L’Italia è cambiata, perché la Costituzione è sempre uguale?

L’Italia è cambiata, perché la Costituzione è sempre uguale?

Un atto di amore al limite del lirismo per la “Costituzione più bella del mondo”. Una narrazione appassionata ed entusiasta dei suoi primi undici articoli, volta a trasmettere all’opinione pubblica un’adesione integrale ai suoi valori e principi portanti. Che mantengono intatta una piena attualità e anzi hanno il respiro dell’eternità. È così che Roberto Benigni ha voluto celebrare e raccontare davanti a oltre 11 milioni di persone la maturazione e il significato profondo dei pilastri della Carta fondamentale del 1948, rivendicando l’inviolabilità della sua prima parte e focalizzando la sua attenzione e il suo talento di affabulatore sulla centralità dei diritti consacrati nel moderno Stato sociale e solidale, dal lavoro alla salute, dall’educazione alla difesa delle donne. Rivolgendo il suo messaggio soprattutto ai ragazzi, l’attore e regista toscano ne mette in risalto il tratto a suo giudizio distintivo: “Mentre la legge vieta, ti trattiene, fa paura, la Costituzione spinge, ti protegge, ti vuole bene. È la nostra mamma, è tutto a favore. I dieci comandamenti sono tutti un no, la Costituzione è tutto un sì, è la legge del desiderio”.

Le parole espresse con tale vigore e convinzione dal premio Oscar per La vita è bella sono condivisibili? Possiamo affermare che il documento supremo del nostro ordinamento repubblicano rappresenti il punto più avanzato e cristallino della civiltà giuridica e politica, intangibile nelle sue disposizioni programmatiche?

O ci troviamo di fronte alla manifestazione di una retorica che tende a porre il testo concepito dall’Assemblea Costituente del 1946-1947 su un piedistallo impermeabile alle critiche e in una dimensione museale destinata inevitabilmente a vincolare il dibattito pubblico nazionale al passato e a bloccare ogni autentico rinnovamento culturale del paese?

Esistono punti e temi su cui la Carta repubblicana è apertamente invecchiata e richiede una robusta e incisiva revisione, al di là di tabù e conservatorismi? E perché da decenni ogni vago tentativo di riforma anche parziale e mirata è fallito clamorosamente? Su questi interrogativi Linkiesta ha sollecitato la riflessione di costituzionalisti, studiosi del diritto e scienziati della politica, tra i quali ex presidenti della Consulta. Ne nasce una pluralità di voci e ragionamenti spesso radicalmente antitetici oltre che trasversali a storie, convincimenti e orientamenti politico-culturali. 

La contestazione più intransigente, al limite della condanna, nei confronti dell’impianto e dell’architettura della nostra Costituzione viene espressa dal filosofo della politica docente nell’Università di Pisa Raimondo Cubeddu, fra i più acuti studiosi del pensiero liberale e libertario. Ai suoi occhi il testo messo a punto nel 1946-47 non solo è obsoleto ma rappresenta la causa strutturale della paralisi istituzionale che impedisce ai governi di affrontare alla radice e con la tempestività necessaria i nodi nevralgici della crisi economico-sociale, fenomeno in continua trasformazione.

Un’impotenza endemica che si è palesata in forma eloquente nell’ultimo anno, durante il quale “l’esecutivo guidato da Mario Monti ha potuto varare e imporre nuove tasse senza mai riuscire a ridurre la spesa pubblica”. È la carta fondamentale che, a differenza di quanto avviene in tutte le altre realtà dell’occidente, “rende i governi prigionieri dei veti incrociati dei singoli gruppi parlamentari. E santificare un documento indifendibile che ha contribuito al perpetuarsi e cristallizzarsi della stagnazione in atto è pura retorica, tanto più inaccettabile se a farsene portavoce sono i comici televisivi”.

