L’industria dei libri di mafia punta (ancora) sulle donne

L’industria dei libri di mafia punta (ancora) sulle donne

Una volta dopo aver sfiorato (o essere stati sfiorati) dalla mafia, sembra ormai impossibile non raccontare la propria storia. Se ne sono accorti i lettori, che in questi mesi sono stati subissati da testimonianze – vere o presunte – di chi è stato toccato dal fuoco. Se sia per cercare di fare luce sull’altra metà della luna – come il sostituto procuratore dello Stato della Florida a Tampa, Julie Tingwall, aveva ribattezzato la ‘ndrangheta -, per dovere di cronaca, diritto di memoria o semplice mania di protagonismo spesso sfugge.

Adesso, poi, il confine fra queste alternative è più che mai sottile, e il rischio si moltiplica: è quello di cadere nel circolo perverso della macchina del fango o nell’insostenibile ossessione generata dalla sospettosità (perché ne scrivono? Perché dovrei leggerlo?). Ma forse è completamente inutile provare a interrogarsi sul senso di pubblicazioni che, un po’ come i cd di Mina, hanno cadenza annuale e vendite garantite – un esempio su tutti il rodato duo mondadoriano formato dal magistrato Nicola Gratteri e dal giornalista Antonio Nicaso, da poco in libreria con Dire e non dire. I dieci comandamenti della ‘ndrangheta nelle parole degli affiliati. In fondo, il passato e il presente criminale del nostro Paese continuano ad avere, dopo l’apripista che è stato Gomorra, un garantito appeal capace di sfidare il tempo e i cambiamenti editoriali.

Interessante diventa allora cercare di mettere a fuoco quello che sta dietro, per ribattezzarle all’inglese, le numerose mafia’s true stories che hanno invaso questo autunno le librerie italiane e che promettono di riempire gli scaffali nostrani per l’intero 2013. Anche per i profani non può non essere limpida la catodica ispirazione che si ingegna per strumentalizzare il qualunque – inteso nella sua modestia più profonda, ma sempre in grado di permettere una precisa identificazione collettiva – per irretire il potenziale lettore.

Un qualunque il cui bagaglio personale deve essere possibilmente gravido di sfortune e sofferenze, deve aver preferibilmente vissuto uno o più momenti di rinascita poi oscurati da lutti gravi o gravissimi, quindi ennesime, drammatiche, sventure a dimostrazione che le montagne russe della vita sono tanto ineluttabili quanto comuni, e che non c’è giustizia nella lamentatio perché c’è sempre qualcuno che sta peggio di noi. E allora largo a questi casi umani, spesso travestiti da esempi positivi, che vengono assunti a privilegiato sguardo sulla realtà criminale. In fondo, nel mercato editoriale nostrano – già profondamente devastato dalla morbosa ossessione per la sessualità e le sue derive patologiche, nonché dalla mania dei giovani scrittori per l’autofiction, una sorta di tendenziosa e pseudoletteraria preparazione a questo, ennesimo, passo verso il baratro – c’è spazio per tutti.

Significativo in questo senso è il libro di Rosy Canale ed Emanuela Zuccalà, La mia ‘ndrangheta, pubblicato da Paoline (pp. 423). La prima, reggina di nascita, è fondatrice e presidentessa del Movimento Donne di San Luca – paese nel cuore dell’Aspromonte considerato come culla della malavita calabrese e balzato alle cronache internazionali dopo la Strage di Duisburg; nel 2008, Canale ha vinto il “Premio per la legalità”, ma gli abitanti di San Luca assicurano che manchi da anni dal paese e che sia tornata esclusivamente a seguito della giornalista di Io donna, figlia di Michele Zuccalà membro della prima commissione parlamentare antimafia, per fare delle interviste.

Lei giura di essere stata minacciata e di essere stata costretta a ripiegare a New York, ma francamente poco importa nell’economia del libro quale sia la verità perché la storia di Rosy Canale, nonostante la ricorrente autoreferenzialità, è densa di suggestioni («volevo combattere l’istinto avvilente e fallimentare della sopravvivenza») e mette in scena come personaggi, quanto consenzienti non si sa, gli abitanti di San Luca abituati a essere dai tempi di Corrado Alvaro, nato e cresciuto proprio qui, soltanto persone. 

I malumori infatti non sono mancati, ma è parte del gioco quando si decide di dar voce a una storia reale avere qualcuno che non si ritrova nello spazio che gli è stato destinato – e anche ritrovare la colpa diventa complesso – e che punta il dito contro l’ologramma narrativo.

