Ma davvero con la crisi aumentano i criminali?

Ma davvero con la crisi aumentano i criminali?

Un recente studio su dati per i sistemi locali del lavoro italiani mostra che la crisi starebbe intensificando alcune attività criminose, in particolare i furti. Il peggioramento delle condizioni economiche non avrebbe invece determinato un aumento delle forme di criminalità di tipo non economico.

CRISI E CRIMINE

Vi è una diffusa preoccupazione circa l’eventualità che la crisi economica stia determinando una crescita delle attività criminose nel nostro paese. Ad esempio, un’indagine del 2010 dell’ufficio studi della camera di commercio di Monza e Brianza conferma che il 90 per cento degli imprenditori lombardi condivide tale opinione. Il ministro Cancellieri ha di recente avvertito che, data l’attuale situazione economica, il livello di attenzione delle forze dell’ordine deve essere mantenuto elevato. Quanto questa preoccupazione sia fondata in realtà non è chiaro. Come pure riportato da Alberto Brambilla su Il Foglio del 3 novembre 2012, “il mito ‘più poveri, più crimini’ attende la prova empirica”.
Il legame tra crisi economica e criminalità non è certamente una novità per gli scienziati sociali. A partire dal contributo di Gary Becker, gli economisti hanno riconosciuto che la riduzione delle opportunità nel mercato del lavoro rende relativamente più vantaggioso il perseguimento di attività criminose (Gary S. Becker, Crime and Punishment: An Economic Approach, Journal of Political Economy, 1968, vol. 76). Negli ultimi dieci anni, in concomitanza con una più ampia diffusione di dati appropriati e lo sviluppo di metodi quantitativi che permettono di individuare i nessi causali, si sono moltiplicati gli studi che hanno provato a misurare l’impatto della situazione congiunturale sugli atti di delinquenza. (Si veda ad esempio Mustard David B., 2010, How Do Labor Markets Affect Crime? New Evidence on an Old Puzzle. In Bruce L. Benson , Paul R. Zimmerman (eds) Handbook On The Economics Of Crime. Elsevier).

UNA STIMA DELL’EFFETTO PER L’ITALIA

Un nostro lavoro recente analizza la relazione tra il rallentamento dell’attività economica nei primi due anni di crisi, il 2008 e 2009, e l’intensificazione di episodi criminosi. (Guido de Blasio e Carlo Menon, 2012, Down and Out in Italian Towns: Do Local Economic Downturns Increase Crime?, Banca d’Italia, mimeo). Lo studio è condotto a livello dei sistemi locali del lavoro e, per approssimare l’andamento delle congiuntura a livello locale, utilizza le informazioni provenienti da un archivio di dati sui bilanci sulle imprese (Cerved). (I sistemi locali del lavoro sono aggregazioni territoriali che comprendono, oltre ai centri urbani, anche le circostanti aree di pendolarismo che vi afferiscono. Per approfondimenti si veda Istat, 2005, I sistemi locali del lavoro 2001, Roma. Il dataset Cerved consente di costruire una stima approssimativa dell’attività economica a livello di sistema locale del lavoro basato sulla somma del fatturato delle imprese che vi sono localizzate). Le misure di criminalità utilizzate si basano sulle notizie di reato pervenute all’autorità giudiziaria da parte delle forze di polizia. (Si tratta del dataset “Sistema di indagine della banca dati interforze (Sdi)”, gestito dal ministero dell’Interno. Rispetto a fonti basate esclusivamente sul numero di denunce alle autorità, queste informazioni comprendono anche i reati rilevati autonomamente dalle forze dell’ordine, risultando quindi meno affette da underreporting). A titolo esemplificativo, la figura qui sotto riporta per ogni sistema locale del lavoro la variazione percentuale dei furti nel biennio 2007-2009; le aree connotate da colorazioni più scure sono quelle dove la crescita è stata più elevata.

Variazione percentuale dei furti nel periodo 2007-2009 per i sistemi locali del lavoro:

CORRELAZIONE E CAUSALITÀ

La circostanza per cui nei sistemi locali in cui la crisi è profonda anche la crescita delle attività criminose è più elevata in realtà è poco eloquente sulla direzione del nesso di causa ed effetto tra i due fenomeni. Infatti, diversi fattori non osservabili potrebbero essere alla radice di una correlazione spuria tra i due fenomeni; ad esempio, un comune meno coinvolto dalla crisi potrebbe aver investito più risorse per la protezione dei propri cittadini o per la dissuasione della criminalità. È anche possibile immaginare che sia stata la crescita degli episodi criminosi a spingere verso il basso l’attività economica locale (ad esempio, furti e taglieggiamenti che rendono difficile la vita delle imprese locali), e non viceversa.