Per il filosofo non è ammissibile attribuire la responsabilità dei misfatti e dei ritardi politici alla cattiveria degli uomini, un dato acquisito da secoli: “In tal caso è proprio la Costituzione ad aver disegnato una cornice istituzionale fragile, farraginosa e inefficace, peraltro esautorata nel corso del tempo da pessime leggi elettorali e dall’attivismo dei Capi di Stato”. La strada da intraprendere, secondo Cubeddu, è un complessivo ripensamento delle prerogative dell’esecutivo in termini di efficienza e in un quadro democratico di poteri equilibrati. “Perché oggi il governo non può proporre e imporre alle Camere la propria agenda politica, essendo ostaggio dei capigruppo e dei partiti. E, come accaduto a Monti per i temi attinenti alle regioni e alle province, i suoi provvedimenti più incisivi sono stati bocciati, svuotati, peggiorati a causa della lentezza esasperante dei procedimenti legislativi. Per non parlare dei continui ricorsi alla Consulta, che frenano ogni tentativo di revisione autentica dell’organizzazione istituzionale”.

Nettamente agli antipodi rispetto alle argomentazioni del filosofo politico è la difesa intransigente e vigorosa compiuta da Alessandro Pace, professore emerito di diritto costituzionale all’Università “La Sapienza” di Roma e presidente dell’Associazione dei Costituzionalisti. La sua è una condivisione piena del messaggio trasmesso da Benigni, che pure ha messo in risalto una rigorosa differenza tra prima e seconda parte del testo. Il giurista va decisamente oltre nella rivendicazione della validità integrale dell’intero documento, nella sua intima coerenza: “I primi dodici articoli sono splendidi e tuttora attuali e non vedo nessuna traccia di retorica nel divulgarne il valore. Ma anche la parte concernente l’organizzazione dei poteri pubblici deve restare intatta”.

La colpa delle disfunzioni istituzionali dunque è imputabile soltanto al legislatore ordinario: “È suo compito elaborare e approvare una serie di leggi, finora mai realizzate, relative al conflitto di interessi, all’incandidabilità, alla democrazia interna a sindacati e partiti, alle normative elettorali, alle competenze della Commissione di Vigilanza Rai per il controllo sul voto”. Riguardo poi alle prerogative del Presidente del Consiglio, “quella di revocare i ministri è implicita nella Carta e non la si mette in pratica per la natura di coalizione degli esecutivi, soggetti alla sovranità dei partiti che li compongono. Ne è un esempio emblematico il rapporto tra il Cavaliere e il suo responsabile dell’economia Giulio Tremonti, disarcionato senza ostacoli nel 2004 quando era privo di vero potere, e inamovibile oltre ogni limite a partire dal 2008 quando si venne a creare il suo ‘partito’”. Quanto infine al superamento del bicameralismo paritario, Pace solleva molte perplessità, “visto che ci ha salvato più volte dagli assalti berlusconiani ai valori repubblicani”. 

Una difesa convinta all’attualità dell’articolato costituzionale viene manifestata anche dall’ex presidente della Consulta Cesare Mirabelli. Ad avviso del quale la Carta ha offerto una buona prova di sé nel corso dei decenni: “I rischi di ingovernabilità e i ritardi nel corretto funzionamento degli organi istituzionali sono legati alle croniche carenze del sistema politico, allo stile prevalente nel mondo politico, all’arretratezza dei rapporti fra Stato e autonomie territoriali. Non certo a una Costituzione che, al pari di quella nordamericana, deve poter durare più a lungo possibile”.

E secondo il giurista la Carta del 1948 per molti aspetti si è rivelata anticipatrice e lungimirante, “nell’idea del compromesso e della coesistenza come fondamento comune di diritti e doveri inderogabili di solidarietà, nella formulazione del principio di eguaglianza quale superamento degli ostacoli alla piena realizzazione della personalità dei cittadini, nel suo rappresentare una diga robusta a difesa dei diritti di ogni persona. E poi ha consentito di mantenere inalterato un assetto democratico nonostante i periodi di grave crisi e di contrapposizioni ideologiche laceranti”. Ragione per cui, osserva il giurista, la nostra Costituzione “deve essere compresa più che difesa, al di là di una visione monumentale o mitica così come di una lettura riduttiva del suo valore”. 

Riflessione che risuona nelle parole pronunciate da un suo predecessore alla guida della Consulta. Giovanni Maria Flick non riscontra nessun rischio di retorica nel richiamo a un testo affatto obsoleto: “Soprattutto oggi, in tempi di crisi finanziaria, economica, sociale e politica su scala nazionale, europea, globale, è più che mai necessario rileggere la Carta fondamentale prima di pensare a riscriverla come alcuni chiedono. Prima di domandarsi se essa è ancora attuale, ci si deve chiedere quanto è stata attuata”. E rileggere quel documento, rimarca l’ex Guardasigilli, richiede l’interesse e la passione di tutti, non soltanto dagli addetti ai lavori.

