Ora anche i naturopati e i chiropratici diventano “professionisti”

Ora anche i naturopati e i chiropratici diventano “professionisti”

Chiropratici, grafologi, naturopati. E ancora: educatori cinofili, erboristi, arte terapisti e amministratori condominiali. Sono più di quaranta le nuove professioni riconosciute dalla legge approvata lo scorso mercoledì dalla Camera. Professioni senza albo, per le quali non è previsto alcun esame di stato. Non si sa con certezza quanti siano (c’è chi parla di un milione e mezzo, chi del doppio). Né esiste un elenco. Quel che è certo è che ora anche i chinesiologi ed enologi saranno riconosciuti come professionisti. E questo, più che aiutare loro, darà una mano ai consumatori. Perché, come spiega Valerio Sanfo, presidente della Federazione nazionale naturopati professionali (Fennap), «finora chiunque poteva svegliarsi la mattina e scrivere “naturopata” sul proprio bigliettino da visita».

Di una legge del genere si parlava da decenni. E ora, dopo un lungo iter parlamentare, è arrivata. Si tratta in realtà di un testo che lascia grande libertà ai lavoratori. Non viene imposto nulla, né verranno creati nuovi ordini professionali. O almeno si spera. La legge si limita a porre le basi per la definizione di regole condivise all’interno di ciascuna delle quaranta e più professioni. Sono soprattutto lavori che si collocano ai confini delle professioni tradizionali. Come le attività di consulenza contabile e analisi o gli insegnanti a distanza. 

La naturopatia, ad esempio, è una di queste. Si tratta di una forma di medicina complementare che si basa sulla capacità di autoguarigione dell’uomo attraverso tecniche come i massaggi, la riflessologia plantare o l’aromaterapia. Finora, chiunque poteva applicare questi metodi, senza correre il rischio di essere accusato di abuso della professione. Qualche legge regionale e poche scuole regolamentate non bastavano a tenere alla larga i «cialtroni».

Stesso discorso per i grafologi, cioè coloro che per mestiere analizzano la grafia per estrapolare le caratteristiche psicologiche di chi scrive. «In passato c’erano due corsi di laurea triennale a Urbino e alla Lumsa di Roma», racconta Elena Manetti, membro della Associazione grafologi professionisti. Ora i due corsi di laurea sono stati aboliti e al loro posto sono stati istituiti due master. Che comunque restano non obbligatori. «Chiunque può fare qualunque cosa», dice. «Non eravamo tutelati in nessun modo così come non erano tutelati i nostri clienti. E in giro si vedevano molti ciarlatani».
I grafologi iscritti all’Agp intanto (l’altra associazione di categoria si chiama Agi, Associazione grafologi italiani), negli anni si sono dotati di un codice deontologico. «Internazionale», precisa Manetti. E sono nate diverse scuole private, che prevedono un minimo di cento ore di lezioni formali più il tirocinio. «Questa legge è una svolta», dice Elena Manetti, che insegna in una di queste scuole, «perché tutela il cliente, tutela noi e tutela le nostre scuole». Dove, aggiunge, «gli studenti sono tutti giovanissimi».

La parte difficile, però, sarà mettere in pratica la legge. Cosa bisognerà fare? In primis individuare delle regole tecniche per ciascuna professione. Chi farà proprie queste regole sarà “più professionista” degli altri e potrà esporre un bollino di garanzia accanto al suo nome. In modo da essere più “appetibile” sul mercato. Centrale sarà il ruolo delle associazioni. Chi esercita una «professione non organizzata in ordini o collegi», è scritto nel testo della legge, può costituire «associazioni a carattere professionale di natura privatistica» senza «rappresentanza esclusiva». L’idea di base è che le associazioni (non una per ogni professione, ma anche più di una) possano “valorizzare” le competenze degli associati e promuovere codici deontologici.

Codici che, nella maggior parte dei casi, già esistono, ma fino a ieri non erano vincolanti. Le associazioni dovranno occuparsi poi della «formazione permanente» degli iscritti, della condotta degli associati e soprattutto della definizione e del rilascio di marchi di qualità che attestino la professionalità. Sempre alle associazioni toccherà collaborare con il ministero dello Sviluppo Economico per la redazione di norme tecniche condivise, le cosiddette Uni. La funzione di queste norme sarà quella di «definire in modo chiaro, univoco, misurabile» i requisiti che un professionista deve avere per poter svolgere bene il proprio lavoro. Sia a tutela della propria professionalità sia a tutela del consumatore.

Le associazioni comporranno quindi un corpo di standard qualitativi e di regole deontologiche dal cui rispetto dipenderà l’ammissione dei professionisti e la durata dell’iscrizione. Ma senza esame di stato. Saranno questi enti no profit a rilasciare anche specifici marchi e attestazioni di qualità. Chi avrà bisogno di un educatore cinofilo per il proprio cane, ad esempio, potrà scegliere tra i professionisti che appartengono a un’associazione o a un’altra e che vantano determinati marchi di qualità. Le associazioni che dichiarano di rispettare alcuni standard saranno inserite in un elenco pubblicato sul sito del dicastero di via Veneto.

L’iscrizione alle associazioni però non è obbligatoria. Il lavoratore che decide di non iscriversi, però, non potrà usare alcun marchio di qualità riconosciuto dal ministero. E, in teoria, sarà penalizzato sul mercato. Si ipotizza che il consumatore scelga quello col marchio anziché quello senza. In questo modo non si dovrebbe correre più il rischio di sottoporsi a una seduta di riflessologia plantare e trovarsi di fronte uno che di riflessi non ha mai sentito parlare. In questi casi, interverrà l’Antitrust.

A occuparsi di stilare le norme tecniche per ciascuna delle professioni sarà la Commissione «Attività professionali non regolamentate» costituita nell’aprile del 2011 all’interno dell’Uni, l’Ente italiano di unificazione. «Sarà un lavoro mastodontico», dice Valerio Sanfo, «che a causa dei diversissimi contenuti delle specifiche quaranta professioni richiederà tempo». La legge, continua, «si presenta come “griglia di base” sulla quale si dovranno elaborare complesse regolamentazioni successive sotto l’egida del ministero dello Sviluppo Economico». Se ci saranno effetti realmente positivi? «Lo scopriremo in futuro».

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