«Come posso descrivere che cosa significa morire ucciso dalla ghiogliottina? Si immagini solo un corpo vivente che viene tagliato in due. Non mi faccia aggiungere altro, perché non voglio raccontare l’orrore dei supplizi».
Robert Badinter ci stringe il braccio con la mano e socchiude per un momento gli occhi sovrastati da due folte sopracciglia un po’ da gufo. Incontriamo l’uomo che fece abolire la pena di morte in Francia esattamente quaranta anni dopo l’esecuzione di Roger Bontemps, ingiustamente accusato di omicidio (fu solo complice dell’assassino di una infermiera e di un custode). Bontemps fu ghigliottinato alle 5 e 13 minuti del 28 novembre 1972, all’interno del carcere parigino della Santé. Il boia si chiamava André Obrecht.
Robert Badinter era presente all’esecuzione in quanto avvocato difensore di Bontemps. «Lasciando la prigione quella mattina – ricorda – decisi che mi sarei battuto con tutte mie forze per l’abolizione della pena di morte in Francia e nel mondo. Non volevo più vedere un innocente giustiziato. Dopo la morte di Roger Bontemps sono riuscito a salvare dalla condanna a morte altri sei detenuti di cui avevo assunto la difesa».
Badinter vinse finalmente la sua battaglia nel 1981, quando il presidente François Mitterrand lo nominò ministro della Giustizia. «Allora la maggioranza dei francesi era favorevole alla pena capitale, ma Mitterrand, che aveva promesso l’abolizione della ghigliotiina durante la campagna elettorale, non ebbe ripensamenti. Il suo fu un gesto di grande coraggio politico», osserva l’ex ministro. Restano memorabili le parole con cui Badinter chiese il voto favorevole al progetto di legge abolizionista: «Ho l’onore, a nome del Governo della Repubblica, di chiedere all’Assemblea Nazionale l’abolizione della pena di morte in Francia».
La legge fu promulgata il 10 ottobre del 1981 e salvò la vita ai sette detenuti che in quel momento aspettavano nel “braccio della morte” delle carceri francesi. «La ghigliottina – racconta l’ex ministro – la consegnai a Jacques Chirac, allora sindaco di Parigi, con l’impegno di lasciar passare almeno 25 anni prima di esporla in pubblico». Il tabù è stato infranto solo nel 2010, quando lo strumento di morte fu esposto al Musée d’Orsay in occasione della mostra “Crime et Châtiment” (Delitto e Castigo).
Badinter fu ministro della Giustizia fino al 1986, in seguito è stato presidente del Consiglio costituzionale e senatore fino allo scorso anno. Oggi è un signore molto elegante e cortese, lucidissimo, che porta con grazia i suoi 84 anni. La moglie, Elisabeth Bleustein-Blanchet è una nota filosofa e femminista. Le ragioni della sua battaglia contro la pena capitale, Badinter le ha ribadite a Roma, all’apertura del Congresso internazionale dei ministri della Giustizia, organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, intitolato: “Per un mondo senza pena di morte”.
Per Badinter abolire la pena di morte nel mondo «è un dovere morale e un segnale di progresso spirituale». «Combattere la pena di morte – ci spiega con passione – significa opporsi alla pulsione di morte che è insita nella natura umana. Solo l’uomo e il topo, fra gli esseri viventi, hanno questo istinto a uccidere solo per il gusto di uccidere. Io lo dico sempre, l’uomo è come un topo per gli altri uomini, e li uccide. La Bibbia ce lo mostra fin dalle prime pagine. Caino, il figlio dei primi esseri umani comparsi sulla Terra, uccide il fratello. Però sono convinto che vinceremo la nostra battaglia».
A l’instancabile Badinter sta a cuore un altro tema: i diritti degli omosessuali. «Difenderli è una causa sacrosanta, perché sono in gioco il diritto di poter disporre liberamente del proprio corpo e a volte il diritto alla vita», dice con fermezza. Da ministro, Badinter pronunciò all’Assemblea Nazionale un memorabile discorso contro le discriminazioni nei confonti di gay e lesbiche. Fu grazie al suo impegno che, dopo sei mesi di discussione, venne abolita una legge del codice penale, risalente al regime di Vichy, con la quale si punivano i rapporti sessuali fra minori consenzienti.
Oggi Badinter invita a tenere alta la guardia per quello che accade nel mondo, dall’Uganda all’Iran. «Mi pare – dice pesando bene le parole – che non si tenga conto a sufficienza della terribile repressione dell’omosessualità in diversi Paesi. In sette Paesi è prevista la condanna a morte e in altri 23 ci sono condanne a pene molto severe, senza contare le retate della polizia, le intimidazioni e le molestie. Su questo tema non vedo purtroppo una grande mobilitazione, anche da parte degli stessi movimenti di difesa dei diritti degli omosessuali. Non vedo grandi manifestazioni quando in Iran si impiccano le persone accusate di sodomia. Forse sono vicende che ci sembrano lontane. Invece dobbiamo sempre indignarci, senza accontentarci dei traguardi raggiunti nelle nostre società ricche e protette. Sono totalmente a favore della legge sul matrimonio omossesuale promossa dal presidente Hollande, sono sicuro che sarà approvata, ma non posso dimenticare le cose orribili che accadono nel mondo, le impiccagioni, le lapidazioni, le torture».