“L’iniziativa di Benigni – e il suo successo di pubblico lo dimostra – è perciò quanto mai opportuna: l’attenzione che le è stata dedicata apre il cuore alla fiducia e alla speranza”. Il giurista non nega l’esigenza di intervenire con rigore e puntualità sui punti della sua seconda parte meritevoli di revisione e aggiornamento a una realtà differente rispetto a 65 anni fa, ma ne indica i paletti irrinunciabili: “La Costituzione non è imbalsamata e prevede essa stessa una procedura di revisione, con modalità di riflessione e di maggioranza che assicurino la necessaria attenzione. Ma senza dubbio non si può cambiare a ogni mutamento di stagione politica, poiché appartiene a tutti”. E in ogni caso, puntualizza Flick, “le riforme non possono riguardare la prima parte e soprattutto i principi fondamentali della Carta, ritenuti dalla Corte Costituzionale immodificabili perché coessenziali al Dna della forma repubblicana, anch’essa intangibile”. 

Una radicale e intransigente rivendicazione di attualità e vitalità di tutte le norme sui diritti e i doveri fondamentali, i rapporti etico-politici ed economico-sociali, le libertà civili e religiose, prevale finora nel ragionamento degli studiosi. Tutti uniti in modo granitico nel reputare intoccabili gli undici articoli iniziali della Costituzione. E nell’ammettere, con gradazioni e sfumature differenti, la possibilità di limitati interventi di adeguamento unicamente nella parte sull’organizzazione dei poteri.

Una prima autorevole eccezione a queste convinzioni vede protagonista Gianfranco Pasquino, politologo all’Università di Bologna. Il quale riconosce a Benigni un merito indiscutibile: “È estremamente positivo che della Carta repubblicana parli un attore ascoltato da oltre undici milioni di persone. Tre quarti degli italiani neanche l’avevano letta e riuscire a esporgliela, compito che evidentemente trova impreparato il ceto politico, è senza dubbio un passo avanti. E dimostra che ogni individuo è in grado di assorbire i principi costituzionali”.

Ma sui contenuti del programma animato dal regista de “La vita è bella” e sulla celebrazione dell’attualità del documento, il giudizio dello studioso è più critico: “No, non è la Costituzione più bella del mondo, ma si è rivelata straordinariamente flessibile grazie alla sua capacità di accomodare cambiamenti politici significativi, dimostrando che le istituzioni possono resistere ad attacchi insidiosi, e stabilendo rapporti virtuosi e dialettici fra poteri e soggetti pubblici. E proprio per questa sua elasticità non condivido l’idea della sua immodificabilità”.

La ragione è semplice e risiede nella storia dell’elaborazione del testo del 1948: “Gli stessi padri costituenti pensarono che la loro creazione dovesse essere ritoccata, altrimenti l’articolo 138 sulle procedure di revisione non l’avrebbero mai scritto”. A dovere essere ripensata è certamente la parte organizzativa della Carta, e gli spunti per un progetto riformatore sono rintracciabili nello stesso dibattito in Assemblea Costituente: “I cui protagonisti nutrivano idee e tesi assai diverse su molti temi e affrontarono quei nodi mettendole ai voti. Vi erano opzioni che oggi tornerebbero utili, come le modalità per stabilizzare il governo, il rapporto fra esecutivo e Camere nell’ottica di una dialettica feconda, il valore del bicameralismo e la sua eventuale differenziazione”.

Tuttavia, a giudizio del politologo bolognese cambiare solo la seconda parte della Costituzione non è corretto: “Rendere la prima parte del testo un tabù intoccabile e disancorarlo nettamente dalla successiva, come se i suoi artefici non coltivassero una visione complessiva e interrelata delle sue componenti, è inconcepibile. Pensiamo all’articolo 21 relativo alla libertà di divulgazione del pensiero e di stampa, che richiede un profondo aggiornamento alla luce delle trasformazioni tecnologiche e mediatiche. Riflettiamo poi sulla validità dell’articolo 7, che ha inserito nella Carta repubblicana di uno stato di diritto il Concordato stipulato tra il regime fascista e la Chiesa cattolica e di cui forse potremmo fare a meno”. Tranne i primi dodici articoli, ricorda Pasquino, il resto è tutto discutibile. “Tanto più che le interpretazioni offerte dai giudici della Consulta su numerosi temi di rilievo costituzionale – le più recenti riguardano il tetto sulle elevate retribuzioni dei manager pubblici e l’adeguamento delle norme sui rapporti di lavoro nella pubblica amministrazione a quelle in vigore nelle aziende private – mutano continuamente. Se come avviene per la Corte suprema Usa le dissenting opinion fossero pubbliche e conoscibili, potremmo disporre in ogni momento di una giurisprudenza nuova e alternativa a quella prevalente”. 

