Meritocrazia sì ma a colpi di tangenti, ecco il modello cinese

Meritocrazia sì ma a colpi di tangenti, ecco il modello cinese

PECHINO – Meritocracy o Mediocracy, dunque? Il dibattito intellettuale di cui parlato nello scorso articolo sulla meritocrazia in Cina, ha avuto le prime risposte. Anche se la Cina propone un modello all’apparenza favorevole alla meritocrazia, intendendo con esso la somma tra intelletto e sforzo, come proposto da Michael Yong, nel suo Rise of Meritocracy, non mancano elementi negativi e che pongono in dubbio una reale applicazione del concetto. È altresì vero che la definizione di meritocrazia, infine, può essere limitata alla sforzo, perché per “intelletto” potrebbero pesare non poco le origini sociali di un individuo, come vedremo a breve con l’esempio dei “principini” in Cina.

Anche per questo, secondo alcuni sociologi, proprio gli esami imperiali cinesi, sotto la spinta delle teorie confuciane, sarebbero un esempio funzionante di meritocrazia. C’è da chiedersi allora cosa resti oggi in Cina di questo tentativo, che fa scrivere a Edward Wong sul New York Times che la Cina ha creato in realtà un sistema che si basa più sulla mediocrazia, alla faccia delle meritocrazia così tante volte invocata.

È necessario soffermarsi su alcuni elementi generali, prima di scendere nei particolari. Ci sono alcune basi sociali che da sempre uniscono Cina e Italia e che per questo dovrebbero fare comprendere facilmente i limiti della “meritocrazia” alla cinese. Longanesi ad esempio diceva che sulla bandiera italiana dovrebbe scriversi, “tengo famiglia”, come motto nazionale: uno stile ed un modus operandi molto vicino ad alcune pratiche anche cinesi.

C’è un detto confuciano, riportato da Giuliano Bertuccioli e Federico Masini, in “Italia e Cina” (Laterza, 1996) che ben chiarisce questa vicinanza: «i padri coprono le malefatte dei figli, i figli coprono le malefatte dei padri: la rettitudine sta proprio in ciò». Questo concetto così simile e vicino al nostro “tengo famiglia”, se allargato a tutta la società dà origine all’importanza in Cina del concetto di “guanxi”, il gancio, il contatto, le relazioni, il network di conoscenze.

Qualsiasi businessman che abbia mai messo in piedi in Cina, tornerà nel proprio paese con la parola “guanxi” stampata in testa e nel proprio immaginario. Da questo concetto discende un altro aspetto, comportamento, stile, modello sociale: il tempo che si passa in Cina, per fare affari, o studiare, o talvolta lavorare semplicemente, è passato a capire, a trovare, a identificare il “guanxi” giusto, ovvero quel contatto che consente di svoltare. Talvolta è semplicemente qualcuno, ma quello con altri guanxi giusti, da ungere con mazzette che aprono altre strade.

E arriviamo all’ultima considerazione, che completa la sequenza logica: “tengo famiglia”, cerco un “gancio”, mi creo un network e infine, quasi sempre, lo alimento in un modo molto semplice: con la mazzetta. E il circolo è completo.

La Cina è l’unico paese, penso, dove ci si reca in banca a cambiare i soldi e si trova il cinese che ti cambia in nero la stessa somma. È il paese dove si paga il dottore per sapere il sesso del nascituro, per un’operazione urgente, per la disponibilità di un letto, dove si paga anche per iscrivere un bambino ad una scuola elementare. Tutto illegale, ma tutto a finanziare l’industria del guanxi e la propria attività, il proprio futuro.

Network, mazzette e importanza della rilevanza del nucleo famigliare: ecco i limiti della meritocrazia cinese. Partiamo con questo esempio: si diceva che le scuole cinesi sfornano dopo esami durissimi e studio, tanto, i futuri dirigenti della società. Si diceva che solo i più bravi vanno avanti. Primo dubbio: spesso ad andare avanti è chi paga di più, o – guarda caso – chi ha il contatto giusto. Lo possono testimoniare i tanti studenti stranieri in Cina, che spesso vedono di tutto nei dipartimenti delle università: favoritismi, mazzette, corruzione dei professori. E lo ha testimoniato al New York Times il padre di un bambino che ha dovuto pagare 4800 dollari per iscrivere il proprio figlio ad una scuola elementare.

