Nell’Italia “commissariata” Monti sa di essere indispensabile

Nell’Italia “commissariata” Monti sa di essere indispensabile

Se con il Presidente della Repubblica ha affermato, nel momento della formalizzazione delle dimissioni “irrevocabili”, una sola frase (“Missione compiuta, presidente”) con la attesissima conferenza stampa di fine anno e di fine governo Mario Monti ha di fatto dato inizio alla “Fase due” della sua premiership. La sua Agenda rivolta erga omnes è un programma di governo che chiunque non potrà fare a meno di seguire, o perlomeno di non poter mai tentar di trascurare. Perché è pur vero che è un leader sperimentato e credibile ma senza un partito (o una coalizione consolidata) alle spalle: eppure la tranquillità con cui ha enunciato i punti fermi del progetto “Cambiare l’Italia, riformare l’Europa” tradiva una autorevolezza non soltanto personale quanto la sottile consapevolezza che una sua riconferma è lo sbocco obbligato di un complesso di interessi internazionali e ampiamente condivisi in una situazione di sempre più stretta interdipendenza del mondo globalizzato.

Piaccia o non piaccia il Paese (o almeno la sua struttura economica, finanziaria, e anche politica) è stato nel tempo progressivamente e insensibilmente “commissariato”. E non solo la Merkel, ma pure Obama, si aspettano che il delegato (per patriota che sia) porti a compimento l’azione riformatrice necessaria a far rientrare l’Italia nel consesso “normale” dell’Europa e dell’Occidente. E questo può avvenire soltanto da Palazzo Chigi e da nessun’altra collocazione istituzionale, fosse pure l’esilio dorato del Colle.

L’educatissima sicurezza con cui il Professore ha tracciato i contorni non solo del programma, ma della sfida cortese e fermissima di una sua sostanziale indispensabilità ne era forse la prova più eloquente. Per questo apparivano fuori luogo le tante domande dei giornalisti sul suo immediato ruolo politico. Una partecipazione diretta all’imminente campagna elettorale era del tutto stonata e inelegante: come pure la tanto attesa benedizione del Centro, ben più avara e ambigua di quanto fosse lecito aspettarsi. Anche perché si è ben capito che, eventualmente, sarà lui a servirsi dei centristi, ma è del tutto indisponibile a lasciarsi usare da loro, come forse avevano troppo facilmente sperato.

L’unica altra autentica novità che si va appalesando (e che è emersa esplicita) è la necessità di esorcizzare il fantasma del Cavaliere. Non è un caso che, tra «gratitudine e sbigottimento», il Professore abbia scorticato quasi con sarcasmo Berlusconi, pur nell’inappuntabile linguaggio dell’educazione alto-borghese e con quell’humour di stampo britannico che naturalmente gli appartiene. D’altronde il presenzialismo insistito di quell’altro fa comprendere che ormai la politica si va polarizzando come un duello tra loro due. E che una strana campagna elettorale avrà questa anomala tenzone (tra uno che non si candida e uno che ha solo l’obiettivo di “perdere bene”) come insaporito piatto principale.

D’altra parte il conflitto era chiaro anche a Mario Monti quando in tempi non sospetti era solo un prestigioso editorialista del Corriere. Nel gennaio del 2011 scriveva infatti che «esistono in Italia due illusionismi. Essi sono riconducibili, sia detto senza alcuna ironia, alla dottrina di Karl Marx e alla personalità di Silvio Berlusconi…». E oggi il secondo appare più sanguigno e vitalistico di un primo pur carico di strascichi dai costi non indifferenti e che condiziona ancora l’evoluzione del Pd di Bersani. Già, e Bersani ?… Ma forse corre per essere un grande vice-premier…

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