La riflessione di Pasquino è ripresa e sviluppata da Giovanni Guzzetta, professore di Istituzioni di diritto pubblico all’Università di Tor Vergata, che non nasconde una valutazione fortemente polemica nei confronti della trasmissione di Roberto Benigni. “La Costituzione è troppo importante per divenire l’oggetto di un programma di satira politica. Mi sarei aspettato da un grande affabulatore e autore di puntate stupende sulla Divina Commedia una più attenta e rigorosa preparazione sulla maturazione della Carta e sul dibattito in Assemblea Costituente”. Il punto nevralgico da mettere in luce, per il giurista, risiede in una clamorosa contraddizione e schizofrenia, a conferma dell’ipocrisia dominante nel nostro Paese: “Un mondo che mentre santifica la Carta la calpesta quotidianamente da svariati punti di vista, anche perché molte delle sue norme sono obsolete. A cominciare dall’articolo che prevede il decreto legge come attività eccezionale, da tempo divenuto un istituto di governo ordinario”.

È per questo motivo che, spiega lo studioso, verso la Carta è doveroso nutrire un approccio sobrio, per sottrarla al conflitto fra tifoserie: “Bisogna evidenziarne l’importanza storica e il valore indiscutibile che la contraddistinse nell’epoca in cui venne alla luce, all’indomani delle macerie provocate dall’esperienza autoritaria della dittatura. Ma si tratta di un documento e non di una sacra reliquia. E adorarla come un oggetto di culto ne ferisce profondamente il valore e la vitalità, svilendo in modo fuorviante l’opera degli stessi padri costituenti, che certo non volevano essere imbalsamati in un’ottica museale”.

Allo stesso modo, rimarca il giurista, è altamente irrispettoso nei loro confronti, oltre che incoerente, distinguere nettamente fra prima e seconda parte della Carta: operazione del tutto estranea alla logica costituzionale in un testo pienamente unitario. “I padri costituenti scrissero in maniera esplicita le norme che non possono essere modificate. Lo stesso presidente della Commissione dei 75 parlamentari incaricati di redigere il documento costituzionale, il radicale e demo-laburista Meuccio Ruini, affermò apertamente che la Carta avrebbe dovuto essere soggetta a revisione alcuni anni dopo la sua entrata in vigore. E diverse norme presenti nella sua prima parte, relative alla parità di accesso alle cariche pubbliche fra uomini e donne e ai residui della pena di morte nei codici militari, sono state cambiate a partire dal 2000”.

Più prudente e improntato a una cauta fiducia è il punto di vista di Carlo Fusaro, docente di Diritto parlamentare ed elettorale all’Università di Firenze, che non condivide affatto il titolo del programma di Benigni e mette in guardia dal pericolo di una deriva retorica. “La Carta fondamentale del 1948 merita di essere conosciuta e apprezzata meglio, non di essere collocata sul piedistallo come modello di perfezione. La prima parte è senza dubbio molto bella, e i primi undici articoli sono eccellenti, tranne il settimo, riguardante le relazioni tra Stato e Santa Sede regolate dai Patti Lateranensi, e l’ottavo, che fonda sul terreno di accordi fra governo e confessioni religiose la garanzia della piena libertà per i culti differenti da quello cattolico”. Ma a suo giudizio il resto della prima parte del testo non può essere ritenuto intoccabile, “se solo pensiamo che nel 1984-1985 la prima Commissione per le riforme istituzionali presieduta dal liberale Aldo Bozzi era orientata ad aggiornarne alcuni punti qualificanti”.

