Viva la FifaCara Inter, il cambio di modulo non basta se poi si gioca a fare le belle statuine

Cara Inter, il cambio di modulo non basta se poi si gioca a fare le belle statuine

Diciamolo subito: all’Inter sarebbe servita una sana sconfitta. Il classico modo per far capire ai nerazzurri che così non va. Contro il Torino sono emersi i soliti problemi. Di ordine tattico e atletico. Contro una squadra che applica a memoria il 4-2-4 e che produce una gran mole di gioco, Stramaccioni ha optato per la difesa a 4, con Guarin che ormai, dal match interno contro il Pescara, è stato inventato centrocampista avanazato. La mossa di ‘Strama’ sulla carta ci sta tutta. Peccato che non ci stia tutto il resto. Perché il cambio di modulo deve essere accompagnato dalla scelta degli uomini giusti. Giocare con Nagatomo e Pereira (subentrato all’infortunato Chivu) terzini è come giocare con gli stessi due giocatori nel 3-5-2. Sia il giapponese che il colombiano fanno di tutto per permettere ai laterali Santana e Cerci di muoversi in libertà: a parte correre, non saltano l’uomo ma si fanno saltare che è un piacere. Ecco spiegata la gran partita di Cerci, che con il suo settimo assist in stagione ha innescato il raddoppio di Meggiorini. Il 4-2-4 dell’Inter del primo tempo non funziona anche perché Guarin è troppo defilato, così nella ripresa Stramaccioni cambia: 4-3-1-2 con l’ex Porto in mezzo e finalmente Cambiasso dentro (ma solo perché si è fatto male Mudingayi…) a dirigere le operazioni. Ma è proprio in mezzo, oltre che sulle fasce, che l’Inter soffre. Sia in fase di possesso che di non possesso palla, i nerazzurri sono spaccati al centro, perché i centrocampisti non supportano l’azione. Emblematico quel che succede al 34’ del primo tempo: l’Inter riparte in contropiede sul centrosinistra con Cassano, che è costretto a traccheggiare perché in mezzo non c’è nessuno a seguirlo. E allora, a nulla vale fare il 70% di vantaggio territoriale se poi si gioca a fare le belle statuine. E se Zanetti e Cambiasso devono ancora metterci una pezza, qualcosa vorrà dire.

E l’altra milanese se la ride. Da -13 a -3 sui nerazzurri. Chi l’avrebbe mai detto a inizio anno? Senza farsi distrarre dalle voci di mercato e con due giovani terribili – nel senso di terribilmente talentuosi – come El Shaarawy e Niang, il Milan va a punti in un campo difficile come quello di Bergamo (dove l’Inter ha cominciato la sua serie nera…). Una partita tosta fin da subito per i rossoneri, perché come il Torino anche l’Atalanta gioca a memoria, grazie a frombolieri come Cigarini e Bonaventura che trovano spazi là dove non sembrano esserci. E qui sta la bravura psicologica prima di tutto di Allegri, che conferma Mexes nonostante le abbondanti critiche, così come conferma l’impianto tattico visto contro il Bologna: tridente con Pazzini in avanti a tenere palla e creare spazi ai due giovani talenti e al centrocampista Flamini a rimorchio (capito, Stramaccioni?). E da uno degli inserimenti vincenti di Niang nasce il gol vittoria del Faraone. Un modulo che esalta sia il francese che l’italo-egiziano, secondo nella classifica cannonieri con 16 gol e sempre secondo in quella dei tiri nello specchio della porta (38 in stagione). Gli 8 tiri totali in porta a 2 confermano la buona partita dei rossoneri, così come i 510 passaggi contro i 323 nerazzurri, l’86% di passaggi postivi contro il 74% avversario. Cosa manca al Milan? Ancora un po’ di malizia sotto porta: il 2-0 mancato di Flamini grida vendetta. La difesa ha retto e costringe Allegri a stare sempre sul chi va là. Ma i segnali lanciati dai rossoneri sono incoraggianti.

Oggi come oggi, visti i risultati, la vera rivale della Juve è il Napoli. Perché la Lazio ha la coperta troppo corta: si può, con tutto il rispetto, pretendere di vincere con Brocchi titolare al posto di Hernanes e Mauri causa turnover e senza Klose in attacco? No, non si può. Così contro un Chievo compatto e ordinato la Lazio è come una falena che sbatte contro una lampada: non serve il maggiore vantaggio territoriale (72%), così come produrre più passaggi (552 a 331) se poi produci un gioco confusionario. E anche i continui cambi di modulo di Petkovic, che già avevano creato problemi a Palermo, non danno effetti. A livello tattico invece, il Napoli è sempre quello del 3-5-2, che a Parma diventa in realtà 3-4-1-2 con Hamsik a ispirare le punte. Ma il Parma rende la vita a Mazzarri difficile, con il suo 96% di vantaggio territoriale e con la quasi parità nei passaggi (336 per il Parma, 349 del Napoli) e nei tiri (15 Parma, 16 Napoli). Donadoni azzecca la mossa Biabiany-Sansone larghi per tenere bassi Zuniga e Mesto, così il Napoli vince la sfida al centro: geniale il tocco di Dzemaili per il vantaggio di Hamsik. Per lo sloveno sono 8 gol e 10 assist. Domanda retorica: esiste un altro trequartista così in serie A? Il Parma trova un gol fortunato, ma spinge sulle fasce e al centro i piedi buoni di Valdes. Il Napoli ha però dalla sua parte la capacità devastante di sfruttare gli spazi in contropiede sul centro sinistra: il 34% degli attacchi arriva dal mezzo, il 38% dalla zona guarda caso di Hamisk appoggiato da Dzemaili, che poi innesca il 2-1 di Cavani. Altra domanda retorica: chi è che toglie le castagne dal fuoco agli azzurri quando la partita non si sblocca?

A costo di essere ripetitivi, se la Juve avesse un top player come Cavani, a quest’ora si giocherebbe solo per il secondo posto. Contro le due sfide in casa contro la Lazio tra campionato e Coppa Italia, i bianconeri hanno dovuto tirare in porta oltre 40 volte per trovare un gol con Quagliarella. Ma se nei biancocelesti c’è stato un super Marchetti, la statistica è penalizzante anche contro il Genoa: in attacco 96 tocchi e 4 tiri per vedere 1 gol. Questa è la prima conferma di qualche problema in casa Conte. Il secondo: l’assenza di Chiellini: i 2 gol presi dalla Samp, più quello contro il Parma e la rete di Borriello sono tutte arrivate lì dove c’era il difensore ora infortunato. Non solo: la Juve ha problemi evidenti nella gestione delle vittorie, quando cioè si tratta di difendere il vantaggio. Abbiamo spesso e non a caso insistito sulla mancanza di duttilità tattica di Conte: se punti sempre sull’intensità e anziché mettere la cerniera passi al 4-2-4, o vinci 4-0 o subisci la rimonta. Il problema più evidente resta comunque l’attacco: Quagliarella tocca 32 palloni e calcia in porta soltanto 2 volte (1 gol), mentre Vucinic interviene 64 volte nell’azione sempre producendo solo 2 tiri. Troppo poco.
 

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