Altra organizzazione criminale, stessa storia. Simile è infatti il discorso per il libro che Piera Aiello, testimone di giustizia con Paolo Borsellino, firma insieme a Umberto Lucentini. Maledetta Mafia (San Paolo, pp. 174) è la struggente, drammatica, testimonianza di una donna che ha visto la sua vita sconvolta per amore – se amore si può chiamare il sentimento che don Vito Atria, padre di quel Nicola che poi sarebbe diventato il marito di Piera Aiello, la costrinse a provare obbligandola a sposare giovanissima il figlio e a entrare di diritto nelle dinamiche mafiose di Partanna, paesino nell’entroterra siciliano.

Benché Lucentini sia un giornalista del Giornale di Sicilia con una lunga esperienza, non sempre riesce a rendere empatica la narrazione; un’attenuante potrebbe essere la differenza di genere, ma in realtà poco importa: la storia di Piera Aiello – che inizia con l’amore forzato per il figlio del boss, attraversa la morte violenta di Don Vito e dello stesso Nicola, approda alla vedovanza vissuta da giovanissima e alla decisione di testimoniare e iniziare così una vita nuova sotto protezione – si rivela un grimaldello per la memoria permettendo di ricordare attraverso un’ottica inedita Paolo Borsellino e Rita Atria, cognata di Piera Aiello che con lei decise di testimoniare e poi morì suicida appena diciottenne.

A vincere nella perversa gara che mette in relazione il numero dei libri pubblicati per singola organizzazione criminale certamente trionfa la letteratura camorrista, che negli ultimi anni ha avuto un exploit notevole. In questo sorprendente filone narrativo convivono testi più canonici come La camorra e l’antiracket (Felici Editore, pp.211) firmato da Nino Daniele con Antonio Di Florio – sindaco e comandante dei carabinieri di Ercolano –, al cui completamento c’è un glossario antiracket del presidente della Federazione Antiracket Italiana (FAI) Tano Grasso, ma anche vere e proprie rivelazioni. È il caso di Nato a Casal Di Principe (minimum fax, pp. 163) firmato dalla giornalista Paola Zanuttini con Amedeo Letizia. Al contrario di numerosi altri libri – che rischiano la testimonianza narcisistica fine a se stessa – questo brillante reportage dalle terre della malavita napoletana impone il confronto, che non è mai semplice o moderato, fra il protagonista che ha vissuto la storia e chi ha scelto di narrarla. 

Il libro riassume così idealmente il percorso necessario a far maturare l’autocoscienza e a evitare di produrre l’ennesimo clone editoriale dove la testimonianza è solo una forma di dramma condiviso o una terapia scrittoria fine a se stessa. Zanuttini non si sottrae al suo ruolo di narratrice e impone il suo giudizio, critico e caustico, a ogni singola pagina. E così, anche se la storia è quella di Amedeo Letizia che nella sua vita è stato tante cose – scugnizzo nato nella terra degli Schiavone, futuro colletto bianco della camorra salvato dalle coincidenze, e poi modello per i fotoromanzi, ragazzo del muretto nella celebre fiction di Rai 2, attore di teatro e produttore televisivo – e di suo fratello Paolo, che con un sorriso angelico compare in copertina ed è scomparso dal 1989, il libro non è banalmente lo sfogo disperato di chi ha perso una persona cara e di questa non ha più avuto notizie, ma trova nella capacità di attingere alla realtà per delineare una dimensione narrativa il suo pregio.

Zanuttini prende la vita e la storia personale di Letizia, che a più riprese si interseca con le dinamiche mafiose di Casale e racconta in potenza il futuro mafioso di una certa Italia, e la trasforma in materia magmatica e potente sviscerandone le paure e i lutti. L’elaborazione del dramma diventa così collettivo e anche il lettore ne viene coinvolto in prima persona riconciliandosi con questa intollerabile proliferazione di mafia’s true stories almeno fino alla prossima uscita. Gennaio infatti verrà aperto dal nuovo libro di Lirio Abate, inviato de L’Espresso sotto scorta dal 2007 e curatore del festival Trame, che racconterà le Fimmine ribelli della ‘ndrangheta. Insomma, passano i mesi e cambiano le organizzazioni criminali ma le protagoniste sono sempre e solo loro: le donne. 

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