Sulla prospettiva di aggiornare la seconda parte del documento, “i seri tentativi intrapresi nel recente passato sono tutti falliti: dal progetto messo a punto nel 1997 dalla Commissione guidata da Massimo D’Alema, venuto meno dopo l’abbandono dell’accordo sulla giustizia, alla proposta portata avanti dalla Casa delle libertà nel 2005, piena di difetti ma meritevole di approvazione, archiviata grazie all’opposizione di chi considera la nostra Carta perfetta e intangibile nonché all’immobilismo del centrodestra. Nel 2007 è stata la volta della buona bozza predisposta da Luciano Violante per razionalizzare e consolidare un moderno governo parlamentare, alla quale è mancato però il consenso adeguato”. E in futuro? “Se lo schieramento progressista vincerà in modo convincente e netto anche al Senato, è possibile che qualcosa accada e che i fautori della conservazione del testo del 1948 presenti al suo interno siano sconfitti dalle correnti più innovatrici”. 

Un’analoga volontà riformatrice ispirata dalla visione di una democrazia governante alimenta il ragionamento di due intellettuali e studiosi che nella vita politica hanno trovato una ragione sia pur breve e illusoria di speranza e impegno. Giorgio Rebuffa, docente di sociologia del diritto nell’Università di Genova e reduce della pattuglia dei “professori” chiamati nel 1996 da Silvio Berlusconi a nutrire e rilanciare le aspirazioni liberali di Forza Italia, focalizza la propria attenzione sulla retorica emersa nel corso del programma di Benigni.

Retorica che il giurista, autore vent’anni fa de La Costituzione impossibile, libro in cui propugnava una riforma della Carta di stampo presidenziale e federalista nordamericano, ritiene del tutto inutile per le dichiarazioni dei diritti, settecentesche o novecentesche che siano. “La retorica che impera e dilaga anche nell’illustrazione di un elenco di diritti e doveri in cui si risolve la prima parte della Costituzione italiana è il frutto della miseria del linguaggio e dei contenuti politici. Un fenomeno che investe anche i grandi giornali, le manifestazioni nelle scuole, i programmi tv, e le gite ai sacrari della Repubblica. Espressioni, tutte, di una realtà pubblica priva di argomenti e di idee. Come nella vita e nei rapporti privati, quando vengono meno le ragioni e i contenuti di un legame, di un’iniziativa, di un progetto, si fa ricorso massiccio alle parole vuote”.

Più positiva è la valutazione del pathos incarnato dal comico toscano offerta da Luciano Pellicani, filosofo e sociologo della politica all’Università Luiss di Roma. Pellicani è stata la testa pensante della svolta riformista promossa al termine degli anni Settanta dal Psi di Bettino Craxi e teorico del socialismo liberale, autonomista, federalista in aperta polemica con i dogmi del marxismo deterministico e ortodosso. “Nelle parole di Roberto Benigni si respira senza dubbio una forza retorica, compensata e riequilibrata dalla sua mirabile ironia. Ma il suo forte richiamo a una Carta che conosciamo poco è vitale in un periodo di crisi e smarrimento acuti”, dice Pellicani, che osserva: “Per comprenderne l’importanza è sufficiente analizzare il patriottismo costituzionale che pervade ogni aspetto dell’esistenza dei cittadini americani, posti in condizione di conoscere, studiare, amare il testo fondante degli Stati Uniti appena superano i 6-7 anni di età”.

Soltanto imparando a capire il significato e le implicazioni delle diverse parti che compongono simili documenti, spiega lo studioso, possiamo coglierne i punti di forza e di fragilità. “E per ciò che concerne i primi, è fuor di dubbio come i principi fondamentali della nostra Costituzione si siano affermati nel tempo sulle culture anti-sistema che li hanno avversati. A partire da quella rappresentata dal Partito comunista, che nella sua ambiguità e doppiezza si ergeva da una parte a supremo interprete e nume tutelare della sacralità della Carta, mentre dall’altra ne contestava alla radice la filosofia e l’arretratezza borghese, capitalistica, atlantica. Se però i suoi valori portanti hanno trionfato in modo inequivocabile, ad essersi rivelata del tutto inadeguata nella Carta del 1948 è l’organizzazione istituzionale che dovrebbe dare loro corpo e permetterne l’attuazione”.

