Spread ai minimi ma coperture ai massimi: i mercati si fidano a metà

Spread ai minimi ma coperture ai massimi: i mercati si fidano a metà

Ancora poco e la soglia predetta da Mario Monti, 287 punti base, sarà toccata. Lo spread, ovvero il differenziale di rendimento fra Btp decennali e Bund di pari entità, è oggi sceso fino a quota 289. Nemmeno il ritorno in campo in via ufficiale di Silvio Berlusconi è riuscito a invertire la tendenza. E nemmeno le dimissioni, annunciate con largo anticipo, di Monti hanno avuto effetti negativi. Eppure, sempre più investitori si stanno proteggendo dal rischio insolvenza dell’Italia.

Il calo dei rendimenti dei titoli di Stato italiani è netto, deciso. Il Btp con scadenza decennale, secondo i dati di Tradeweb, ha oggi registrato il tasso d’interesse più basso dal settembre 2010, a quota 4,346 per cento. Valori insperati fino a pochi mesi fa. Allo stesso modo, anche nel resto della curva dei rendimenti il miglioramento è stato significativo.

La droga della Bce, che ha promesso che sarà fatta qualunque cosa per salvaguardare l’euro e l’eurozona, sta funzionando. Con il discorso del 26 luglio scorso, il numero uno dell’Eurotower Mario Draghi ha rivelato il bazooka contro gli investitori più scettici. Le Outright monetary transaction (Omt), cioè le operazioni di mercato aperto con cui la Bce comprerà bond governativi con maturity fino a 3 anni dei Paesi sotto pressione, hanno rivoluzionato l’eurozona? Probabilmente sì. O meglio, se si guardano i mercati obbligazionari, è lapalissiano che senza la mano, fin troppo visibile, di Draghi non ci sarebbe stato tutto questo sollievo per Italia e Spagna.

Nel frattempo, sta continuando il ritracciamento delle banche internazionali. L’ultima ad aver rivisto, in positivo, le sue prospettive sull’Italia è Credit Suisse. Nel suo Global equity strategy 2013 outlook la banca elvetica ha spiegato che Roma rimane più attraente di Madrid, nonostante l’incertezza politica sia il leit motiv nel breve periodo. Merito di un surplus primario di 2,6 punti percentuali nel 2012 e un’economia che, nonostante il periodo di sofferenza possa essere ancora prolungato, dovrebbe dare i primi segnali di rimbalzo già nella prima metà del 2013.

L’instabilità politica non ha per ora influenzato come ci si attendeva la vita dell’Italia sul mercato obbligazionario. Il motivo è semplice: anche con un ritorno in campo di Berlusconi, anche con la candidatura di Monti e perfino contando la scheggia impazzita rappresentata dal Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, la vittoria alle elezioni è data al Partito democratico. Sarà probabilmente quindi Pier Luigi Bersani a guidare l’Italia nel 2013. Una soluzione che è ampiamente scontata dalle banche internazionali e dai centri di ricerca economica. Il peggio, per Bersani, arriverà nel caso vincerà la tornata elettorale. Se è vero che gli impegni assunti dall’Italia con l’Ue sono vincolanti, è altrettanto vero che il processo di riforme è ancora lungo e necessita di uno sforzo politico non indifferente, specie considerando le diverse anime del Partito democratico.

Mentre sul mercato obbligazionario la pressione degli investitori è andata via via calando, sugli altri mercati secondari non è stato così. Anzi. Prendendo in esame il mercato dei Credit default swap (Cds), ovvero i derivati di credito che proteggono un investitore dalla possibile insolvenza di un emittente, l’Italia continua a essere sotto stress. I dati della Depository trust & clearing corporation (Dtcc), la società americana che controlla questo genere di strumenti finanziari, lasciano poco spazio all’ottimismo. Un anno fa sull’Italia era aperti 9.646 contratti Cds. Il loro valore nozionale lordo (la somma delle controparti, seller e buyer) era di 307,488 miliardi di dollari, mentre quello netto era di 20,433 miliardi. Numeri che avevano sancito, come del resto accade da anni, la supremazia dell’Italia in questo particolare mercato. Nessuno, infatti, può contare su così tanti (e di così tanto valore) Cds aperti sul proprio debito pubblico. Ma è nel 2012 che si è raggiunto il massimo. Scorrendo i database della Dtcc, emerge che la scorsa settimana si è registrato il record storico di contratti aperti, 13.084. E il valore nozionale lordo di questi contratti è prossimo ai 400 miliardi di dollari, avendo raggiunto quota 395,855 miliardi. Di contro, il nozionale netto è di 21,330 miliardi di dollari.

La velocità con cui gli investitori stanno accendendo Cds sull’Italia non deve essere sottovalutata. Nel marzo 2010, infatti, i contratti aperti erano circa 5.600. In due anni e mezzo sono più che raddoppiati. E nell’arco di un solo anno sono aumentati di circa il 35 per cento. La colpa, spiegano fonti bancarie, è imputabile a due fattori. Da un lato l’incremento del debito pubblico italiano, che in ottobre ha raggiunto i 2.014 miliardi di euro, ha spinto diversi investitori a comprare Cds, per proteggersi in via cautelativa. Il ragionamento è semplice: o l’Italia riesce a evitare l’accesso alle Omt e si rimette in marcia, oppure tutto tornerà come un anno fa. Dall’altro, c’è il timore che l’effetto della Bce possa svanire. Il rischio di convertibilità, emerso nel corso del 2012, è ancora presente. Ed ecco perché gli investitori preferiscono immunizzarsi sui loro acquisti di debito pubblico italiano. Alla luce di questo, l’impressione è che gli acquirenti di Cds sull’Italia siano gli unici legittimati a non preoccuparsi di quanto sia lo spread fra Btp e Bund.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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