Per attribuire con maggiore sicurezza l’evoluzione dell’attività criminosa a quella dell’economia locale, abbiamo utilizzato una metodologia (stima con variabili strumentali) che ci permette di isolare le componenti del ciclo economico locale attribuibili a fattori di tipo esogeno. Nel nostro caso, abbiamo sfruttato l’idea per cui parte delle crisi a livello locale è attribuibile a fenomeni di natura globale, come ad esempio la contrazione degli scambi commerciali o l’avvento della concorrenza cinese in uno specifico settore, che sono del tutto indipendenti da quanto avviene nel singolo sistema locale del lavoro italiano. (Più tecnicamente, abbiamo costruito una variazione esogena del fatturato delle imprese locali basata sull’interazione della struttura industriale “storica” del Sll con la contemporanea crescita dei diversi settori a livello nazionale. Lo strumento è una media pesata della variazione del fatturato nazionale dei diversi settori economici, dove i pesi sono dati dalla quota sull’occupazione locale dei singoli settori all’inizio del periodo in esame.)

I risultati del nostro esercizio sono riassumibili come segue:
1) La crisi economica ha effettivamente avuto un impatto significativo su alcune tipologie di attività criminose: quelle di tipo economico, segnatamente i furti. In base alle nostre stime, una riduzione dell’attività economica locale del 10 per cento implicherebbe un aumento dei furti del 3-6 per cento. D’altro canto, non vi è alcun legame tra alcuni reati di tipo non economico (omicidi, crimini violenti e crimini sessuali) e le condizioni congiunturali.
2) Gli effetti della crisi sui crimini di tipo economico risultano amplificati nei sistemi locali con una forza lavoro più giovane o con prevalenza di piccole imprese. Questo sembrerebbe suggerire che i contratti di lavoro indeterminati, che tipicamente caratterizzano i rapporti di impiego delle coorti meno giovani, e i meccanismi di tutela dei lavoratori, come gli schemi di cassa-integrazione, più diffusi per le imprese più grandi, abbiano avuto l’effetto di attenuare l’impatto della crisi sulla criminalità.
3) Il legame tra crisi e crimini di tipo economico appare meno evidente nelle quattro Regioni maggiormente caratterizzate dalla presenza storica della criminalità organizzata. Tra le diverse interpretazioni possibili, una suggerisce che in queste zone la criminalità organizzata detenga il “monopolio” dell’attività illegale, per cui risulterebbe difficoltoso per un individuo improvvisare un’attività criminosa a seguito delle sopravvenute difficoltà economiche rispetto a parti del territorio dove la penetrazione delle cosche è più recente e meno capillare. Inoltre, si potrebbe anche ipotizzare che nelle quattro regioni indicate le cosche vendano protezione agli individui assoggettati al pagamento del pizzo, il che contribuirebbe ad attutire l’effetto della crisi sulla criminalità comune.

CAUTELE NECESSARIE

Come tutti i lavori empirici, anche il nostro ha una serie di limitazioni, che vanno tenute di conto. Specie qualora questi risultati dovessero essere utilizzati per decisioni di policy. Ne richiamiamo due. A causa della limitata disponibilità dei dati, l’analisi non copre l’ultimo biennio e quindi non considera gli effetti di più lungo periodo, eventualmente determinati dall’aggravarsi delle condizioni economiche. Il periodo analizzato comprende la crisi del 2009, che è stata generalizzata, improvvisa e acuta; gli effetti che abbiamo stimato, pertanto, potrebbero essere difficilmente estrapolabili a situazioni in cui le variazioni dell’attività economica avvengano in maniera meno veemente.

* Le idee e le opinioni espresse in questo articolo sono da attribuire agli autori e non investono la responsabilità delle istituzioni di appartenenza.
Guido De Blasio è un economista del Servizio Studi di struttura economica e finanziaria della Banca d’Italia. Ha lavorato in precedenza per il Fondo Monetario Internazionale. Ha pubblicato saggi di economia dello sviluppo, economia del lavoro, economia monetaria e scienze regionali. Il suo sito.
Carlo Menon è economista presso la Divisione per le politiche strutturali del Direttorato per la Scienza, Tecnologia e Industria dell’Ocse e ricercatore presso la Banca d’Italia (in aspettativa). Ha conseguito il PhD presso la London School of Economics nel 2010 e la Laurea in Economia all’Università Ca’ Foscari di Venezia nel 2005; ha svolto attività di ricerca e didattica presso la LSE e Ca’ Foscari. I suoi principali interessi di ricerca vertono sulle dinamiche di impresa, sull’innovazione, sull’analisi delle politiche pubbliche, sull’economia urbana e regionale. Il suo sito

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