Se il nuovo di Monti si chiamano Fini e Casini

Se il nuovo di Monti si chiamano Fini e Casini

Siccome una «salita in politica» super partes è impossibile, Mario Monti sarà parte. Guiderà cioè una coalizione di partiti e di liste, e ne sarà il candidato premier. L’ambiguità maggiore di questa operazione, che fino a ieri era rappresentata da un’agenda invece che da un leader, è dunque risolta. In democrazia non può che essere così, ed è lecito che sia così. Anche se questo richiederà a Monti, un professore abituato a dare voti piuttosto che a chiederli, una trasformazione radicale. Gli avversari si sono già tolti i guanti, e colpiranno sempre più duro. Sarà interessante vedere qual è la sua tempra di combattente.

I punti forti di questa svolta sono dunque due. Il primo è che ora chi vuol votare Monti sa per chi votare. Il secondo è che l’offerta politica finalmente conosce una novità di rilievo e di merito, e non sarà l’ennesimo ritorno dell’uguale che il solito scontro Berlusconi-Sinistra faceva temere.

Ma ci sono anche due punti deboli. Il primo è che, nonostante il premier abbia detto che «nasce oggi una nuova formazione politica», sulla scheda della Camera ne rimangono due più antiche, quella di Casini e quella di Fini. La scelta di più liste invece di una sola è frutto di un calcolo di convenienza elettorale (infatti al Senato, dove la convenienza della legge è diversa, ci sarà una lista unica). Più liste vuol dire più candidati che fanno campagna elettorale. Ma politicamente non è il segno di novità che sarebbe stato lecito aspettarsi, la nascita cioè di un raggruppamento che anche nella sua forma rappresentasse quella rottura col passato della vecchia politica che Monti dice di voler rappresentare. Non è neanche detto che porti bene: nel 2006 Ds e Margherita andarono meglio uniti alla Camera che divisi al Senato. Inoltre, per quanto il premier assicuri un suo rigoroso controllo sulla formazione delle liste coalizzate, i partiti manterranno pur sempre una sovranità nella scelta dei candidati che può riservare qualche brutta sorpresa: sono esperti nell’arte del riciclo.

Il secondo punto debole è la «vocazione maggioritaria» della coalizione centrista. È giusto che Monti la rivendichi, perché è davvero difficile chiedere voti quando già si sa che saranno destinati ad allearsi con altri. Ma è poco realistico immaginarla con il sistema elettorale vigente. Naturalmente è sempre possibile che la coalizione per Monti arrivi prima alle elezioni e dunque possa governare con le sue forze. Ma è molto più probabile che, nella migliore delle ipotesi, arrivi seconda e debba dunque sperare in un accordo con chi vincerà. Finora Monti ha chiuso a destra e tenuta aperta la porta a sinistra. Questo può creargli problemi proprio nell’elettorato cosiddetto moderato e non a caso è il tasto su cui martella il Pdl. Se Monti vuole cercare un suo spazio autonomo, che sostanzi la vocazione maggioritaria, è ora necessario che spieghi in che cosa il suo progetto si differenzia da quello di Bersani, oltre che sul nome dell’inquilino di Palazzo Chigi. 
Antonio Polito (tratto dal Corriere della Sera) 

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