L’attuazione della Costituzione. È questo il punto dirimente, il problema tuttora aperto di ciò che effettivamente ha visto la luce di quel testo. È l’ex presidente della Consulta Antonio Baldassarre a metterne in rilievo i limiti più evidenti nell’arco della sua vicenda storica: “Per una buona parte dell’esperienza repubblicana la Costituzione è stata ‘partitizzata’, egemonizzata dalle forze politiche dell’arco costituzionale, e piegata ai loro interessi partigiani. Un’operazione che non le ha certo giovato, poiché essa ha senso e valore se riesce a ‘coprire’ e coinvolgere tutte le formazioni in campo. Conclusa questa fase in cui ogni parte si presentava come autentica interprete della Carta, siamo passati al periodo in cui la sua bontà è stata messa in dubbio: soprattutto da parte di un centrodestra che si è presentato come l’artefice della sua trasformazione. Ciò che è mancato, con gravi conseguenze nel tessuto civile nazionale, è il momento corretto nel quale la Costituzione diviene la tavola dei valori condivisi”.

Tenendo fede ai valori scolpiti nei primi undici articoli del testo e muovendosi nella loro cornice, osserva il giurista, è possibile apportare tutti gli opportuni miglioramenti, anche nella prima parte, niente affatto intangibile come dimostra la necessità di modernizzare l’articolo 21. “Sempre operando entro i limiti della libertà e dell’eguaglianza, si può modificare una seconda parte condizionata dall’arretratezza culturale e dall’ingenuità dei padri costituenti, che non avevano valorizzato l’esigenza di un’amministrazione statale e giudiziaria all’altezza dei ritmi delle decisioni odierne e del loro carattere globale. Tutti, dai liberali a Palmiro Togliatti, avevano in mente l’esperienza e il modello dello Stato sabaudo centralista. Altro che rivoluzionari!” E oggi, conclude amaro Baldassarre, i partiti hanno perso la loro originaria vocazione culturale-educativa: “Vi sono solo intellettuali sparsi che propugnano idee di riforma e vengono trattati come cani sciolti, dunque inascoltati. È tutta qui la ragione dell’impotenza dei soggetti pubblici nell’attuare le necessarie innovazioni della Carta”.

Originale rispetto al tenore delle argomentazioni precedenti è l’intervento di Fulco Lanchester, professore di Diritto costituzionale e di diritto pubblico comparato a La Sapienza di Roma, il quale prende spunto da una precedente performance dell’attore premio Oscar. “Pochi anni fa Roberto Benigni fece una trasmissione simile per l’Inno nazionale, in cui cercò di spiegare con metodo diretto e con una grande capacità di comunicazione il suo valore. Il rischio oggi è quello di costruire una tesi ‘originalista’ secondo la quale i costituenti disegnarono un testo ideale e perfetto immediatamente tradito. Un’idea che non tiene conto della storicità del patto costituzionale, basato sulla convergenza e sul compromesso tra forze differenti che trovarono il modo di edificare una casa comune all’indomani di una guerra mondiale. Fu proprio quell’accordo a favorire il nostro ingresso nell’alveo degli Stati di diritto a costituzione rigida in grado di difendere i valori dell’individuo in una prospettiva internazionale ed europea, promettendo al contempo una trasformazione sociale ed economica intensa”.

Tuttavia, evidenzia lo studioso, molte sue promesse restarono pura teoria, poiché sotto il manto della retorica che ne esaltava l’unicità quel testo non è stato applicato: “Le forze politiche non l’hanno voluto, come nel caso del mantenimento del meccanismo di voto vigente che rovescia il principio elettivo consacrato nel primo articolo della Carta con il parametro di nomina oligarchica dei parlamentari, e in parte non hanno potuto farlo. Soprattutto a causa della loro incapacità di rendere effettivo il principio di legalità e di efficienza istituzionale, causa profonda della crisi di regime maturata negli anni Settanta ed emersa in forma drammatica vent’anni più tardi. Forse l’unico articolo pienamente attuato è il dodicesimo, relativo alla composizione della bandiera tricolore”.

Le norme che lo precedono, osserva il giurista, condensano il nucleo di permanente validità del documento, ma per estrinsecare la propria attualità devono essere messe in ordine e bilanciate in base alle esigenze concrete. “Pensiamo al principio della difesa della vita, della libertà e della proprietà personale, che richiede di essere coniugato con necessità di interesse generale come la mobilitazione collettiva per difendere la patria da un’aggressione armata. E che pertanto non può essere considerato assoluto”.

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