I popolari europei pensano di cacciare Silvio dal Ppe

I popolari europei pensano di cacciare Silvio dal Ppe

(articolo aggiornato alle 13 con le dichiarazioni di oggi di Joseph Daul, capogruppo del Ppe al Parlamento Europeo, e di Mario Mauro)

BRUXELLES – E ora che succede al summit? Un diplomatico europeo coinvolto nella preparazione del vertice di giovedì e venerdì ci sorprende con questa improvvisa domanda. Eh già, perché il quesito è in stretto collegamento con le vicende italiane, e soprattutto alle dimissioni annunciate da Mario Monti. In questi giorni se n’è sentite di tutte, persino un alto funzionario della Commissione sbottare: «Ma insomma, voi italiani di Berlusconi non riuscite proprio a liberarvi».

Finora, però, erano commenti sul futuro dell’Italia, sull’esito delle elezioni, su Berlusconi e quant’altro. Adesso, invece, facendo due chiacchiere con persone coinvolte nei preparativi del Consiglio Europeo e vicine alle presidenza di turno cipriota, salta fuori che davvero in qualche modo il Professore viene visto come un “mediatore”. «Contavamo sulla sua mediazione, potrà ancora farlo?», si chiedono infatti. Chi aveva pensato che quella dell’ex commissario Ue dialogante tra Nord e Sud, tra Francia e Germania fosse propaganda di Palazzo Chigi e basta, forse dovrà ricredersi.

Certo, Monti ha battuto il pugno sul tavolo al vertice di giugno (quando ha minacciato il veto per ottenere il programma anti-spread e la ricapitalizzazione diretta delle banche), al summit di novembre sul bilancio settennale 2014-20 non ha esitato a schierarsi con la Francia contro i soliti “falchi” del Nord capeggiati dalla Germania. Eppure molti continuano a vedere in lui una pedina cruciale nel summit. Perché? «Nonostante gli screzi degli ultimi mesi, la chimica con Angela Merkel continua a funzionare», prova a spiegare un diplomatico. In fondo il Professore ha attuato in patria il rigorismo germanico, difendendolo a spada tratta, appoggiando il Patto Fiscale voluto da Merkel e inveendo contro “facili illusioni” di chi pensava di risolvere la crisi tornando a spendere e spandere.

Al tempo stesso, incarna il disagio del Sud Europa in crisi, e dialoga con François Hollande appoggiandolo sulla sua insistenza sull’urgenza di una politica di crescita in Europa accanto al rigorismo tedesco. Lo spagnolo Mariano Rajoy deve in sostanza a Monti la prospettiva iniziale (peraltro ora fortemente ridimensionata dal voltafaccia di Berlino) di una ricapitalizzazione diretta delle sue banche, oltre che lo stesso meccanismo anti-spread.

Non basta, Monti, nonostante idee molto diverse, ha mostrato cura e attenzione anche per il riottoso britannico David Cameron, che apprezza l’insistenza del premier italiano sull’urgenza di tenere insieme il mercato unico Ue. Ad aiutarlo, è innegabile, il prestigio di cui Monti gode in Europa. Invece Hollande non riscontra la stessa chimica né con la Merkel, né con Cameron.

Al summit di questa settimana si parla della difficile questione della sorveglianza bancaria a livello Ue, con molti maldipancia soprattutto a Berlino e dintorni. Certo, dirimente sarà la riunione Ecofin di mercoledì pomeriggio, ma non è improbabile che, anche in caso di un semi-accordo dei ministri delle Finanze dei Ventisette, qualche nodo sia lasciato ai leader. Sulla questione, Monti è molto più vicino a Hollande e alla Commissione Europea, ma il suo feeling con Angela Merkel potrebbe dare a una mano a sbloccare definitivamente il dossier (del resto anche Berlino vuole un accordo).

Di qui i sospiri dei diplomatici di cui sopra, e i dubbi se il Monti che sbarca in settimana a Bruxelles non sia “azzoppato” dalle imminenti dimissioni e se davvero potrà svolgere quel ruolo auspicato. «È l’unico che ci pare parlare con tutti», dicono i diplomatici. Non è un caso se proprio ieri, collegandosi da Bruxelles con Porta a Porta, il ministro per gli Affari europei Enzo Moavero Milanesi si è precipitato ad assicurare che l’Italia andrà al summit «nella pienezza delle funzioni del suo Governo».

Intanto, val la pena notare, Bruxelles potrebbe dare una bella mano a Monti in altri termini. Nel Ppe c’è un gran fermento, e quel fermento ha un nome: Silvio Berlusconi. A quanto si registra in ambienti parlamentari, sembra che questa volta i Popolari – francesi e tedeschi, anzitutto – non siano più disposti a fare spallucce di fronte alle intemperanze del Cavaliere.

Non è un caso che anche vari esponenti Pdl del Ppe – a cominciare dal capo delegazione Mario Mauro, ma anche da altri come l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini – si siano apertamente dissociati dal presidente del loro partito. Qualcuno, nel Ppe, ricorda che «lo statuto dei Popolari Europei parla chiaro: sì all’Europa, sì all’euro, no ai populismi». Una frase pronunciata in chiaro riferimento al Cavaliere, che sembra invece intenzionato a fare una campagna elettorale in chiavi anti-euro, anti-Europa oltre che anti-Germania.

I Popolari europei sono ancora incerti, ma è certamente sul tavolo l’ipotesi che il Pdl “rifondato” da Berlusconi in salsa Santanchè possa spingere il Ppe a una clamorosa presa di distanze, fino a una possibile espulsione del partito di Berlusconi se questi confermerà il “nuovo corso”. Sembra che primi avvertimenti siano già stati inviati all’inquilino di Palazzo Grazioli, se non li ascolterà potrebbe incorrere in situazioni per lui spiacevoli. Magari glielo diranno in faccia giovedì, quando, come ai vecchi tempi, il Cavaliere piomberà sul vertice a livello di leader del Ppe. Ci sarà anche la Merkel.  

E proprio oggi in una conferenza stampa al Parlamento Europeo a Strasburgo Joseph Daul, capogruppo del Ppe al Parlamento Europeo, ha detto che «l’Europa è molto preoccupata per gli sviluppi della politica italiana. In un momento di crisi per l’euro e per l’economia non possiamo permetterci politica spettacolo, al contrario abbiamo bisogno di una politica rigorosa. il Ppe combatte il populismo, che sia anti-italiano o anti-tedesco. È necessario un linguaggio di verità». Aggiungendo che «è stato un grave errore far cadere Mario Monti. Abbiamo il dovere di mantenere un’Europa unita, non serve certo ora creare un momento di scompiglio».  Posizione ribadita da Mario Mauro: «è impensabile risolvere i problemi del paese dicendo che è colpa dell’Europa». Anche per il capo delegazione del Pdl «è stato un momento di follia la decisione di far cadere il governo monti. Il Ppe esprima la volontà di tenere aperta la porta a chi vuol restare nel solco della tradizione popolare europea, appello a tutti coloro nel mio partito che si sentono popolari e non populisti a difendere questi principi e opporsi al populismo». 

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