La lezione del Giappone e del Messico dà speranze al Pdl

La lezione del Giappone e del Messico dà speranze al Pdl

In Messico il primo dicembre è tornato al potere il “Partido Revolucionario Institucional”, dopo un’esperienza di governo pressoché ininterrotta dal 1929 al 2000, segnata da corruzione, emersione di cartelli della droga, risultati economici incerti e uno stile improntato a un’autocrazia squisitamente sudamericana. L’azzimato nuovo presidente, il quarantaseienne Enrique Peña Nieto, sorride citando la “nascita di un nuovo partito” dalle ceneri di quello vecchio. Dall’altra parte del globo, in Giappone succede qualcosa di simile: secondo i sondaggi alle prossime elezioni del 16 dicembre potrebbero risultare vincenti i liberal-democratici, formazione che ha mantenuto il potere per 54 anni fino al 2009.

Le esperienze di Messico e Giappone insegnano qualcosa di importantissimo per i partiti italiani attualmente all’opposizione. Non importa quanto sia stata inefficiente, deficitaria e catastrofica la gestione di partiti che hanno mantenuto il potere per decenni. Non importa quanto i vecchi leader fossero apparsi inadatti al governo e inetti a gestire l’economia. Se l’”alternativa” non mantiene le promesse di cambiamento, l’elettorato torna alla svelta sui suoi passi. È così che l’ex-presidente messicano Felipe Calderón, con il suo “Partido Acción Nacional”, ha fatto del suo meglio nel disaffezionare l’elettorato, tra crescita economica al 2% – rispetto al boom brasiliano – e qualcosa come 60.000 morti nella guerra della droga in sei anni.

Il caso giapponese è ancora più eclatante. Solo nel 2009 in Italia si facevano battute sui democratici giapponesi che erano riusciti a prendere il potere dopo mezzo secolo di opposizione, triplicando i deputati a 308 in una sola tornata elettorale. Era stato un voto contro i liberal democratici al potere, che avevano portato il paese al maggior tasso di disoccupazione del dopoguerra (il 5,7%, poveri!), e poco facevano per impedire l’aumento della polarizzazione dei redditi. I democratici, assurti al comando con vaghi slogan di “cambiamento”, hanno portato il paese alla quarta recessione dal 2000. Così, i liberal democratici sono pronti a tornare al governo.

Non possiamo però illuderci del fatto che si tratti solo di storie elettorali e di favore economico. Partiti di lungo corso come il Partido Acción Nacional e i liberal democratici giapponesi dispongono di uomini in numerose postazioni direttive nel sistema statale e amministrativo, tanto che – pur se il potere può esser perso in situazioni di difficoltà economica e sociale – un ritorno è sempre possibile. È vero in particolare in Giappone, dove i liberal democratici sono nuclearisti e possono contare su un appoggio di lobby molto forte. La questione elettorale è comunque presente: nonostante Fukushima, la percezione della crisi economica è tale, che i giapponesi potrebbero preferire un partito pro-nucleare.

L’esempio di Obama non deve ispirare eccessiva fiducia nel Pd italiano: Obama non ha vinto in quanto “alternativa” a George W. Bush. Ha vinto perché ha promesso un cambiamento, e in parte l’ha ottenuto. La sua rielezione non è stata (solo) frutto della campagna pubblicitaria, ma di un rapporto di fiducia che si è sviluppato e consolidato in quattro anni di mandato. Se non ci fosse stata ripresa economica, Obama avrebbe lasciato la Casa Bianca. In Italia, i partiti che vinceranno le prossime elezioni non potranno limitarsi a promettere il “cambiamento”, perché la minaccia elettorale è sempre in agguato: le formazioni che sono state al potere a lungo interpretano l’opposizione come periodo per riorganizzarsi e tornare al potere.

Nonostante lo stato scabroso in cui si trova il centrodestra italiano oggi, anche se escludessimo una vittoria al prossimo appuntamento alle urne, un ritorno è sempre possibile. In fondo, il sistema italiano è così vintage da aver scelto una sfida elettorale Bersani-Berlusconi a base Porcellum. In fondo, il ricambio generazionale non è fondamentale per il successo: è stato necessario in Messico, ma non in Giappone, dove alla guida dei liberal democratici c’è un ex-primo ministro, Shinzo Abe. Sembra proprio che l’Italia stia optando per la soluzione giapponese. E, insomma, a noi basta che funzioni. Whatever works. 

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