Si comincia presto a pagarsi la meritocrazia in Cina, dunque. E via via che si sale cambiano i prezzi: per trovare un professore che sappia essere un buono sponsor per il proprio ragazzo, la spintarella costa circa 24mila dollari. È fondamentale per il futuro del figlio assicurare la conquista di una delle università più note, che a sua volta spalancano le porte di un futuro lavorativo migliore di quanto fanno altre università.

Quindi, con il proprio sistema scolastico che diventa a pagamento, chi vuole per il proprio figlio una vera carriera scolastica, senza trucchi, manda la propria prole all’estero: uno schiaffo al nazionalismo, ma la certezza che il proprio figlio possa giocarsi le proprie chanches ad armi parti con gli altri alunni. Senza “regali”: come testimonia lo Shanghai Daily, nel giorno dell’apprezzamento degli insegnanti, in Cina, i “regali” ai professori sono cresciuti del 50% negli ultimi anni.

E arriviamo alla politica: dicevamo nello scorso articolo che in Cina tendenzialmente il politico, anche proveniente dal nulla, se supera alcune prove e test, se si disimpegna bene nei propri ruoli propedeutici, può aspirare a ruoli di primissimo piano nell’amministrazione nazionale. Vero e falso. Vero perché non mancano esempi a dimostrarlo, ma falso in generale dato il peso dei legami famigliari nella politica cinese. Quando parliamo di correnti, nel Partito Comunista cinese, spesso noi giornalisti semplifichiamo strutture di collegamento che hanno nelle origini famigliari molte delle alleanze più forti.

Lignaggio famigliare e anche in questo caso, guanxi. Partiamo dai secondi: è meritocratico davvero, si chiedono i detrattori della Cina, un sistema in cui di fatto a comandare ancora oggi nelle nomine dei membri che costituiscono il comitato permanente del politburo, sono Jiang Zemin e Li Peng, due vecchiacci che sembrano non volersi ritirare mai? Il gruppo di Jiang Zemin, in effetti, è al comando e dai suoi “contatti” sono partite molte delle battaglie politiche che hanno privilegiato chi era nella sua rete, lasciando fuori chi non lo era, come ad esempio il quotatissimo Wang Yang, considerato un liberale, e pare fatto fuori niente meno che da Li Peng, un ex corvo durante i giorni del 1989.

E infine: è meritocratico un sistema nel quale quasi tutto è deciso dai “principini”, ovvero quell’elite del partito composta dai figli dei “padri della patria”, che di fatto ancora oggi determina molti assetti della Cina? Xi Jinping, ad esempio, l’attuale segretario, capo dell’esercito e prossimo presidente. Sicuramente è uno che ha fatto gavetta, è stato testato con ruoli e compiti nel corso del tempo. Ma è cresciuto tra gli agi e i privilegi di fare parte della casta dei “principini”, contornato da colleghi del padre, a sua volta intrappolati nel sistema di relazioni dei guanxi devoti e creditori di favori. Xi Jinping, grazie alle origini famigliari, è potuto crescere in un ambiente culturale di rilievo, di “privilegiati”.

La capacità di un sistema, si dirà, è quello di fare comunque sì che il livello elitario possa essere sporcato o suffragato anche da elementi esterni e socialmente inferiori. Questo la Cina sembra consentirlo, ma è altresì vero che i “principini”, seppur divisi, si sposano tra loro, vivono tra di loro e quel che più conta, fanno affari tra di loro, rendendo arduo il processo di entrata dall’esterno in ogni ambito, sia culturale, sia politico, sia economico. Ne discende una mobilità sociale tutta da capire, che la nascente classe media in Cina, metterà in discussione, in una sorta di rivoluzione borghese, di cui si chiede, stando in Cina, tempi e modi. Meritocrazia, o meno. 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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