà la prova del nove di ciò che pensano gli investitori istituzionali. Mercoledì prossimo andranno in asta 6,5 miliardi di euro di Bot a 12 mesi, mentre il giorno dopo toccherà all’ultima asta di quest’anno di medio-lungo termine. «Non ci saranno problemi, sono ben coperte. Ma qualche sussulto potrebbe esserci», dice a Linkiesta un trader della divisione Fixed Income di UniCredit.

A bocciare l’Italia, nel frattempo, ci ha pensato Morgan Stanley. Nonostante gli sforzi di Monti, i problemi di Roma rimangono prevalentemente strutturali, spiega la banca statunitense. La riforma del mercato del lavoro, quella delle pensioni, le liberalizzazioni, la riduzione del gap competitivo con gli altri Paesi europei: tutte azioni che hanno bisogno di più tempo per essere effettive. Si sapeva che Monti avrebbe avuto un vincolo quasi insormontabile, il tempo, ma in tanti, compresa Morgan Stanley, ritenevano che dodici mesi fossero sufficienti. Non è stato così.

E nel frattempo si torna a parlare di utilizzo delle Outright monetary transaction (Omt), le transazioni salva-spread introdotte dalla Bce a settembre. Per Morgan Stanley la richiesta è subordinata alla pressione degli investitori finanziari. Dopo un ritorno della fiducia, trainato soprattutto dalle azioni di Mario Draghi, è possibile che lo stress italiano sul mercato obbligazionario (primario e secondario) possa aumentare in concomitanza delle elezioni. Nello specifico, Morgan Stanley ha ricordato che, storicamente, il collasso di un governo vale circa 24 punti base in più sui tassi d’interesse a breve termine. Allo stesso tempo, è fisiologica una flessione del 5% del mercato azionario nei giorni successivi all’evento politico.

C’è tuttavia un dubbio che sta scorrendo negli ambienti finanziari. Come ha scritto Wolfgang Münchau sul Financial Times, l’impressione è che la bolla di ottimismo intorno a Monti sia esplosa. Se un anno fa l’Italia aveva bisogno di una scossa e l’ex commissario europeo poteva essere la persona giusta per rinnovare il rinnovabile e salvare il salvabile, ora potrebbe venir meno quest’idea. Colpa della troppa focalizzazione di Monti sul pareggio di bilancio e sul controllo della spesa pubblica, piuttosto che dell’introduzione di stimoli per la crescita economica o per un miglioramento della competitività. Come spiega Münchau, è come se la credibilità di Monti a livello internazionale stia diminuendo. Nessuna discussione intorno alla caratura dell’attuale presidente del Consiglio. Diverse invece le critiche sulla concretezza delle misure adottate nel corso di un anno e sulla capacità di rendere più responsabile la classe politica italiana.

Il futuro dell’Italia dipende ancora da Monti. Nel bene e nel male, nel caso l’ex commissario Ue decidesse di correre alle prossime elezioni, è possibile che gli investitori possano riguadagnare fiducia nel Paese. Da Oslo, dove si è svolta la consegna del premio Nobel per la Pace all’Unione europea, Monti ha detto che non sta considerando di correre alle elezioni in questa fase. Le vie che portano al Monti-Bis sono ancora numerose. E tutte percorribili. 

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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