La vittoria dei banchieri sul socialista Hollande

La vittoria dei banchieri sul socialista Hollande

Era la tassa del patriottismo. Rischia di diventare il più grande insuccesso di François Hollande. L’imposizione fiscale del 75% per i redditi oltre il milione di euro, bloccata dalla Corte costituzionale francese, ha riaperto la discussione su chi deve pagare il conto della crisi. Secondo l’Eliseo, spetta ai ricchi di Francia. Secondo i ricchi di Francia, loro producono ricchezza e sostengono il Paese coi loro sforzi. Secondo la Corte costituzionale, hanno ragione i ricchi. La battaglia è destinata a continuare anche nel 2013. Ed è facile che vincano i ricchi.

Quando Hollande pensò per la prima volta, in modo serio, alla super tassazione oltre il milione di euro l’anno, le critiche furono aspre. Il presidente in carica allora, Nicolas Sarkozy, non uso mezzi termini per bollare di populismo quella mossa. E furono numerose gli attacchi da parte della classe dirigente francese. In un editoriale di Les Echos, per esempio, Hollande venne messo in guardia: «Se sarà introdotta quella maggiorazione d’imposta, i capitali fuggiranno e non torneranno più».

Non contento, Hollande andò avanti. Era sicuro che non poteva più fare marcia indietro. Una promessa è una promessa. E in luglio, trovo l’appoggio anche del suo ministro delle Finanze, Pierre Moscovici. Dalle colonne di Le Monde, il ministro considerato dalla stampa transalpina “il più potente architetto delle strategie di Hollande” disse che «Quando uno guadagna più di un milione di euro l’anno, può dare un contributo straordinario al Paese, per aiutarlo a uscire da un periodo di crisi». Il mondo è cambiato, venne detto. Eppure, nel frattempo, gli imprenditori e tutti i finanziari del Paese iniziarono a voltare le spalle a Parigi, all’Eliseo.

Gérard Depardieu è solo l’ultimo esempio, quello più eclatante. Ma prima che il popolare attore decidesse, con una provocazione senza eguali per un francese, di andare in Belgio, ovvero in quello che storicamente è considerato da Parigi un Paese inferiore culturalmente ed economicamente, l’esodo era già iniziato. Come ha calcolato in luglio la casa d’aste londinese Sotheby’s, «da inizio aprile a fine giugno le vendite di immobili di prestigio in Gran Bretagna con compratori francesi sono state oltre 100, con una media di 1,7 milioni di euro l’uno». Tendenza analoga per Christie’s. E una delle principali boutique finanziarie del Paese, Natixis, pubblicò un report sulla ricchezza del Paese che pare abbia lasciato di stucco perfino Moscovici: «Fra 2012 e 2013 è lecito attendersi una riduzione del 15% dei grandi patrimoni presenti in Francia». Tutta colpa della nuova imposta.

La Corte costituzionale ora ha stoppato questa norma, ma la battaglia è appena iniziata. Il premier francese, Jean-Marc Ayrault ha promesso che sarà presentata una nuova formulazione dell’imposta e che sarà pronta entro la prima metà del 2013. Lo smacco per Hollande, Moscovici e Ayrault è molto, ma non demordono. Ancora poche settimane fa, parlando alla televisione francese, Moscovici, che fu allievo di Dominique Strauss-Kahn, disse che «la solidarietà è un concetto che non deve essere dimenticato dai francesi più fortunati». Parole che potevano entrare nel cuore dei cittadini, ma non in quelle dei banchieri, o degli imprenditori.

Il motivo è che, nonostante le premesse egualitarie e di giustizia sociale, la tassa non funziona. Il fallimento della nuova imposta è sotto gli occhi di tutti. A inizio giugno, il Tesoro francese ha calcolato che dalla nuova aliquota, unita all’Impôt de solidarité sur la fortune (Isf), sarebbero arrivati circa 1,9 miliardi di euro per il 2012. Stando alle ultime stime, sarà un successo se arriveranno 600 milioni di euro. Ma Hollande va avanti. «Non possiamo permetterci di ritirare questa imposta, è il simbolo di ciò per cui abbiamo lottato per 30 anni», pare abbia detto, stando a quanto riferiscono fonti diplomatiche transalpine, poco dopo la decisione della Corte costituzionale. Il socialismo sopra ogni cosa, quindi.

Il prezzo che rischia di pagare Hollande, per mantenere una promessa fatta di fronte al mondo, è elevato. L’iniquità della nuova imposta è però palese. «È una tassa sulla persona, non è compatibile con il principio cardine dell’eguaglianza che dalla Rivoluzione contraddistingue la Repubblica francese dalle altre», ha scritto in tempi non sospetti la banca Société Générale. E non è un caso che Frederic Oudea, numero uno di SocGen e uno dei banchieri più influenti all’Eliseo, abbia più volte rimarcato che l’imposta al 75% è solo un danno per il Paese. L’intera classe dirigente finanziaria transalpina, storicamente liberal e molto vicina agli Stati Uniti, ha criticato fin dall’inizio questa tassa. Uno degli esempi più eclatanti fu quello di Edouard Carmignac, fondatore dell’omonimo fondo d’investimento. Capace di acquistare una pagina del Financial Times per attaccare la politica socialista di Hollande, Carmignac sta continuando ad attaccare l’Eliseo, sottolineando come la nuova tassa sui ricchi sia una «delle pagine più oscure della Repubblica francese».

A patire per l’imposta sono anche gli stranieri che da anni operano in Francia. Come spiega a Linkiesta Gaia, designer di un’importante maison di alta gioielleria con sede a Place Vêndome a Parigi, «se i nostri clienti, in genere con un reddito superiore al milione di euro l’anno, devono pagare un’imposta maggiorata, è chiaro che anche il segmento del lusso risente di questa operazione». Un’operazione che è più di facciata che altro, dicono in molti. «Il patto di Sarkozy con la classe dirigente era chiaro: nessuna patrimoniale e nessuna mortificazione della ricchezza», dice a Linkiesta un banchiere del Crédit Agricole.

Nei palazzi della Defense, il quartiere finanziario di Parigi, gira una storiella. Nel 2004, quindi ben prima della crisi del mercato immobiliare statunitense scoppiata nella primavera del 2007, ci fu un libro che destò scandalo a Parigi e dintorni. Lo firmava Stéphane Osmont e si chiamava “Il Capitale”. Narrazione veloce e pulp per raccontare le avventure di Marc Tourneuillerie, giovane banchiere rampante del Crédit Générale (mix fittizio fra Crédit Agricole e SocGen, ndr) diviso fra egotismo, jet privati, champagne e una folle corsa allo sperpero. Era il ritratto del tipico banchiere francese. Non era un caso che Tourneuillerie avesse un posto fisso, prenotato sera per sera, alla Tour D’Argent di Parigi, il ristorante forse con la migliore carta dei vini di Francia. E in un passaggio cruciale del libro, fra ostriche e caviale a suggello dell’ascesa alla guida della banca, Tourneuillerie parla della patrimoniale. «Sai perché adoro la Francia? Perché a comandare siamo noi, a comandare sono le élites, è l’École nationale d’administration (ENA, storica scuola della classe dirigente francese, ndr). Nessuno ci potrà tassare il patrimonio o alzarci le tasse senza il nostro consenso. E il nostro consenso è tutto». Parole che, dalla finzione letteraria, sono destinate a diventare realtà.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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