Quale primavera d’Egitto, qui non ci sono né buoni né cattivi

Quale primavera d’Egitto, qui non ci sono né buoni né cattivi

L’Egitto non è ancora sull’orlo della guerra civile, ma la tensione tra le fazioni popolari che sostengono il presidente Mohamed Morsi e l’opposizione in piazza sta salendo.

Motivo del contendere è la decisione di Morsi a fine novembre di arrogarsi nuovi poteri di decisione “insindacabili da qualsiasi autorità”, compresi gli organi giudiziari costituzionali – i cui membri sono stati nominati all’epoca di Mubarak. La decisione sarebbe motivata dalla necessità di “far progredire il processo rivoluzionario”, ma a troppi ha ricordato i classici colpi di mano dei presidentissimi arabi durante le “fasi di emergenza” che sono durate decenni, e in particolare soluzioni analoghe adottate dallo stesso Mubarak.

Si sono opposti i secolaristi e i rappresentati della chiesa copta. I disordini sono scoppiati lo scorso 23 novembre, mentre nei giorni successivi alcuni alti rappresentanti politici hanno lasciato le postazioni di comando in segno di protesta. La defezione più nobile è stata quella di Rafik Habib, cristiano copto e vice-presidente della Fratellanza Mussulmana (il partito islamista di Morsi): la sua presenza nel partito di governo segnalava criteri di apertura culturale. Era una speranza per i cristiani, soprattutto dopo le stragi subite negli scorsi anni. Le dimissioni di Habib sono state un segnale molto più che simbolico della piega presa dagli eventi.

Piazza Tharir al Cairo è adesso il centro della protesta copta e secolarista, opposta a un altro campo di dimostranti che si è radunato in sostegno a Morsi attorno al palazzo presidenziale. La Guardia Repubblicana non è riuscita a contenere violenze tra i due gruppi nella notte del 5 novembre, quando gli scontri hanno provocato sei morti e 450 feriti. Si è verificato quanto alcuni analisti conservatori avevano temuto, o più che altro predetto: indire elezioni “democratiche” in un paese privo di istituzioni stabili porta al “pretorianismo”, quella situazione in cui il controllo governativo è solo un obbiettivo per il potere per gruppi d’interesse esclusivi.

È così che in Egitto non ci sono né buoni, né cattivi, ma solo fazioni che cercano di contendersi le leve del potere. I secolaristi e i copti hanno accettato per mezzo secolo la regola arabista al fine di contenere le pulsioni cultural-politiche degli islamisti, e gli islamisti stanno cercando la propria rivalsa. L’unico organismo riconosciuto in grado di difendere gli interessi dei secolaristi è, per l’appunto, la corte costituzionale.

C’è però un altro soggetto che appare ancora molto defilato: i militari. Hanno avuto una forte responsabilità, se non un vero e proprio potere decisionale, nella “gestione” della rivolta che ha portato al crollo di Mubarak. Al pari dei Pasdaran in Iran, sono gli unici in grado di contenere la piazza, seppur con “metodo Tien-an-men”. Lo scorso giugno, prima dell’ingresso di Morsi al palazzo presidenziale (e per l’esattezza venti minuti dopo la chiusura dei seggi) il governo militare provvisorio aveva fatto approvare un addendum costituzionale che limitava il potere del presidente in favore dei generali. Poi Morsi aveva reagito: aveva annullato l’addendum e aveva silurato due leader militari di spicco.

Ma, si sa, la vendetta è un piatto che va servito freddo. I militari hanno dichiarato di “non volersi intromettere in una questione di carattere politico tra due fazioni opposte”. Stanno cercando, cioè, di rendersi indispensabili, fino al punto in cui la calma potrà essere ristabilita solo sotto il fuoco dei fucili e lo scintillio dei carri armati. E tutto questo avviene con buona pace delle “tweeter revolutions”. Con le nuove rivolte, per fortuna e giustamente, stavolta non si è parlato di messaggini alla base della rivolta, o di facebook, o di chissà quali social network in grado di cambiare il mondo.

La Guardia Presidenziale non si è schierata solo in difesa del palazzo, ma anche davanti a un altro edificio, strategicamente altrettanto importante: la televisione di stato. In fondo, è da lì che nel Medio Oriente partono sempre i comunicati in cui si annunciano i colpi di Stato. Un sano messaggio a reti unificate vale ancora di più rispetto a centomila tweet. Insomma, il peggio deve ancora venire.