Lohengrin, alla Scala va in scena l’amore che cede al dubbio

Lohengrin, alla Scala va in scena l’amore che cede al dubbio

L’opera di Richard Wagner più vicina allo spirito italiano. Lo diceva già Giuseppe Verdi, parlando del Lohengrin, che il 7 dicembre sarà rappresentato alla Scala per la prima della stagione. Per entrambi i compositori si celebra nel 2013 il bicentenario dalla nascita, e la polemica non è mancata: può il teatro scaligero inaugurare la stagione con un’opera straniera, proprio qui dove Verdi ha esordito? Sì, ammesso che il problema sussista davvero. Con la direzione di Daniel Barenboim e la regia di Claus Guth, sul palco andrà in scena la storia di Lohengrin, il cavaliere dal passato misterioso che viene in soccorso di Elsa di Brabante. La giovane è accusata ingiustamente di aver ucciso il fratello, Goffredo, in realtà fatto scomparire dalla perfida maga Ortruda, moglie di Federico di Telramondo. I due, infatti, vogliono sottrarre a Elsa il trono del padre. Intorno alle vicende di questi quattro personaggi, Wagner costruisce una trama ricca di simbologie, come ha spiegato a Linkiesta Piero Mioli, critico musicale e docente di Storia della musica al Conservatorio di Bologna.

Qual è il tema fondamentale che anima il Lohengrin di Wagner?
Tutta l’opera si snoda attorno alla questione della domanda vietata. Il protagonista, che arriva da un luogo sconosciuto, impone a Elsa un vincolo preciso: tu hai bisogno di me, io ti proteggerò e ti amerò, ma non devi chiedermi chi sono né da dove vengo. La giovane però è tormentata dall’amore e dal dubbio, e alla fine costringe il cavaliere misterioso a svelare la propria identità. Lo farà davanti al re e davanti al popolo, rivelando di essere Lohengrin, figlio di Parsifal e custode del santo Graal, sceso sulla terra per combattere il male. Una volta rotto il patto, il destino di Elsa è segnato e la decisione di Lohengrin definitiva: l’unione tra i due è spezzata, e il cavaliere se ne va.
Da parte di Elsa, c’è il tentativo fallito di elevarsi al rango di un semidio: il suo personaggio teme che l’altro sia troppo elevato o troppo infimo, e per questo ne diffida. Del resto, quella della giovane è una figura profondamente umana, e perciò debole.

Quali sono le caratteristiche dei personaggi?
Se guardiamo l’opera in un’ottica “maschilista”, Lohengrin ci appare come l’eroe, mentre Elsa è la donna un po’ sciocca che infine lo perde. D’altro canto, il protagonista è un semidio, ed è così sicuro, così tracotante da risultare quasi disumano. La bellezza di Elsa sta proprio nella sua semplicità, nella franchezza e nell’immediatezza: per lei è normale voler sapere chi sia il suo futuro sposo, tutto qua. Insieme, formano la coppia “celeste”: sono i belli, i nuovi, le figure positive legate al cristianesimo. Ad essi si contrappone l’altra coppia (Federico e Ortruda), quella “terrestre”, che detiene un potere più antico, pagano, e soprattutto malvagio.
A questa contrapposizione ne fa eco un’altra, che abbraccia tutta l’opera: il Lohengrin di Wagner è un racconto nobile, aristocratico, cavalleresco, ma senza il lieto fine. Ci sono molte altre opere del compositore tedesco più violente, più volgari, ma che si concludono con una catarsi. Il Lohengrin invece genera nel pubblico una sorta di schizofrenia: lo si ama per la grandezza, per la potenza, ma si resta frustrati dal finale.

