“Il prossimo governo riparta dagli ammortizzatori sociali”

“Il prossimo governo riparta dagli ammortizzatori sociali”

«C’era da parte mia un sincero tentativo di risolvere i problemi. Sono quelli dei lavoratori e delle imprese. Io ho cercato di fare un riforma che guardasse entrambi». Lo ha rivendicato Elsa Fornero, rivolgendosi al leader della Cgil Susanna Camusso, ieri sera a L’Infedele. Con la legislatura è ormai agli sgoccioli, Linkiesta ha cercato di tracciare un bilancio di una delle misure più importanti varate dall’esecutivo tecnico: la riforma del lavoro. Passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo per tutti, innalzamento dell’età pensionabile, rimodulazione degli ammortizzatori sociali, riduzione del precariato: sono queste le direttrici lungo le quali si è svolta l’azione, non facile, del ministro Fornero. Tra errori (esodati e ricongiungimenti onerosi), mezzi passi indietro (precariato) e buone intuizioni (aspi), cosa tenere e cosa cambiare nella prossima legislatura? Lo abbiamo chiesto Maurizio Del Conte, docente di Diritto del lavoro all’Università Bocconi di Milano. 

Escludendo quelli che unanimemente vengono considerati degli errori, come gli esodati e i ricongiungimenti onerosi (per i quali oggi il ministro ha detto di aver pronto un emendamento, ndr), come giudica il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo per tutti, unito all’innalzamento dell’età pensionabile?

Mi pare che il passaggio al contributivo, pur essendo brusco, si giustifichi pienamente nella misura in cui, tutto sommato, è uno dei modi più equi per determinare il costo della contribuzione e il premio del trattamento previdenziale. Di fatto, il metodo retributivo prescindeva dal versato – e quindi non era equo – seguendo più delle dinamiche di carriera determinate da accidenti degli ultimi anni di lavoro piuttosto che dal principio assicurativo cardine, che è una dilazione di quanto versato. Si tratta di un principio irrinunciabile, e dunque anche nella sua brusca conversione lo ritengo pienamente giustificabile. Discorso diverso sull’età pensionabile. La questione degli esodati indica che l’esecutivo non ha tenuto conto di una serie di problemi, con conseguenze dirette sui cittadini, provocati dall’innalzamento così significativo e improvviso dell’età pensionabile. Credo che un legislatore accorto avrebbe dovuto fare tesoro dell’esperienza degli ultimi vent’anni, nei quali l’innalzamento è avvenuto attraverso scaglioni progressivi e modulati. Invece è stata fatta una manovra fissando prima l’asticella della riduzione di spesa, e poi affrontando le questioni a essa collegate, come appunto gli esodati e i ricongiungimenti onerosi. A mio modo di vedere uno degli effetti maggiormente negativi è stato creare un tappo in uscita, e quindi rallentare il ricambio generazionale della forza lavoro. Non si può pensare a una riforma delle pensioni senza calcolare l’impatto sulla demografia della forza lavoro. Per quasi vent’anni la mobilità ha consentito alle imprese di alleggerire la parte più improduttiva e costosa della forza lavoro senza un grosso impatto sociale, grazie a uno scivolo sostenuto dal sistema specifico della mobilità, che si autofinanzia ed è sempre stato in equilibrio di bilancio. Facendo scattare il blocco della mobilità si è creata una situazione di grave difficoltà sia delle imprese che dei lavoratori, poiché da un lato non c’è spazio per i giovani lavoratori e dall’altro quelli anziani non possono più avviarsi verso la mobilità. Risultato? Una perdita di ciclo per i giovani, che avranno delle chance di inserimento solo all’uscita della crisi, quando però le imprese ricercheranno lavoratori più giovani di questa generazione. 

Lo scopo dell’assicurazione sociale per l’impiego (aspi) è legare gli ammortizzatori sociali alle politiche di reinserimento, come avviene in molti Paesi europei. Funzionerà?