Come si inserisce il Lohengrin nel percorso umano e artistico del compositore?
Wagner nasce nel 1813, ma le sue fortune iniziano solo nel 1864, quando ormai ha cinquant’anni: in precedenza ha fatto cose bellissime, ma sconosciute. Nel 1848 partecipa ai moti rivoluzionari, e per questo è poi costretto a fuggire dal Regno di Sassonia. Quando il Lohengrin va in scena per la prima volta, nel 1850, non è solo l’opera di un ricercato dalla polizia, è l’opera di un uomo che musicalmente non è nessuno. Il successo arriverà più tardi, quando Wagner conoscerà Ludovico di Baviera, che sarà per lui una sorta di mecenate. Diventerà un mito, ma rimarrà un uomo sregolato, a tratti sleale, coperto di debiti, insomma un personaggio un po’ singolare.

Come fu accolta la sua musica in Italia?
Wagner aveva idee molto originali, voleva essere un riformatore dell’opera, e chi in Italia amava Bellini o Rossini lo trovava troppo audace, dissonante, astruso. Durante la prima rappresentazione del Lohengrin al Teatro Comunale di Bologna, nel 1871, si dice che ogni tanto qualcuno gridasse dal loggione: «Viva Verdi! Viva Rossini!».

Proprio Verdi ha definito il Lohengrin «l’opera di Wagner più vicina allo spirito italiano», è così?
Sì, dopo la metà del secolo (con i drammi della cosiddetta Tetralogia) si ha nella produzione di Wagner una vera e propria rivoluzione, mentre Lohengrin risente ancora della tradizione tedesca precedente e dell’opera italiana: ci sono delle parti che potremmo definire “romanza”, e c’è una chiarezza formale che poi verrà meno.

Si dice però che Verdi abbia mosso delle critiche al Lohengrin, quando lo vide rappresentato a Bologna.
Venne al Comunale in incognito e ripartì per Grosseto la sera stessa: sullo spartito, lasciò una serie di annotazioni. È vero, molte erano negative, ma in alcuni punti giudicò l’opera bella, nuova, interessante. Verdi si lasciò andare alle critiche più dure quando la fortuna di Wagner si consolidò, sostenendo che si era persa l’antica semplicità. Ma faceva male a dirlo. Quando poi compose l’Aida o il Don Carlos si dimostrò molto più evoluto rispetto all’opera italiana tradizionale: aveva uno stile più libero, non ai livelli di Wagner, ma la strada era la stessa.

Non solo, a dispetto delle sue annotazioni, i bolognesi amarono molto l’opera di Wagner.
Bologna è molto più legata a Wagner di quanto non lo sia Milano, la città di Verdi per eccellenza. Angelo Mariani, direttore del Teatro Comunale di Bologna (il primo a ospitare opere del compositore tedesco), era un grande amante di Verdi ma era anche un ottimo musicista e una persona intelligente: se una musica era bella, valeva la pena difenderla e promuoverla. E poi da parte dei bolognesi c’era quasi una volontà di rivalsa nei confronti del capoluogo meneghino, patria della Scala e dell’editore Ricordi.

La città di Verdi per eccellenza, però, nell’anno del suo bicentenario apre la stagione della Scala con un’opera di Wagner. Le polemiche non sono mancate, lei cosa ne pensa?
La mia è solo un’ipotesi, ma penso che la scelta di Barenboim sia dovuta semplicemente a questo: un direttore d’orchestra come lui si compiace più di una partitura come Lohengrin che non la Traviata o il Nabucco. Ma è sempre stato così. Nove direttori su dieci, quanto più sono grandi tanto più preferiscono Wagner, perché la sua è una musica complessa, ardita, che mette in risalto il talento di chi dirige. In un’opera come la Traviata, i veri padroni sono i cantanti.

La regia di Claus Guth ha un’impostazione molto moderna. La figura di Elsa, per esempio, è riletta in chiave psicanalitica. Come giudica questa scelta?
La trovo molto interessante. Elsa è un personaggio che patisce il senso della perdita sin da giovanissima: non ha più i genitori, all’inizio dell’opera perde il fratello, e alla fine anche il futuro sposo. La sua bellezza sta anche nel suo essere così inquieta, nevrotica. È fin troppo umana, ma piace proprio per questo. 

@ChiaraPanzeri