L’aspi parte da un principio che in astratto è condivisibile: creare un sistema di protezione universale contro la disoccupazione straordinaria, di durata molto limitata nel tempo e legato a forme di politica attiva, cioè a forme di riqualificazione professionale e di formazione per l’occupabilità del lavoratore. In teoria è un sistema razionale, ma la realtà ci dice che, per poter funzionare, le politiche attive hanno bisogno non tanto di un decreto legge che ne determini la rilevanza, quanto di una struttura organizzativa che nel nostro Paese non esiste. Né gli uffici pubblici né le agenzie per la somministrazione sono attrezzati per svolgere questo tipo di attività. La conseguenza è che si crea un sistema di trattamento universale contro la disoccupazione zoppo, che funziona cioè solo per la parte di sostegno al reddito, ma non per la parte di ricollocazione, e non può reggere nel lungo periodo, tanto è vero che il mantenimento della cassa integrazione è di fatto un’ammissione che questo sistema, da solo, non funziona. La cassa integrazione presenta il vantaggio di non disperdere la manodopera, pur consentendo un’elasticità nella gestione della crisi. Ne esce un sistema ibrido che in qualche modo mette insieme due modalità di gestire gli esuberi di personale quasi antitetiche.

Capitolo giovani. La Fornero ha cercato di ridurre il precariato, da un lato introducendo un aumento delle aliquote per regolarizzare i lavoratori precari, dall’altro riformando le partite Iva. Tuttavia, i nuovi criteri eliminano anche la flessibilità “buona”, non solo l’abuso da parte dei datori di lavoro. 

Su questo fronte il governo aveva in mente un’operazione più complessa: aumentare la flessibilità in uscita in cambio di una moralizzazione del mercato del lavoro, con riferimento proprio ai giovani e alle forme di lavoro che sappiamo essersi diffuse in modo abnorme e abusivo. La leva è stata disincentivarne le forme non standard: qui l’errore è stato il non fare distinzioni fra lavoro non standard tutelato e protetto con pari dignità del lavoro a tempo indeterminato, come il lavoro a tempo determinato, o il lavoro a chiamata, con i contratti a progetto e le partite Iva. Se questi ultimi sono diventati uno strumento di precarizzazione cronica, il tempo determinato è invece un contratto che ha una sua piena cittadinanza in tutti gli ordinamenti dei Paesi più avanzati, e che aiuta il giovane a entrare nel mondo del lavoro. Il governo, resosi conto dell’impatto negativo proprio sull’occupazione dei giovani, che per primi si sono visti negare il rinnovo di contratti a termine – visti gli oneri connessi a queste forme contrattuali – ha iniziato una politica di pentimento dimostrata dagli interventi successivi, nei quali si sono diluiti di molto i limiti all’utilizzo di queste forme, ma in modo orizzontale. Ad esempio, togliere la causale dal contratto a termine di 12 mesi significa svuotarlo di significato, rendendolo di fatto una “prova lunga”, che nel nostro ordinamento ha un limite di sei mesi. La differenza con un contratto a 12 mesi senza causale e uno in prova è che, se assumo lavoratore in prova, quando  l’azienda si accorge che non è idoneo lo può licenziare prima della scadenza del termine, mentre nel contratto a termine senza causale l’azienda è costretta a tenerlo fino alla scadenza. 

Sulla riforma dell’articolo 18 e sui suoi primi effetti è stato scritto molto. Come si poteva intervenire?

Quello che il legislatore non ha avuto il coraggio di fare è dire a imprese e lavoratori quando si può licenziare e quando no, cioè spiegare il concetto di giusta causa e giustificato motivo. Invece si è occupato soltanto della sanzione per il licenziamento comunque illegittimo. In altri termini ha preso il problema per la coda e non per le corna: oggi l’art. 18 presenta una serie di casi e sottocasi diversi in funzione della modalità con la quale il licenziamento è stato intimato, ma mette nelle mani del giudice una responsabilità che avrebbe dovuto essere del legislatore: definire qual è la sanzione giusta in funzione di una tipologia di licenziamento predefinito. Al contrario, abbiamo situazioni in cui a parità di condizioni il giudice potrà scegliere tra indennità o reintegrazione, quindi si va nel senso opposto di quanto chiesto dagli operatori: avere maggiore chiarezza.

Da dove ripartire nella prossima legislatura?

L’idea degli ammortizzatori sociali universali è buona, ma va completata con le politiche attive di reinserimento. In realtà anche la riforma dell’articolo 18 ha un merito: si è messo mano al principio di monoliticità della reintegrazione come risarcimento per il licenziamento illegittimo. L’ulteriore elemento di riflessione, per la prossima legislatura, sarà capire come influirà sulla riforma il riordino delle autonomie locali, perché buona parte servizi per l’impiego erano delegati alle Province.